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Storia del Teatro contemporaneo. Spettacoli visti

Creato il 27 novembre 2011 da Tirsenide

 

Il mio Mishima di Enzo Cecchi.

Ho sempre provato nei confronti di Yukio Mishima uomo e letterato, sentimenti altamente contrastanti e ancora non credo di conoscerlo a fondo né di averlo pienamente afferrato. Dallo spettacolo non risulterà la vita o le opere di Mishima, ma alcuni aspetti che credo di avere intravisto e che maggiormente hanno solleticato certe mie ossessive curiosità. Aspetti legati alla ossessione spirituale e carnale di Mishima nei confronti della vita e della morte e rimescolati in un gioco di frammentazione e frantumazione. Se nell’antico Giappone come ci viene spiegato in “La via del Samurai” esisteva la passione carnale e non erano conosciuti i concetti di eros e agape, così sempre in “La via del Samurai” (Hagakure) e presumo anche in Mishima, vita e morte non sono due concetti astratti e separati ma due aspetti di un’unica realtà. In particolare ho voluto affrontare, in una continua rappresentazione sospesa tra finzione e realtà, l’ultima definitiva rappresentazione di Mishima. Il suo proclama finale ai militari e il seppuku, il suicidio rituale, che ho prolungato e  rimandato quasi come un continuo coitus interruptus. La mia ipotesi di partenza è quella di una vita vissuta e raccontata (e non disgiunta dal desiderio di oltrepassare fama e gloria per diventare mito) che inevitabilmente doveva concludersi con un momento di “eroica follia”.

Ho sempre dubitato che Mishima si sia suicidato a causa del “fallimento” della sua azione finale, ma che abbia cercato questa azione “fallimentare” per potersi suicidare in modo tanto eclatante. Ho ritenuto opportuno non nascondere i miei sentimenti contrastanti per la figura e l’opera di Yukio Mishima e non ho esitato, per arrivare il più vicino possibile alla meta che mi ero proposto, ad usare anche elementi che esistevano solo nel mio immaginario. A questo punto mio Mishima non troppo canonico che ho vestito di bianco ho affiancato un “angelo nero” silenzioso, carne e spirito delle ossessioni di cui parlavo. Ho seguito anche se larvatamente, un percorso da occidente ad oriente aiutato da una partitura musicale pensata come elemento drammaturgico e atta ad influenzare la realizzazione scenica. Ho utilizzato due compositori occidentali di epoca barocca e classica (evitando l’età romantica e post-romantica di Beethoven e Wagner che senz’altro Mishima avrebbe preferito). A Mozart e Bach ho affiancato con un gioco ad incastri e sovrapposizioni canti di usignoli, rumori di folla giapponese e musiche del Teatro No. Inoltre, ed è una caratteristica dei miei spettacoli, ho voluto la circolarità (di segni e concetti). Qui ho preso in prestito un’immagine cara a Mishima: un serpente che si mangia la coda. Le scaglie di questo serpente sono i tasselli che poco alla volta compongono lo spettacolo. Non ho voluto considerare le opinioni più scontate a cui normalmente si ricorre parlando di Mishima, né volevo considerare il discorso dei “quattro fiumi” della vita dello scrittore (la vita, l’azione, la scrittura e il teatro) che invece hanno invaso silenziosamente le maglie della rappresentazione.

I testi dello spettacolo sono liberamente tratti oltre che dagli scritti teorici di Mishima dai romanzi: “La voce delle Onde”, “Hagakure- La via del samurai”, “Sole e Acciaio”. Oltre a queste opere per la realizzazione dello spettacolo sono stati fondamentali i testi “Mishima o la visione del vuoto” di Marguerite Yourcenar e “La nobiltà della sconfitta di Ivan Morris” di P. Shrader e “Morte di un maestro di tè” di K. Key.

Yukio Mishima (pseudonimo di Kimitake Hiroaka) nacque a Tokio nel 1925.la sua sterminata produzione letteraria composta da decine di romanzi, racconti, opere teatrali e saggistiche gli valse per tre volte la candidatura al premio Nobel. Il 25 novembre 1979 a soli 45 anni si uccise seguendo l’antico cerimoniale del “seppuku” praticato dai samurai, si sventrò e si fece decapitare da un suo discepolo. Il fatto avvenne nella sede dello stato maggiore dell’esercito. Prima di uccidersi aveva arringato i militari contro la Costituzione giapponese nel tentativo di restituire autorità assoluta all’imperatore.   

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