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Sulla moderna BABELE europea.

Creato il 21 marzo 2014 da Rosebudgiornalismo @RosebudGiornali

800px-Pieter_Bruegel_the_Elder_-_The_Tower_of_Babel_(Vienna)_-_Google_Art_Project_-_editeddi Pietro Bondanini. Il panorama politico internazionale e quello italiano in particolare, lo sconforto di tutti nell’osservare che non vi sono segnali di ravvedimento e che nessuno è capace di avviare un programma di azioni virtuose atto a risanare la moralità pubblica e privata, mi costringono a prendere in esame un argomento che vorrei rinviare a momenti più favorevoli e cioè a quando si manifesteranno segni   di qualche risposta, sia pur minima, alle domande che qui pongo.

Il pensiero mi conduce ad immaginare qualche pratico sussidio politico per stimolare la gente verso una maggiore coesione sociale. Invece, mi appiattisco nell’ immaginare soluzioni anche ovvie ma irrealizzabili sul piano pratico ed il mio pensiero vaga nell’incubo di una catastrofe che si rinnova di giorno in giorno. La Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea, l’Integrazione dei Popoli nelle Nazioni del continente e l’Aspetto linguistico a base del sistema di comunicazione, costituiscono gli ostacoli  perché i cittadini, nonostante la proclamazione del diritto di essere liberi, percepiscano di non esserli per essere privi dell’opportunità di condividere una cultura secondo un’etica condivisa.

Considerazioni linguistiche Quante lingue si parlano nelle venticinque nazioni europee alle quali l’UE intende aggiungere anche la Turchia che occupa, per il novantasette per cento della sua estensione, il continente asiatico? Ecco una grossa complicazione che corrisponde al rovescio di quanto capitò agli uomini che lasciarono incompiuta la torre di Babele. Con la creazione delle unioni, delle federazioni, degli organismi plurilaterali sotto l’egida dell’Unione Europea apparteniamo, noi, alla progenie destinata a completare un’impresa rimasta incompiuta da millenni? Parleremo quindi un’unica lingua come sudditi del Levitano[1], oppure ogni cittadino potrà continuare a parlare la propria e l’interlocutore parlante un’altra lingua sarà in grado di capire come se ascoltasse la propria? Tra le lingue degli europei, nel mondo, ci sono l’Inglese e lo Spagnolo parlato da 320 milioni di persone ciascuna. In 178 milioni parlano il Portoghese e in 144 milioni parlano il Russo. Tutte le altre lingue, tra le quali, il tedesco (90 milioni), il Francese (68 milioni) e l’italiano (64 milioni) sono parlate da meno di 100 milioni di Persone. Tra gli extraeuropei menziono la Cina, con 1,2 miliardi di parlanti, il Sud est asiatico con 360 milioni di parlanti l’Hindi ed il Bengalese; i Paesi arabi con 221 milioni. 178 milioni sono i parlanti il Portoghese, e 122 milioni il giapponese. 52 lingue sono parlate da meno di 20 milioni di persone ciascuna e 23 lingue da meno di 10 milioni di persone, tra le quali il Lombardo (9 milioni) ed il Napoletano – calabrese (7 milioni.)[2].

Conviene inquadrare il problema linguistico nel sistema più generale della comunicazione fra le persone, partendo dal considerare tre ipotesi risolutive pertinenti – ciascuna – a specifiche fattispecie che indicherò oltre. 1. Il Leviatano immaginato da Hobbes, imporrebbe una lingua unica artificiale come l’Esperanto non derivante da idiomi parlati. Una nuova lingua nasce tra le persone che la condividono e si diffonde nella forma usata dal leader. Mi viene in mente la comunità che si raccoglie attorno ai GP automobilistici, dove l’effetto Ferrari fa sì che l’italiano parlato dai modenesi con accentuazioni maranellesche prevalga sugli altri linguaggi. Probabilmente, non così succederà per la gente di Fiat, dove l’accentuazione piemontese potrà cedere il passo a quella parlata a Detroit, negli Stati Uniti. Ciò vuol dire che in tema di comunicazione, ognuno tende ad usare la lingua del proprio capo e, questa proposizione, può considerarsi una tra le tante dell’ordine naturale. 2. Altri preferirebbero ripristinare le lingue naturali inculcate nelle religioni e tuttora praticate, sicché ritornerebbe l’uso del Latino come lingua colta per la matrice culturale occidentale da contrapporre all’Arabo, al Mandarino standard e all’Hindi derivante dal Sanscrito, rispettivamente nei paesi arabi, in Cina ed in India. Il destino rimarrebbe segnato per tutte le altre lingue ancorché parlate ma prive di basi letteraria e culturale di qualche consistenza. La lingua greca la cui cultura fu sopraffatta dall’Islam ed assorbita in quella umanistica occidentale, non avrebbe più rilevanza. 3. La terza ipotesi lascia spazio alla libera scelta di una seconda lingua, oltre la madrelingua, tra quelle di maggior diffusione, intendendo per essa quella più consona alle occupazioni esplicate da ciascuno. Considerate le ipotesi 2 e 3, e scartata la prima perché dovrebbe essere imposta da un inaccettabile leader universale, occorre prendere atto che qualsiasi soluzione non possa adombrare il forte legame esistente tra la storia e la cultura dei popoli. Non può esservi una buona cultura se non è espressa in una lingua pertinente ad essa. Né è concepibile una cultura – e per essa s’intende religione, filosofia ed arte – enucleata dalla storia. Basti pensare all’immondizia intellettuale prodotta dal materialismo e dal pensiero nichilista, capire che, dal degrado culturale, non esce niente di bello e di buono se il comportamento delle persone non è mondato dall’immoralità, dalla cacofonia e dalla volgare sciatteria delle rappresentazioni visive. Non parlo di contenuti, ma della forma che dovrebbe riscattare l’orrido insito nel male ed il brutto che sono realtà influenti che sconvolgono lo spirito. Le culture sono il vero motore per l’apprezzamento etico ed artistico; senza di esse la vita decade nel vacuo compiacimento passionale. In tal modo originano due specie di mali e di bruttezze: quelle oggettive, reali e tangibili che causano dolore, e quelle soggettive prodotte dal riflesso di ciò che è male e brutto sui sentimenti della persona singola e della comunità cui essa appartiene. Dante, per la Divina commedia, ma potrebbe essere anche quello di Goethe per il Faust, di Milton per il Paradiso Perduto o di Tolstoj per Guerra e Pace, di Cervantes, per il Don Chisciotte, di Rabelais per Gargantua e Pantagruel, senza dimenticarne altri più moderni come Pessoa, portoghese o Ibsen norvegese, o Kafka ceco, scrittore in lingua tedesca, o Joyce irlandese, o Saint Exupéry francese, o Borges argentino, non rappresentano un problema linguistico per le opere loro, perché, nessuno sarebbe capace di esprimere meglio ciò che hanno scritto. Il problema sta per chi non conosce la lingua usata nello scrivere e cioè per tutti noi europei, che per conoscere questi autori dobbiamo ricorrere, oltre al traduttore, anche all’interprete, per non aver dimestichezza in almeno in una ventina di lingue. Arabi, indiani, cinesi e giapponesi non hanno problemi di tal fatta come noi che abbiamo assommato una cultura immensa, partendo da un ceppo comune greco – romano – giudaico – cristiano: tutte culture che, grazie al cristianesimo, hanno toccato tutti i popoli delle attuali nazioni europee. Per noi occidentali, terminata la fase umanistica, dalla riforma protestante che interruppe il progetto europeo di Carlo Magno, ogni cultura seguì il percorso dei popoli che si andavano formando nelle nazioni del vecchio e dei nuovi continenti, per giungere ai nostri tempi in cui sembra urgente ricomporre il tutto nel dare avvio ad una grande Unione politica che, per l’Europa, concentrerebbe più di quaranta nazioni, di cui già 27 già unite dal Trattato sull’Unione europea e dal Trattato sul funzionamento dell’Unione europea entrambi firmati a Lisbona il 13 dicembre 2007. Con essi è stata istituita la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (nel testo approvato dal Consiglio europeo a Nizza l’11 dicembre 2000), che, però, non entra in vigore perché il processo di ratifica non è ancora concluso (Debbono ancora ratificare: Repubblica Ceca, Danimarca, Irlanda, Polonia, Portogallo, Svezia e Regno Unito. Attraverso referendum, il testo costituzionale non è stato ratificato da Francia e Paesi Bassi).

Considerazioni culturali A questo punto c’è da chiedersi se, quello linguistico è una realtà da gestire o se costituisca un problema a sé. Il dilemma si pone nel prendere atto che, sotto l’aspetto politico, la questione linguistica ha trovato una soluzione del tutto autonoma mirante a regolare i rapporti tra i cittadini e l’Unione. Il trattato istitutivo dell’Unione europea stabilisce, infatti, che ogni cittadino possa scrivere alle istituzioni in una delle lingue ufficiali ed averne una risposta nella medesima lingua e che tutti i documenti ufficiali siano redatti in tutte le lingue ufficiali dell’Unione, al fine di garantirne la comprensibilità. Le lingue ufficiali vengono definite dagli Stati membri e non dalle autorità di Bruxelles[3]. Trattasi di soluzione assai pragmatica che privilegia la semplicità dei rapporti tra cittadino e le istituzioni, ma prescinde da ogni considerazione di efficienza e correttezza nel sistema di comunicazione fra i cittadini. Oggi le tecnologie informatiche consentono di far miracoli, ma il rapporto resta comunque condizionato dall’esistenza di documenti di uguale contenuto ma scritti in lingue diverse dove le parole tradotte possono assumere significati ambigui. Basti pensare agli sforzi per tradurre testi scritti da autori come Saint Exupéry e Joyce. Per quei testi, spesso, il traduttore vale più per le sue qualità d’interprete che per le sue conoscenze in materia linguistica. Ora non si tratta di valutare ciò che scrive l’autore, ma di dare ai popoli dell’Europa l’uso di una lingua unica da condividere per i rapporti tra persone unite da comuni radici culturali. La soluzione adottata dall’Unione è buona solo per regolamentare la produzione dei latticini, oppure per riconoscere un marchio o dettare norme per il settore dei trasporti, ma in campo religioso, culturale, etico e giuridico, i soloni della costituente europea hanno messo i remi in barca in modo pilatesco lasciando a tutti il modo di arrangiarsi, dire e scrivere ciò che vuole considerando tutte le persone uguali davanti alla legge, nel rispetto della diversità culturale religiosa e linguistica. Orbene, il cittadino europeo, oltre ad affogare nella marea linguistica, anziché prestare maggior cura nel mantenere il proprio linguaggio vivo e protetto dagli imbarbarimenti, da una parte, ha solo l’opportunità di esprimersi per aver risposte nella stessa lingua delle richieste, dall’altra riceve solo responsi rispettosi di qualsiasi convinzione culturale, religiosa e linguistica. In poche parole, l’Unione europea non ha religione, non ha cultura, non ha lingua: non discrimina le culture, né le religioni, né le lingue perché, come scriverò più avanti, agli stati membri ed ai singoli cittadini è fatto divieto di discriminare chiunque e checchessia. L’Europa è un sacco vuoto pur rispettando tutti. Ma per essere liberi occorre vi sia qualcosa da scegliere, per scegliere occorre avere un’idea, non un’opinione! In questo modo si porta rispetto al parere, ma ci si beffa della persona che non trova conforto di un riconoscimento qualificante del proprio pensiero. Infatti, se l’istituzione non ha idee, con chi ci si misura quando, a priori, ogni confronto è vano perché i valori sono stravolti e squalificati? La nostra Europa è un’istituzione agnostica incapace di discernere il buono dal cattivo, il bello dal brutto il lecito dall’illecito. Un’Europa che lascia tutti nell’incertezza del diritto ed in balia della limbica vaghezza del buonismo di facciata detestato da tutti, tranne – per l’assenza di stimoli morali – da chi è determinato a suscitare il male. Vedo in quest’Europa, l’antitesi della libertà culturale e religiosa ed è incomprensibile come si possa aver avuto idea di ritenere la cultura e la religione del tutto indipendente dalla sua lingua. Forse esisterebbe una cultura dissociata dalla lingua che la esprime? E’ così, anziché vedere i rapporti giuridici avviarsi su accordi raccolti in testi unici, di legge o regolamento, scritti in una sola lingua, nascono tanti testi ufficiali che ognuno scrive usando l’idioma che preferisce. Di conseguenza, i dizionari si imbarbariscano con termini del tutto inutili con la certezza che, col passare del tempo, a nessuno sarà più concesso di poter scrivere con un certo rigore logico. L’aggiornamento linguistico dovrebbe riguardare solo gli effetti dell’uso di nuovi lemmi per lo sviluppo scientifico e tecnologico, mentre in materia religiosa, etica e culturale non possono, a mio avviso, essere imposte più lemmi per lo stesso significato. Su quanto trascende scienza e tecnologia, non c’é ragione di riforme linguistiche ed è per questo che il buon senso dovrebbe suggerire a tutti di ripristinare il latino nella formulazione dei testi giuridici istituzionali fondamentali ad iniziare dalla Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione, che a me non risulta sia stata tradotta in latino. Doveva esserlo, se non altro per soddisfare i milioni di cattolici europei! Con buona pace per gli autotrasportatori di scartoffie tra Bruxelles e Strasburgo in occasione di ogni riunione del Parlamento europeo, si trasferiscono tonnellate di carta perché i deputati parlanti ognuno una delle 23 lingue, possano disporre del testo di ogni atto nel proprio idioma. E non sarebbe male che a questi deputati venga richiesta la conoscenza del latino nel proporsi come candidati!

A corollario di quanto propongo, aggiungo che ogni stato dell’Unione, nell’applicare disposizioni legislative così emanate, dipende da ciò che scrive un traduttore. Non voglio entrare nel merito delle semplificazioni al riguardo attuate nella pratica, ma suppongo che ogni documento originario venga redatto nella lingua del proponente e da questo tradotto nelle altre lingue ovvero nelle poche individuate tra le più importanti: inglese, tedesco e francese. Gli altri si arrangiano, ma tutti sono nelle mani dei traduttori. Ora, a mio modesto avviso, l’uso di una lingua unica sarebbe, per tutti più vantaggioso: non perché i testi non verrebbero più tradotti, ma perché il legislatore parlante una qualsiasi lingua collaborerebbe alla redazione di un unico testo valido per tutti e non di un testo ricostruito a suo piacimento, uso e consumo.

Considerazioni antropologiche Sabato 11 novembre 2006, Romano Prodi, allora Presidente del Consiglio dei Ministri del Governo italiano, dichiarò: “Qui ormai siamo in un paese impazzito, che non pensa più al domani”! Rimasi perplesso e, per svolgere qualche altra considerazione in ordine all’uso delle lingue trascrivo l’episodio biblico della torre di Babele[4], per soffermarmi poi sulla dispersione delle genti nel mondo. “Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. Emigrando dall’oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Sennaar e vi si stabilirono. Si dissero l’un l’altro: “Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco”. Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento. Poi dissero: “Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra”. Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. Il Signore disse: “Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l’inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro”. Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra.” A mio avviso, non doveva essere la babele linguistica, la causa del malessere di Prodi ma, credo, che con una meditazione più approfondita, si possa individuare l’argomento principe cui aggrappare l’ancora nel mare della nostra memoria con l’intento di palesare il disagio che apporta la globalizzazione che politicamente sembra opporsi alla formazione delle nazioni, mentre, sotto il profilo antropologico, si sta realizzando una generale ricompattazione interetnica. Come detto più sopra, all’opposto, non si tratta di abbandonare la costruzione della torre di Babele. Ne consegue che, incontrandoci, non conosciamo più noi stessi, ci pieghiamo passivamente agli eventi con un basso profilo progettuale di vita e non riusciamo più a condividere idee perché sono decadute al rango di opinioni e non sono più chiare e forti come le credevamo. Da un giorno all’altro, una cosa buona diventa cattiva e una cosa cattiva diventa buona perché ogni suo aspetto è ritenuto ora malefico, ora benefico per qualche recondita finalità. Insomma tutti hanno ragione e torto insieme. E’ la manifestazione di un colossale insieme di torri di Babele che nasce dal relativismo e dal nichilismo: le macerie dell’illuminismo, del romanticismo, dell’idealismo e del materialismo. Dio disperse l’uomo per tutta la terra; l’uomo ha trasmigrato nei diversi millenni sino a oggi, dall’età dell’episodio biblico. Ora l’uomo si ricongiunge globalmente e ricerca un linguaggio comune, ma non basta perché il male non è quello linguistico ma quello che non riusciamo più a comunicare. Non si tratta di sapere come regolarci per mangiare un panino da McDonald’s ma Saper dire Chi sono all’Altro e, in pari tempo, far capire Chi sei all’Altro. Non conoscendoci, ignoriamo per chi e per cosa stiamo al mondo, corriamo il pericolo di rimanere per sempre estranei anche a noi stessi perché abbiamo esaurito i valori della vita e perché noi tutti, come correttamente ha dichiarato Romano Prodi, viviamo in un paese impazzito, che non pensa più al domani[5]. Concordia: parola in disuso!

[1] Significa “contorto”; “avvolto”; in lingua ebraica Livyatan, ebraico tiberiense Liwyāṯān) è il nome di una creatura biblica. Si tratta di un terribile mostro marino dalla leggendaria forza presentato nell’Antico Testamento. Tale essere viene considerato come nato dal volere di Dio   (testo da Wikipedia)

[2] Dati provenienti dalla pubblicazione “Lingue del Mondo” di Ethnologue 16^ Edizione 2009. E’ interessante notare che lo stesso numero di Lombardi e di Napoletano – calabresi parlano una seconda lingua; evidentemente non tutti l’italiano.

[3] Attualmente le lingue ufficiali dell’Unione Europea sono 23 in rappresentanza di 27 Stati membri. Accanto alla lingua è indicato lo stato richiedente: Bulgaro: Bulgaria; Ceco: Repubblica Ceca; Danese: Danimarca; Estone: Estonia; Finlandese: Finlandia Francese: Francia, Belgio, Lussemburgo; Greco: Grecia, Cipro; Inglese: Regno Unito, Irlanda, Malta; Gaelico: Irlanda; Italiano: Italia; Lettone: Lettonia; Lituano: Lituania; Maltese: Malta; Neerlandese: Paesi Bassi, Fiandre (Belgio); Polacco: Polonia; Portoghese: Portogallo; Rumeno: Romania; Slovacco: Slovacchia Sloveno: Slovenia; Spagnolo: Spagna; Svedese: Svezia; Tedesco: Germania, Austria, Lussemburgo, Provincia autonoma di Bolzano (Italia), Belgio; Ungherese: Ungheria. Oltre alle lingue ufficiali esistono tre categorie di lingue regionali o minoritarie: lingue specifiche di una regione che può trovarsi in uno o più Stati membri, come basco; bretone; catalano; occitano; frisone; ligure; sardo; gallese; galiziano; friulano; napoletano [4]

[4] Esodo 11; 1-9

[5] Questo capitolo, rispecchia il contenuto di un mio post preceduto da altri tre intitolati in modo assai stravagante ma proprio alle anomalie insite nel funzionamento di certi organismi istituzionali, rispettivamente allo Specialismo, all’Antispecialismo e al Generalismo.

Featured image, Torre di Babele, dipinto di Pieter Bruegel del 1563


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