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The Elephant Man (di D. Lynch, 1980)

Creato il 22 gennaio 2013 da Frank_romantico @Combinazione_C
The Elephant Man (di D. Lynch, 1980)
Eccomi qua, dopo una (non tanto) lunga pausa dal blog. E' da sabato che non scrivo ma sono giustificato, uno perchè avendo trovato lavoro non ho avuto più una mattinata (e anche un pomeriggio) libero per scrivere, due perché allo stesso tempo sono riuscito ad ammalarmi e a star abbastanza male da non riuscire a farlo nonostante il week-end. Ma da oggi si torna a lavoro anche qui. E quale miglior film per tornare a scrivere su Combinazione Casuale se non uno di David Lynch? Tra l'altro qualche giorno fa è stato il compleanno del maestro e anche se un po' in ritardo ho deciso di festeggiarlo parlando di uno dei suoi capolavoro meno weird ma di una potenza emotiva e drammatica indescrivibile: The Elephant Man (1980).
John Merrick, con il cranio orrendamente deformato a causa di una malattia, è usato come attrazione in un circo. Viene salvato da un medico che lo introduce nella Londra vittoriana, dove la sua situazione di "diverso" non cambia... (tratto da filmscoop.it)
Ambientanto in una fumosa e crudele Londra vittoriana, tra scherzi della natura, pieno illuminismo medico e scarsa carità cristiana, The Elephant Man è il secondo lungometraggio di David Lynch. La sceneggiatura del film, scritta da Eric Bergen e Christopher de Vore e basata sui libri The Elephant Man and Other Reminiscences di Sir Frederick Treves e The Elephan Man: A Study in Human Dignity di Ashley Montagu, arrivò tra le mani di Lynch attraverso il produttore e amico Stuart Cornfeld dopo il rifiuto del primo regista a cui era stata sottoposta: Terrence Malick. Lynch, che tre anni prima aveva già diretto il suo esordio e capolavoro weird Eraserhead facendosi notate nel mondo del cinema underground e di quello degli spettacoli di mezzanotte. Al contrario di Malick non si fece sfuggire l'occasione. Lo script del biopic ispirato alla vita del deforme Joseph Merrick lo colpì prepotenentemente tanto che il buon David, dopo aver rimesso mano al copione modificandolo a suo uso e consumo, accettò di buon grado di girarlo. La sceneggiatura arrivò poi nelle mani di Mel Brooks, da poco affacciatosi come produttore nel mondo del cinema, che decise di dar vita al progetto. Quel che ne venne fuori fu un'opera caratterizzata da un cast stellare (Anthony Hopkins, John Hurt e Anne Bancroft), da un uso del chiaro/scuro artistico tra fiaba, poesia e un post-industriale tanto vivo quando arido e da una poetica drammatica che parla della deformità tanto dell'anima quanto del corpo in maniera mai brutale ma anzi, delicata e per nulla voyeristica - lo stesso volto del "mostro" verrà presentato solo dopo un gioco di attese e vedo/non vedo.
The Elephant Man (di D. Lynch, 1980)
Primo film di Lynch ad essere candidato per ben otto premi oscar (Miglior film, Migliore attore, Migliore scenografia, Migliori costumi, Miglior regista, Miglior montaggio, Migliore colonna sonora originale e Miglior sceneggiatura non originale - ma non ne vinse neanche uno) The Elephant Man è uno di quei film del regista ad essere considerato lontano dal suo stile, quasi una parentesi nel suo personale percorso. Ovviamente non è così se si considerano alcune sequenze oniriche (quella dei titoli di testa e il finale, soprattutto) e l'inquietante atmosfera di fondo, oscura e malsana, caratterizzata da un bianco e nero soffocante che ricorda il precedente lavoro del regista. In germe in oltre scopriamo una delle ossessioni che sarà tanto cara al nostro: il mondo visto come una superficie da perforare per arrivare al senso delle cose. Lo stesso uso della musica (scelta dal regista, qui anche curatore del suono e direttore musicale) rimanda a quelle che saranno le scelte future dell'artista americano, seppur non ancora ai livelli di Velluto Blu, dove è evidente l'effettiva svolta personale (come se le opere precedenti non lo fossero state) del regista. 
La storia dell'uomo elefante, pur nelle inesattezze storiche - tipiche del biopic - e nella neccessità di essere un film d'ampio respiro, uno di quelli "importanti" e costosi, è uno dei più grandi capolavori del cinema contemporaneo, paragonabile per potenza immaginifica al cult Freaks di Tod Browning. A differenza però di quest'ultimo, Lynch non cerca la spettacolarizzazione né tanto meno di sconvolgere lo spettatore utilizzando trucchi o mezzucci. Trattando la storia con delicatezza senza rinunciare a colpi allo stomaco, agli occhi e al cuore, Lynch decide di concentrarsi sul dramma di un uomo guardato tanto con gli occhi della compassione quanto con quelli della paura o del disprezzo. Tutti sguardi dolorosi in attesa di quello della comprensione. Un film sulla diversità che si rivela poetico sguardo sull'essere umano, in grado di essere mostruoso al di là del proprio aspetto e spesso e volentieri incapace di andare oltre l'apparenza, la stessa che poi sarà centro nevralgico della poetica di un Maestro.
The Elephant Man (di D. Lynch, 1980)

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