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SIGNORE E SIGNORI: MILLY! | Elia Di Menza, autrice de “Milly, donna di teatro”, ci parla di un’artista che ha segnato un’epoca

Creato il 03 aprile 2015 da Amedit Magazine @Amedit_Sicilia
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milly_carla_mignone_elia_di_menzadi Mauro Carosio

Parlare di Milly è un’impresa davvero faticosa. La sua carriera è stata così ricca e variegata da mettere in difficoltà i più grandi tuttologi del settore. Ha attraversato per cinquant’anni il mondo dello spettacolo passando con disinvoltura e professionalità attraverso il teatro, il cinema, la televisione, la musica leggera e quella più impegnata. Milly, per chi la conosce, è stata una di quelle artiste di cui pare si sia perso lo stampo. La sua arte, il suo modo di fare spettacolo sono un crocevia culturale di mezzo secolo di storia italiana: quello che parte dagli anni ’30, attraversa il periodo dei telefoni bianchi per arrivare al teatro colto e alla televisione. Oggi Milly è iniquamente caduta in uno strano oblio. Di lei non si parla più, la televisione è cambiata e quello che propone non è certo arte con la A maiuscola, per cui oggi in TV non c’è posto per Milly. In ogni caso la stessa artista, dopo essere passata per il piccolo schermo nel ’61 a Studio 1 a fianco di Mina, non dimostrò un grande entusiasmo e preferì tornare al suo amato teatro dove il contatto col pubblico era più diretto, viscerale ed emotivo. Proprio come lei. Carolina Mignone, il nome d’arte era il diminutivo con cui veniva chiamata sua madre Emilia, nasce ad Alessandria il 26 febbraio 1905. Abbandonata dal padre insieme al fratello Totò e alla sorella Mitì, compagni di avventura durante i primi anni della sua carriera, si trasferisce presto a Torino dove inizia a muovere i primi passi nel mondo dello spettacolo nelle compagnie di rivista dell’epoca, diventando in breve tempo una delle soubrette più amate del belpaese. Abbiamo incontrato Elia Di Menza, autrice dell’unica biografia completa su Milly, che con grande entusiasmo ha deciso di raccontarci tutto, o quasi, sul suo personale e passionale rapporto con l’artista.

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Come nasce il tuo interesse per Milly?

Molti anni fa ho avuto la fortuna di poter utilizzare, per la mia tesi di laurea, un prezioso e corposo materiale che era stato raccolto per un’iniziativa pensata per ricordare Milly ad Alessandria, dove era nata nel 1905.

Quindi mi sono avvicinata a Milly per caso. Purtroppo non l’ho conosciuta di persona, ma ne avevo un ricordo lontanissimo proveniente dalla trasmissione televisiva Studio Uno. In questa trasmissione veniva presentata soltanto, come diceva lei , “come quella che canta le canzoni dei nonni”; occupava, infatti, uno spazio in cui interpretava esclusivamente un repertorio anni Venti/Trenta legato al varietà.

Così ho cominciato a leggere questo materiale e inizialmente mi sono sentita un po’ estranea alle forme teatrali di cui si è occupata a inizio carriera. Erano così lontane dal mio gusto musicale che non riuscivo a farmi coinvolgere: varietà, rivista, avanspettacolo, operetta: quasi non ne riconoscevo le differenze. Poi, inaspettatamente, poco per volta, ho cominciato ad apprezzare questa straordinaria opportunità di curiosare nella storia dello spettacolo della prima metà del Novecento, forme teatrali che si sono rivelate espressioni di un’epoca e del costume italiano di quel periodo. Come diceva Goffredo Fofi nell’introduzione di Follie del Varietà: “Il varietà trasmette il gusto di un’epoca e i modi di divertirsi finiscono con il dirci di più dei modi di soffrire”.

Quella di Milly è una storia che ha in sé continue sorprese. Scopro quindi che non è stata soltanto una protagonista del teatro leggero, ma anche la prima interprete italiana di Jenny delle spelonche ne L’Opera da tre soldi di Bertolt Brecht. Ero sempre più curiosa e inoltre cominciavo a raccogliere testimonianze, memorie e racconti di amici famigliari e colleghi di lavoro. Sono stati incontri appassionanti soprattutto con il fratello Tòto Mignone, la sorella Mity, la nipote Millina e, fonte impareggiabile per la dimensione professionale, Filippo Crivelli.

Inevitabilmente mi sono fatta coinvolgere dalla sua storia sia professionale che umana. Ho cominciato a chiedermi chi fosse questa donna che si inventa un mestiere partendo da zero, che, giovanissima, intraprende una storia sentimentale con un principe ereditario, una storia breve che si interromperà bruscamente e lei, invece di uscirne a pezzettini, ne uscirà rafforzata. E con grinta e con orgoglio elabora una piena consapevolezza di sé. Lei stessa dirà “Se lui era il principe io ero comunque Milly”.

Questa esperienza la porterà a concentrarsi sempre di più su un progetto forte di emancipazione che non poteva che passare attraverso il teatro. Il teatro che l’aveva folgorata da subito e che ogni volta le darà la forza di risolvere anche i momenti più dolorosi. Milly crea il suo personaggio: esile, grandi occhi, una ragazza charleston, moderna e spregiudicata.

Comincia ad affrontare la vita con una punta di ribellione, imparando a farsi scivolare addosso le esperienze negative osservandole con uno sguardo ironico.

Proseguire nella sua storia era diventato sempre più intrigante per la quantità di cose che le sono accadute, per i luoghi con cui è venuta a contatto e per gli incontri con personaggi e artisti mitici. Era stata una soubrette negli anni Venti/Trenta, nel varietà, nell’avanspettacolo, una vedette nelle riviste di Za-Bum, nell’operetta dei fratelli Schwarz; aveva cantato nei cabaret sofisticati di Parigi e di New York. Si era dedicata alla prosa sotto la guida di grandi registi, L’opera da tre soldi, prima edizione italiana 1956, per la regia di Giorgio Strehler, a fianco di Tino Carraro; alla televisione quella di classe di Antonello Falqui; alla radio, al cinema dei telefoni bianchi, al musical e al cinema americano; e, tornata in Italia, ancora il cinema italiano degli anni cinquanta e settanta e infine i recitals che per opera di Filippo Crivelli hanno costituito la sua seconda carriera.

Chi conosce Milly la ricorda come la cantante del teatro leggero degli anni Venti/Trenta, “l’amante del principe Umberto”, la “piemunteisa”. Quanto è stato importante il “teatro leggero” per il futuro del mondo dello spettacolo italiano?

I racconti più suggestivi della vita nel varietà e nella rivista mi arrivavano dal fratello Tòto e dalla sorella Mity che l’hanno affiancata in questa prima parte della carriera. Erano racconti pieni di sofferenza, fatica, nostalgia ma anche divertenti e appassionanti.

L’artista del varietà era l’unico artefice delle proprie prodezze in scena. Il suo rapporto con lo spettacolo era unico, non mediato neppure dall’autore dei testi perché era lui stesso a crearli. Lui stesso doveva concepire il numero nel suo insieme, dai testi al trucco e al costume. Inoltre doveva misurarsi con un pubblico molto severo, quasi spietato, che non perdonava la mediocrità, disposto a lanciare di tutto sul palcoscenico per manifestare la propria disapprovazione. Un pubblico particolarmente selettivo che si divertiva a distruggere “chi non ci sapeva fare”. Una platea spesso invadente che interveniva nello spettacolo con battute sguaiate e con doppi sensi, neppure velati.

Un gioco perverso che alla fine si è rivelato prezioso per la formazione degli artisti che, costretti a confrontarsi con questo pubblico, hanno imparato a prevenire e riciclare le stesse battute nello spettacolo. E questo abituava all’improvvisazione, alla velocità e alla capacità di sintesi perché non era concesso neppure molto tempo per dimostrare il proprio talento.

Il varietà, la rivista, l’avanspettacolo hanno rappresentato una formidabile scuola in grado di formare artisti capaci di cantare, danzare, recitare. Dotati di una tecnica eccezionale, di grande ingegno ed estrema sensibilità, poco per volta diventeranno le figure di spicco del teatro italiano, gli attori più vivi e intelligenti, molti dei quali si dedicheranno anche al cinema. Tra questi i fratelli De Filippo, Totò, Rascel, Taranto, Campanini, Fabrizi, Dapporto e poi una seconda generazione con Chiari, Tognazzi e altri ancora, tutti provenienti dal teatro leggero che era diventata una miniera inesauribile di talenti.

Pur essendo un tipo di teatro un po’ snobbato ufficialmente, provocava una doppia considerazione da parte degli intellettuali. Mentre non era riuscito a produrre nulla di significativo sul piano drammaturgico, aveva offerto stimoli e strumenti per una ricerca diversa della comunicazione teatrale. La straordinaria capacità espressiva di questi attori provenienti dal “teatro leggero” non poteva essere ignorato dai grandi registi ossessionati dalla ricerca di un nuovo tipo di attore.

Anche i futuristi apprezzavano la componente ironica e i giochi di parole utilizzati frequentemente dal varietà. Essi vedevano nel varietà una forma teatrale che avrebbe potuto offrire un prezioso contributo allo scardinamento di un teatro forse troppo sclerotizzato.

Lo definivano l’unico teatro che meritasse la definizione di “futurista”: “E’ infatti un teatro pratico perché si propone di distrarre e divertire con effetti di comicità, eccitazione erotica e di stupore immaginativo. Utilizza la partecipazione del pubblico che non assiste come uno stupido ‘voyeur’ ma partecipa rumorosamente all’azione, cantando, accompagnando l’orchestra, comunicando con motti imprevisti ‘dialoghi bizzarri cogli attori’”.

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Milly e l’America: perché è partita e perché è tornata?

Negli anni Venti/Trenta nasceva in Italia la grande passione per il cinema e il teatro americano di cui si imitavano i costumi, le acconciature, i numeri di danza. E il trio Milly, Mity e Tòto non erano esenti dal fascino dell’America. Amavano riprendere nei propri spettacoli il tip-tap, la danza acrobatica con grandi giravolte, il black-bottom, il fox-trot e il charleston. Anche i balli di origine latino-americana: il tango, la samba, la rumba suggestionavano il mondo dello spettacolo italiano. E ancora la musica di Duke Ellington, il jazz, la musica nera contribuirono a elaborare il mito americano. In Europa arrivava l’immagine di un’America simile ad un immenso “luna park”.

Nel 1936, una registrazione di Violino tzigano procura a Milly una breve scrittura negli Stati Uniti. Si fermerà per circa dieci anni.

Debutta al Rainbow room del Rockefeller Centre, un celebre night frequentato da miliardari. In questo periodo comincerà a dedicarsi anche al cinema. Ma non si accontenta di Hollywood, desidera calcare i palcoscenici di Broadway, dove sarà protagonista del musical Seventh Heaven al fianco di grandi artisti. Milly piace molto per la padronanza della scena e per l’esasperato perfezionismo. Ottiene grande successo come vedette nei locali notturni più raffinati di New York e Los Angeles e, in uno di questi, avviene un incontro con un uomo dell’alta industria a cui resterà legata per tutta la permanenza negli USA. Frequenta persone dell’alta società di New York e Los Angeles, entra a contatto con divi e artisti del calibro di Carol Lombard e Clark Gable. Le viene presentato Louis Armostrong. Risiede a New York, Sutton Place e spesso a Wilmington, nel Delaware, presso la famiglia Carpentier Du Pont. Conduce una vita agiata, esaltante e spensierata.

I suoi impegni nello spettacolo, però, cominciano a sottrarre tempo alla sua storia sentimentale e quindi decide di ridimensionarli, circoscrivendo la sua attività alle esibizioni nei nights più raffinati ed eleganti delle principali città, oltre a New York, San Francisco, Menphis ecc.

Questa magia si spezza nel novembre del 1945 quando muore la madre e rientra in Italia. Non si ferma a lungo e riparte per gli States. Rientrare in Italia, però, ha fatto riemergere una prepotente nostalgia per il proprio paese o, forse, cantare nei nights non le basta più. E poi a New York era finito un amore durato otto anni.

Al ritorno in Italia inizia un periodo difficile: cosa succede? Cosa è cambiato?

Al suo rientro in Italia sembra che tutti si siano dimenticati di lei. Deve ricominciare tutto da capo e non è facile. Si apre un periodo di inattività e di grande frustrazione. Non arrivano offerte di lavoro e lei resta in casa indossando i panni di una casalinga disperata.

Nel 1949 finalmente arriva l’occasione per uscire dalla crisi: partecipa alla rivista Quo Vadis di Remigio Paone. Il pubblico era incuriosito dal ritorno di Milly, un personaggio mitico di cui si era parlato tanto: era stata l’amante di Umberto, del banchiere Ponti e ora portava con sé il fascino e l’eleganza della diva americana.

La rivista, quindi, ottiene un grande successo che le restituisce un po’ di ottimismo, Milly è lusingata da questa affettuosa accoglienza. Ma dopo la tournée di Quo vadis torna a chiudersi in casa e sarà un periodo terribilmente malinconico. Sente la nostalgia per l’America dove i miti non tramontano invecchiando. Non arrivano proposte di lavoro ma lei non fa nulla per procurarsele, è troppo orgogliosa. L’inattività la distrugge, lei così abituata ai ritmi serrati delle prove, in mezzo alla gente. Per la prima volta entra a contatto con la sua solitudine che non può combattere se resta fuori dal teatro.

Passata la crisi si apre un nuovo capitolo: Milly e il teatro colto?

Dal 1950 al 1955 si alternano numerose piccole esperienze di prosa, commedie e, senza eccessivo entusiasmo, si dedica anche al cinema.

Al Piccolo Teatro di Milano, nel 1956 si troverà ad affrontare la sfida più impegnativa della sua carriera professionale: il ruolo di Jenny delle Spelonche ne L’Opera da tre soldi di Bertolt Brecht.

Partecipa ad un provino. Poche strofe di Ma l’amore no e Giorgio Strehler e Paolo Grassi la scritturano per il ruolo di Jenny delle Spelonche. E Milly viene a trovarsi inserita in una dimensione di teatro “colto”.

L’Opera, presentava problemi, legati alla recitazione, di non facile soluzione: difficile trovare, nell’Italia del 1956, interpreti in grado di cantare, recitare e ballare. L’Opera da tre soldi necessitava di interpreti che uscissero dai canoni tradizionali. Paolo Grassi e Giorgio Strehler si rivolgono al teatro leggero e quindi pensano a Milly che aderisce con sorprendente naturalezza alle richieste di Strehler: il concetto di straniamento, la recitazione epica. Comincia a seguire istintivamente le indicazioni del regista, attraverso il suo naturale senso del teatro, senza forzature didattiche.

Scegliendo Milly, Strehler aveva dimostrato un grande istinto teatrale e Milly aveva regalato a Jenny delle Spelonche una biografia sia artistica che privata ineguagliabile. Nella sua esperienza americana Milly era entrata a contatto con la musica jazz e con la commedia americana, elementi e suggestioni preziosi per l’esecuzione delle partiture di Kurt Weill.

Strehler le crea “la spina dorsale per la sua seconda carriera”, fa emergere l’aggressività e la drammaticità che Milly sapeva di possedere e che utilizzerà per cantare le canzoni “disperate” di Kurt Weill.

Cosa succede dopo L’Opera da tre soldi?

Inaspettatamente lo strepitoso successo de L’Opera da tre soldi non le procura nuove opportunità di lavoro, probabilmente il personaggio di Jenny era troppo caratterizzato. Milly cade di nuovo in una crisi profonda, inoltre la sua voce si è modificata: non esistono più le morbidezze francesi, è diventata una voce aspra, cupa, aggressiva, ricca di sfumature. E questo accentua la sua insicurezza.

Nel 1957 si dedica al cinema: L’uomo di paglia di Pietro Germi e Nella città l’inferno un film di Renato Castellani a fianco di Giulietta Masina e Anna Magnani, un film importante sul piano personale perché le regalerà un rapporto di amicizia con Anna Magnani che spesso si troverà tra il pubblico dei recitals di Milly.

Viene ancora coinvolta nella tournée de l’Opera da tre soldi e, a seguire, si dedicherà ad attività radiofoniche.

Nel 1960 avviene un altro importante incontro per Milly: Filippo Crivelli, un giovane regista che aveva curato la regia di Giro a vuoto, uno spettacolo con Laura Betti. In questo spettacolo venivano presentate canzoni e testi di scrittori come Moravia, Pasolini, Buzzati, Morricone, Carpi e molti altri. Una rappresentazione che entusiasma così tanto Milly da dire a Crivelli che se avesse deciso di fare uno spettacolo, lo avrebbe voluto come regista.

Crivelli crea una forma teatrale nuova che calza perfettamente al personaggio Milly: il recital. Si inventa la sua seconda carriera, aiutandola a superare un momento di crisi profonda che probabilmente l’avrebbe costretta a chiudere con il teatro in un tempo non ancora maturo.

Discutono su quello che dovrà essere il recital, entrambi concordano che Milly non dovrà apparire esclusivamente come la cantante degli anni Trenta, non vuole diventare la parodia di se stessa. Le canzoni anni Venti/Trenta saranno interpretare con grande verità, ironia e affetto, mantenute nell’atmosfera dell’epoca. Ama interpretare canzoni di autori contemporanei: Tenco, De Andrè, Cole Porter, Gaber, Kurt Weill, Prévert e altri ancora. Crivelli le cucirà addosso numerosi recitals.

E Milly non si arrende, ricomincia con lo stesso entusiasmo di un tempo, con lo stesso impegno, la stessa dedizione. Studia, si prepara con rigore e grande partecipazione.

Crivelli aveva intuito il grande potenziale espressivo di Milly che vedrà concretizzarsi nei numerosi appuntamenti musicali in cui porterà il gusto di un’epoca, tutta la sua esperienza, tutta la lunga storia che aveva attraversato e che rimanderà agli spettatori con la stessa freschezza.

E nel 1962, con Milanin Milanon, si apre la stagione dei recitals. Si tratta di un montaggio di canzoni popolari milanesi che vanno dal primo Ottocento agli anni Settanta del Novecento, canzoni popolari sui temi del lavoro, del carcere, dell’amore, per la regia di Filippo Crivelli. Tra gli interpreti, insieme a Milly, ci saranno Tino Carraro e come attore giovane si fa il nome di Giorgio Gaber che, essendo impegnato, segnala, per la sua sostituzione, Enzo Jannacci. Il successo è tale che le repliche non si contano e lo spettacolo sarà ripreso in varie occasioni negli anni successivi. L’esperienza di Milanin Milanon dimostra a Milly di essere perfettamente in grado di affrontare un recital a cinquantotto anni. Recupera quella sicurezza che nel 1963 le consentirà di affrontare il primo “spettacolo di canzoni e poesie” di cui sarà protagonista assoluta. Ne seguiranno numerosi altri.

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Milly e la TV

Milly non ha avuto un buon rapporto con la televisione. L’unica esperienza significativa è rappresentata dalla partecipazione a Studio Uno di Antonello Falqui con Mina, Luttazzi e le Kessler. Nella trasmissione Milly aveva un angolo dedicato alle canzoni anni Venti/Trenta e non le era permesso di interpretare anche canzoni degli autori contemporanei particolarmente amati. E poi la televisione non le consentiva di avere un rapporto diretto con il pubblico, con il quale in teatro immancabilmente si creava un magico scambio. Inoltre non amava il microfono, le sue canzoni erano anche dette, per questo diventavano pezzi di teatro.

Ha odiato questa esperienza ma la televisione le aveva procurato una fama che diversamente non avrebbe potuto avere.

Gli ultimi anni

Milly continua a dedicarsi ai recitals in svariate combinazioni che Crivelli realizza di volta in volta e che ottengono puntuali successi nei vari teatri d’Italia.

Ancora una volta Paolo Grassi e Giorgio Strehler, la coinvolgono in una proposta spettacolare, nuova, che ottiene un successo strepitoso al Piccolo Teatro: L’Istruttoria di Peter Weiss.

Seguono alcuni coinvolgimenti in film di Jean Renoir e Bernardo Bertolucci.

Nel 1975 alla Piccola Scala, verrà presentato Canzoni come costume, canzoni come civiltà, il recital più impegnativo affrontato da Milly.

Paolo Grassi, suo grande ammiratore, da tempo diceva che avrebbe fatto di tutto per farla cantare alla Piccola Scala. Ma lei aveva risposto“detesto i teatri importanti”. Una reazione comprensibile, temeva il pubblico della Piccola Scala, un tempio della musica colta che tradizionalmente non accoglieva artisti con la sua storia professionale.

Alla fine decide di affrontare anche questa sfida. Ovviamente anche Paolo Grassi è piuttosto preoccupato dall’esito di questa operazione, ma con questo spettacolo intende tributare a Milly un riconoscimento alla sua straordinaria carriera. Si raccomanda che la scelta delle canzoni sia la più rigorosa possibile.

E la sera dello spettacolo c’è grande agitazione, Paolo Grassi nervosamente passeggia dietro le quinte cercando di percepire la reazione di un pubblico particolarmente esigente. Lo spettacolo prevedeva 53 canzoni, alcune solo accennate nel refrain, ma la maggior parte eseguite interamente.

Milly riempiva la scena di tutte le suggestioni e le atmosfere che aveva vissuto e che riusciva a trasmettere intatte al pubblico. Come sempre trasformava una canzone in pochi minuti di teatro. L’interpretazione di Milly rendeva percepibili le differenti sensibilità dei vari autori, li rendeva riconoscibili riuscendo a rimandare di ciascuno la propria personale poetica.

Ed è subito un delirio di pubblico. Milly ottiene il massimo apprezzamento in uno dei teatri più raffinati e consacrati alla musica colta.

Negli anni successivi si alterneranno ancora vari recitals con Crivelli. NeIl’estate del 1980, a Palermo, aveva presentato un recital organizzato dal Teatro Massimo, e insieme a Crivelli stavano allestendo una tournèe all’estero. Avevano anche un impegno con il Festival di Berlino. Ma si spegne a Nepi il 22 settembre.

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Che cosa ti ha affascinato di Milly?

Non saprei dire che cosa mi ha affascinato di più se l’aspetto professionale o quello privato. In realtà perché è difficile scindere le due cose. La dimensione personale e quella privata coincidevano perfettamente.

Mi ha colpito il suo modo di reinventarsi ogni volta, la voglia di misurarsi con nuove esperienze che non si affievoliva neppure con il passare del tempo.

E’ la figura di un’artista completa, sicuramente lontana dall’immaginario collettivo di oggi.

Sono rimasta impressionata dalle sue scelte coraggiose compiute sin da giovanissima, tra le altre, partire per una scrittura brevissima, da sola, oltre oceano, in America. E restarci per circa dieci anni. Non era un comportamento facilmente replicabile in quegli anni. Milly inseguiva il suo sogno: il teatro, che ha occupato una posizione centrale nella sua vita, il teatro che le ha dato la forza per affrontare qualunque avventura. Era ossessionata dal professionismo, mai soddisfatta dei livelli raggiunti, alla ricerca costante della perfezione. Ha continuato a studiare con grande autodisciplina.

Ha trascorso una vita all’insegna del teatro ed è per questo che è rimasta sul palcoscenico, da quando a diciassette anni muoveva i primi passi nel varietà insieme ai fratelli, fino a settantacinque anni.

È un’artista che ha percorso tutti i sentieri dello spettacolo con la capacità di aderire ai più diversi generi attraverso il suo personale gusto, lasciando sempre il segno di uno stile inconfondibile.

La sua arte va ricercata nella somma delle sue esperienze, vissute tanto intensamente da sedimentare in lei, sino a modellare un personaggio straordinario di grande versatilità.

La sua carriera appartiene alla storia del teatro italiano del Novecento.

Dal punto di vista umano mi è apparsa sin dall’inizio ostinata, caparbia, ambiziosa. Una personalità piena di fascino e carisma che ha sempre privilegiato la discrezione al clamore.

E poi mi ha colpito la sua modernità. Aveva la capacità di aggiornarsi ogni volta, di capire i cambiamenti perché dotata di grande intelligenza e sensibilità.

Naturalmente anticonformista. La sua apertura mentale nasceva anche dal fatto di essere entrata a contatto con diverse culture nelle sue permanenze a Parigi, New York, Los Angeles, Berlino. Era una donna piena di vitalità e di coraggio, in grado di ridecidere la propria vita ogni volta. Da Milly non si impara certo la rassegnazione.

Infine mi ha affascinato quel suo modo di affrontare la vita sempre con una punta di ribellione, quell’attraversarla permeandola di ironia, uno strumento fondamentale per non farsi indebolire dalle delusioni e per non invecchiare.

In tutti questi anni Milly continua a sorprendermi, ne sono trascorsi ormai trentacinque dalla sua scomparsa ma non è mai sprofondata completamente nel passato. Continua a riemergere e a suggestionare personalità del mondo dello spettacolo che mettono in scena lavori teatrali e musicali a lei ispirati. E questa è la prova straordinaria che Milly non è ancora tramontata. Sono sicura che ancora oggi avrebbe avuto molte cose da dire.

Mauro Carosio

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Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 22 – Marzo 2015.

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