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Testimonianza di un paziente

Da Psicoterapeutico
Testimonianza di un paziente

solitudine

E’ difficile descrivere quello che sento.
Ma è come essere priva di difese e trovarsi nel pieno di una battaglia batteriologica.
Mi sento come una goccia di olio in una bacinella d’acqua, posso essere mischiata dentro ma non mi amalgamerò mai veramente e completamente.
Cerco di guardare dentro me stessa ma ci trovo solo caos, dolore, tristezza e voglia di lasciarsi andare nell’oblio.
Mi sento spesso in balia dei miei pensieri e li lascio fare solo perché ho perso la strada e ho la necessità di prenderne una, giusta o sbagliata – vera o falsa che sia, ma solo per sentire di nuovo qualcosa di concreto sotto i piedi. Allora mi abbandono per qualche istante a loro, ma poco dopo capisco che non è la scelta giusta e ritorno nel mio limbo. In attesa. Stando seduta sul mio dolore.
Ho paura di non guarire da questa ansia che mi avvolge, che non mi fa prendere decisioni e non mi lascia vivere i miei desideri. Di non riuscire a chiudere il cratere che si è formato nella mia anima.
A volte lo sento di più di altre.
A volte mi manca il respiro (e talvolta spero sia la volta buona che chiudo gli occhi per non riaprirli più) da quanto dolore, improvviso, mi infligge. Posso spiegarlo solo paragonandolo ad un momento preciso delle montagne russe. Quando arrivi pian piano in cima e poi ti scaraventano alla massima velocità giù in picchiata. La sensazione è quella. Come se dentro di me si creasse un vuoto, un buco, che non mi permette di respirare normalmente. Ma invece d’essere la gravità o l’adrenalina è la depressione.
Ogni volta è come se mi togliessero un pezzettino di cuore e di felicità per non restituirmeli mai più.
Ed è per questo che ogni giorno è sempre più difficile sorridere. Ma, al contrario, è molto più semplice soffrire, per qualsiasi piccola cosa.
Sono così sola, confusa e fragile.
Mi rendo conto che la mia fragilità è spesso causata dalla solitudine. Non ho un carattere dominante, proprio per niente, anzi, ogni volta che propongo una mia idea mi sento in colpa, come se la stessi imponendo e ho paura che se la cosa proposta andasse male poi ce l’avrebbero tutti con me. Questo, quindi, genera accondiscendenza nei confronti degli altri per far sì che mi rimangano accanto, anche per pochi attimi.
Ma quella persona in fin dei conti non sono io e questo crea in me confusione. Voglio essere amata esattamente per quella che sono ma ho paura di rivelarmi perché ho la certezza che nessuno amerebbe la vera me.
Ma non è tutto così semplice.

Perché è difficile descrivere quello che provo.
Non è esattamente dolore, né tristezza o inadeguatezza.
Provo solo un gran vuoto.
Non ho appetito, non ho voglie, spesso ho dei forti dolori di stomaco e continuo seno di fiacchezza, stanchezza, sonno.
Dormirei, dormirei sempre, o per sempre…
Il mio corpo cammina fianco a fianco alla mia ansia e alla mia depressione. Difficilmente fa quello che vorrei facesse. Mi abbandona, cede spesso ma non si spezza. E’ come portarsi dietro un rottame che non puoi buttare perché, alla fin fine, è ancora funzionante e nessuno te ne darebbe uno in cambio.

Mi rendo assolutamente conto, dopo un’intera pagina già scritta, che è veramente difficile descrivere quello che sono.
Indubbiamente sono la causa di tutti i miei mali e, come si dice, la peggior nemica di me stessa.
Non tengo a me, proprio per niente. Non mi voglio bene. Non credo, nel mio conscio e inconscio, di potercela fare in nessun campo. Vorrei tanto esserlo, ma non credo d’essere speciale (forse solo nelle cose brutte) e alla domanda “Quali sono i tuoi pregi” io non saprei dare risposta e non perché pecco di modestia, ma solo perché non ne vedo.

Rileggendo queste righe non sono stata molto brava a esporre le mie paure, esprimere la mia tristezza, delineare i miei stati d’animo e descrivere il mio vuoto interiore.
Ma penso che basti guardarmi veramente negli occhi per capire.


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