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SUL TAMBURO 2: Paolo Di Paolo, “Portami tanta vita”

Creato il 29 giugno 2015 da Retroguardia

Paolo Di Paolo, Portami tanta vitaPaolo Di Paolo, Portami tanta vita, Milano, Feltrinelli, 2013

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di Giuseppe Panella

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Il personaggio principale del romanzo, Piero Gobetti, appare quasi all’improvviso, così descritto fin dalle prime pagine dell’opera nel pieno della sua attività di provocatore:

«A questo punto il più smilzo – svettava per altezza, con una nuvola di ricci chiari sulla testa – si è alzato di colpo, ha raccolto il libro che poco prima aveva fatto cadere e l’ha infilato in una tasca già sformata della giacca. Al collo portava una cravattina a nodo fisso e i polsini di celluloide, sul naso un paio di occhiali tondi che in quella luce grigia brillavano. Sulle labbra, un sorriso malizioso, quasi di scherno. Illustre professore, ha spiegato, in verità si tratta di un’azione di protesta contro la sua persona, oltre che del tentativo di svegliare dal sonno la sua platea. Molti hanno nascosto le risate portandosi la mano alla bocca. E’ passato un interminabile minuto di silenzio. Il professore guardava fisso davanti a sé, come raggelato. Ha aperto la bocca senza che ne uscisse alcun suono. Poi, le prime parole sono state Quasi smarrito. Cominciava con questa ammissione la sua replica alla protesta?»(1).

In questo incipit viene riprodotta un’immagine classica dell’intellettuale torinese, consegnata dalle fotografie rimaste di lui, una sorta di enfant gaté dallo sguardo trionfante.

Piero Gobetti è stata una delle personalità più affascinanti del Novecento intellettuale italiano e, nonostante la sua breve vita (è morto il 15 febbraio del 1926, a soli 25 anni, lasciando una produzione di notevole entità non solo quantitativa), continua a incidere in maniera considerevole sulla cultura di un Paese come l’Italia in cui l’oblio cade presto sulle figure inattuali e incapaci del consueto trasformismo nazionale.

Alle “vite parallele” di Gobetti e di un suo ammiratore mai esistito di nome Moraldo2, entrambi protagonisti di Portami tanta vita, Paolo Di Paolo ha dedicato uno dei suoi testi finora più intensi.

Se Gobetti è attivo, volitivo, combattivo e votato ad una lotta politica e culturale destinata a portarlo ad una morte precoce, altrettanto Moraldo è incerto, indeciso, impacciato, timido e velleitario.

Né il possibile proseguimento di una storia d’amore con la fotografa Carlotta, iniziata a Torino e proseguita a Parigi, propiziata da un assurdo scambio di valigie, né la volontà di diventare uno scrittore “laureato”, bastano a fargli prendere posizione e a imboccare una strada decisa in una qualsiasi di queste direzioni.

Le due esistenze parallele, comunque, si incroceranno soltanto una volta, a Parigi, poco prima della morte del giovane torinese e i due non riusciranno mai a parlarsi faccia a faccia come pure Moraldo avrebbe voluto fare (il suo proposito di incontrare Gobetti era esplicito in alcune lettere che egli aveva spedite all’indirizzo della famiglia dell’intellettuale e che non avevano ottenuto risposta non foss’altro perché il giovane autore di La rivoluzione liberale si era sposato e aveva cambiato abitazione). La possibile svolta nella vita di Moraldo, dunque, non avverrà mai e il suo desiderio di cambiare vita e atteggiamento nei confronti dell’esistenza resterà un suo pio desiderio.

A Moraldo è dedicato uno spazio notevole (soprattutto alla sua storia d’amore con che potrebbe avere sviluppi notevoli e interessanti per il giovane ma che viene troncata due volte dalla donna, assai più matura umanamente di lui) ma è su Gobetti che Di Paolo lavora con acume e intelligenza storica per metterne in evidenza la vicenda personale, intellettuale e umana insieme.

Il suo rapporto con la moglie Ada detta Didì (con la quale farà appena in tempo ad avere un figlio, Paolo, poi divenuto un noto critico cinematografico) attraversa il libro trasversalmente e ne costituisce una sorta di leit-motiv. Ad esso, inoltre, si deve il titolo (forse un po’ enigmatico) del romanzo:

«Quando si sta tre giorni senza qualcuno, una lettera che arriva è una gioia del cuore. Adesso che l’impiegato batte forte il timbro sull’affrancatura, vorrebbe dirgli Mi scusi, devo fermarla, avrei una frase da aggiungere, è una frase che mi è tornata in mente adesso, l’ho scritta una volta sola, è passato qualche anno, ma l’ho pensata spesso, l’ho pensata sempre, era per la mia fidanzata, che adesso è mia moglie e la madre di mio figlio, se ricordo bene diceva così: Una lettera di Didì è la vita sai? Quindi mandami tanta vita»(3).

Le lettere che Gobetti scrive alla futura moglie sono emblematiche del suo modo di vedere la vita, lo studio e l’esistenza. Ma anche i rapporti con gli amici più cari (nel romanzo individuati sempre e soltanto dal loro nome di battesimo – Curzio, pubblicato da Gobetti anche se fascista, è, ad esempio, in tutta evidenza Malaparte; Natalino è il futuro storico della letteratura Sapegno; il “poeta di Genova” è ovviamente Eugenio Montale, pubblicato per la prima volta proprio nelle edizioni gobettiane de Il Baretti e via e via) scandiscono un percorso esistenziale fatto di uno “studio matto e disperatissimo” e di una scrittura fittissima e sempre lucidamente intesa a cogliere le novità del presente in vista di un possibile cambiamento futuro (quel cambiamento che egli non riuscì mai a vedere e neppure a presagire).

L’attività editoriale e culturale di Gobetti viene mostrata di taglio, senza insistenze storiografiche ma con grande attenzione ai dettagli e alle vicende (anche minute – come nel caso degli incidenti al Carnevale di Torino) del tempo. Inoltre la sua figura umana viene inquadrata di luce radente, non come un santino della Resistenza antifascista, ma come quella di un intellettuale ancora vivant (direbbero i francesi) e ancora in grado di insegnare molto a coloro che sapranno leggerlo.


NOTE

1 P. DI PAOLO, Portami tanta vita, Milano, Feltrinelli, 2013, pp. 11-12.

2 Moraldo prende questo nome un po’ insolito e certamente poco frequente da uno dei personaggi più significativi del film I Vitelloni di Federico Fellini uscito nel 1953 e sceneggiato dal regista con Ennio Flaiano; Moraldo è interpretato da Franco Interlenghi ed è l’unico tra i diversi componenti del gruppo a intraprendere una nuova vita dopo la lunga stagnazione nel mondo della provincia.

3 P. DI PAOLO, Portami tanta vita cit. , p. 94.

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