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Tema: Chirurgia dell'abisso

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Tema: Chirurgia dell'abisso

Anna Block

La tensione è precaria. Le mie mani subiscono il potere di tanti fattori inquietanti patendo la stessa confusione che annebbia la mente di chi sta per tagliare il filo sbagliato dell’innesco. Cammino a stento, nel senso che mi muovo a tentoni, tastoni, tastini, gomitate, ginocchioni, gattoni, rampini, tra le le strisce pedonali di una città grigio/verde simile alla mescuja che ti lascia il kebabbaro, anche quando hai sottolineato che non la vuoi. Però cammino. A riscaldarmi ho un copricapo in lana nera, uno scaldacollo in pile grigio, una felpa nera Marshall con cappuccio. Sotto la felpa una maglia nera con su scritta una citazione (Ubik, Philip K. Dick, 1969, nda) che esclama ‘Io sono vivo, voi siete morti’. A mantenere gelate le mie gambe ed i miei piedi, dei jeans molto scuri e degli stivali da motociclista. Ho dolori ovunque. Un uomo mai visto in vita mia si avvicina e mi confida: «Questa è la mia ultima giornata. Oggi compirò il gesto estremo, io non ce la faccio più. Ecco, te l’ho detto». Io gli rispondo «Ah, sì? Ok», guardandolo negli occhi, privo d’emozione o di consona espressione facciale. Passeggiando per la stazione trasformo il rimorso nella convinzione che quell’uomo volesse estorcermi dei soldi. Probabilmente ha già fatto questo gioco ad altre persone e gli è andata bene. Le gote tremanti, le pupille dilatate, sudorazione accelerata: l’affascinante ritratto di un uomo che scappa via.
«Non è l’esplosione, ma l’idea vera e propria, a deteriorare. Una calibro .50 ti sfonda il cranio grazie ad una semplice pressione: boom, game over; l’abbandono ti pianta i semi nella pancia e ti tortura finché, sazio d’emozioni, imbocchi una delle due strade: il ritorno e la partenza. Cos’è peggio, allora? Il boato o il silenzio? Il peso o la colpa? Ahh, tu non lo capirai mai». Parole che non ho mai detto, scritte con un bastone sulla sabbia verde dei miei occhi. Le dita gelide schiacciano il bulbo oculare, anestetizzando il mio mal di testa. Il letto morbido e vuoto mi irrita. Io mi irrito. Le dita ormai scottanti rilasciano il bulbo oculare, le vene tornano a pompare sangue incazzato per le strade del centro. E domani devo versare cinquecento euro in banca altrimenti succede un casino. Apro gli occhi a delle chiazze di grigio, allungo la mano verso il telefono e digito il numero di casa. «Ciao mà, tutto bene? Avete cenato? Sì, dai, qui tutto bene. Fa un freddo cane, siamo a menouno. Sì, solo un po’ di mal di testa. Dovrei tornare domani, anzi, fa una cosa bella, dì a papà di iniziare a chiamarmi alle sei del mattino, sì, che tanto lui porta Paolo al lavoro. E che voleva? Ancora?! Ma il versamento è stato fatto! Oh, dio, non ti ci mettere pure tu. Sì, certo, certo. Ma se t’ho detto che è ok! Guarda, ho avuto una giornata complicata, vado a cena e poi dritto a letto. Sì, sì, buonanotte».Una testa se ne va. Un compleanno si fa sentire. Un giorno si riscrive. La mancanza si riempie. Una banca rincorre. Il bicchiere si svuota. Le tempie si raffreddano. Il cuscino si riscalda. I capelli si tingono. Le abitudini si estinguono. Le risate si stropicciano. I maglioni si allargano. I seni si sognano. Le fughe pure. I letti si scombinano. Le coperte si condividono. I concerti si gridano. Le stelle si uniscono. Le foglie si piegano. Le ore si aspettano. Le mani tremano. I semi crescono. Gli occhi si chiudono. Le luci spariscono. Il soffitto si schiude, nero, come l’ombra profonda delle mie mani vuote.Antonio Siddiolo

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