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Start up: i dolori della crescita

Creato il 08 maggio 2017 da Propostalavoro @propostalavoro

Start up: i dolori della crescitaDi StartupDepot – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=41264127 Oggi la parola start up è diventata di uso comune, per indicare un'impresa giovane, iperconnessa e che offre servizi innovativi; è l'azienda cool, che opera nei campi della new economy (internet, green energy, ecc.) e che, il più delle volte, ha uno o più fondatori giovani, che sognano di essere i prossimi Steve Jobs.

Messo così, sembra proprio uno scenario intrigante, con i nostrani smanettoni che costruiscono le aziende del domani. Tuttavia, non è tutto oro quel che luccica, come testimoniato dal "Rapporto sui trend economici delle Startup innovative", pubblicato da Registro Imprese.

Attenzione, però, dati vanno presi con le pinze, per due motivi: primo, perchè parliamo di start up, ovvero non di aziende vere e proprie, ma di strutture work in progress; secondo, nel momento in cui le start up escono dal periodo di incubazione e sono in grado di generare ricavi dalla commercializzazione dei loro prodotti o servizi e quindi, di operare in autonomia, smettono di essere start up e diventano aziende vere e proprie, uscendo dal sistema. Il rapporto, insomma, cerca di fotografare un mondo estremamente fluido ed in continuo movimento, in un dato momento storico.

Uno dei dati più interessanti, riguarda quello dell'occupazione, con le startup italiane che creano, ad oggi, pochissimo impiego: le oltre 6 mila azinde (6.745, a fine 2016), regolarmente iscritte all'albo nazionale, infatti, danno lavoro a poco meno di 9 mila dipendenti, con una media di appena 3 lavoratori a impresa.

Insomma, a livello di occupazione globale, le startup non sono certo una soluzione efficace, dato che rappresentano, ancora, una percentuale troppo piccola della forza lavoro italiana. C'è da rilevare, però, che, nel frattempo, è cresciuto il numero di soci nelle start up, tanto da essere, ormai, più numerosi degli stessi lavoratori dipendenti: il 4,1% contro il 3,25%, portando ad oltre 35.600 unità gli adetti del settore.

Capitolo a parte merita anche la questione del livello di redditività. Ripetiamo, stiamo parlando di prototipi di aziende, certo, ma in cui, tuttavia, la capacità o meno di creare ricchezza, nel minor tempo possibile, può essere già la discriminante tra successo o fallimento.

Stando al report, infatti, a fine 2015 (l'ultimo anno fiscalmente definito, in cui hanno potuto presentare bilanci, veri e propri, poco più di 3 mila start up) il sistema delle start up ha generato ricavi risibili, addiritura in calo, rispetto ai mesi precedenti: il fatturato medio per start up, infatti, è stato di circa 122,6 mila euro (-15%) e l'attivo medio di circa 237 mila euro (-10,9%), con appena il 42,8% di esse, in grado di generare utili. In generale, però, la produzione è stata di oltre 540 milioni di euro complessivi, il doppio rispetto al 2014.

Il quadro, quindi, risulta abbastanza chiaro: l'ecosistema italiano delle start up cresce, ma con notevoli difficoltà, la prima delle quali, non può che essere quella del finanziamento. il vero tallone d'achille.

Perchè, diciamoci la verità, non siamo nella Silicon Valley e i venture capitalist italiani, disposti a rischiare i propri soldi in un'idea, ancorchè vincente, si contano sulle dita di una mano. Ed è lo stesso Ministero dello Sviluppo Economico a certificarlo: nel 2016, gli investimenti di venture capital sono stati pari a 200 milioni di euro, una cifra in crescita, rispetto all'anno precedente, ma, comunque, lontana anni luce dai 3,2 miliardi di euro investiti in Inghilterra, dai 2,7 miliardi in Francia e dai 2 miliardi in Germania.

Una mancanza grave, figlia di una sistema Paese che, per burocrazia e tassazione, non agevola, certo, lo sviluppo delle start up e che, pare, non essere in grado di migliorare, almeno nel breve periodo. A Palazzo Chigi, infatti, ogni anno, contano gli spiccioli per far quadrare il bilancio nazionale, figuriamoci se hanno intenzione di spendersi seriamente per un sistema nuovo e che potrà dare frutti stabili solo tra anni.

Al netto delle promesse, infatti, l'impegno politico – ormai, tutto incentrato in una campagna elettorale permanente -, a districare i labirinti della burocrazia italiana e a fare ordine nei finanziamenti, non è mai andato oltre il minimo sindacale, ignorando completamente la necessità di dar vita ad una strategia comune, tra pubblico e privato, per dare la possibilità alle nuove imprese di occupare gli spazi vuoti, lasciati dalla vecchia imprenditoria, in ritirata dal territorio nazionale, per fallimento o per delocalizzazione.

Un problema, però, che la politica DEVE affrontare, per favorire questo ricambio, necessario al benessere ed allo sviluppo del Paese.

Danilo


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