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The Freak’s Note Collection Speciale Radiohead

Creato il 23 settembre 2012 da Thefreak @TheFreak_ITA

There was nothing to fear and nothing to doubt (Pyramide Song – Radiohead)

Roma. Un prato, un palco, una massa di persone sparse e in attesa, pacate, rilassate, che consumano panini e birra, discorrono reciprocamente, si guardano intorno, osservano.

Ippodromo le Capanelle, come se non ci fosse un civico 1245 della Via Appia, Appia Nuova s’intende, a chilometri di distanza da tutto quello che richiama romanità e scavi archeologici, anche se si respira aria di fresca primavera…eppure è appena scoccato l’agrodolce autunno.

Rimaniamo concentrati. L’evento in questione è il concerto di un gruppo, il cui semplice digitare il nome vale una sterminata biografia in salsa Wikipedia, perché il gruppo porta “quel” nome: RADIOHEAD.

Dei Radiohead è stato detto tutto, o quasi. La loro musica ha segnato e formato un’intera generazione, con 20 anni di brani, andando a coprire dal britpop all’elettronica, con contorni jazz, musica classica, psichedelie momentanee,  “krautrock”, ottoni, archi e musica sperimentale.

Alcuni dei loro brani sono presenti nelle classifiche dei migliori pezzi del secolo, hanno influenzato altri artisti, si sono aggiudicati cover e il cinema li corteggia puntualmente per farsi forgiare le colonne sonore o solo per ambire a utilizzare un brano o due.

E in una scala che comprende all’apice tutti coloro che conoscono ogni singolo disco, le biografie di ognuno dei componenti, osanna la loro genialità e disprezza ogni tentativo di plagio altrui, per finire con il taxista delle 3.05 di notte che non aveva la minima idea di chi fossero i Radiohead e si è limitato a rispondere: non mi sembra di conoscerli, posso affermare che Tbom York e compagni non sono musicisti per tutti.

Non sono alla portata di tutti, e non c’è del razzismo radical chic in questa affermazione, ma una semplice costatazione che prescinde dal gusto personale.

Spiego meglio. I Radiohead non fanno musica pop e ci siamo, ma hanno attinto da ogni genere di musica, e hanno inventato il loro stile. Che è uno stile che va oltre l’aspetto prettamente musicale.

È uno stile intimo, interiore, viscerale, arterioso.

È lo stile di chi sente la loro musica pulsare dentro, poiché hanno scoperto circa la necessità di “ascoltarsi”, ascoltare tutto quello che suona dentro il corpo, che pervade la mente, che circoscrive il cuore.

Non è musica da parrucchiere. Perché è musica da scavatori di Io.

Non è musica che concede risposte a domande puntuali. È musica che ripropone dannatamente nuove domande. Musica per viaggiatori di lati oscuri, lati nascosti, di psiche affannosa, da contorsionismo emotivo.

Ascoltare i Radiohead apre inevitabilmente profondi crateri interiori, disarmando ogni nostro tentativo di preservarci e mantenere salva l’apparenza corporea,  come se fossimo immuni da sconvolgimenti e messe in discussione, salvi da ogni turbamento, e intanto la musica si è già insediata, il cervello assapora il tocco infetto e in procinto di espandersi, ogni sinapsi sembra sconvolta e schizza impazzita, ogni molecola va a perdere il nucleo, e ogni ragion d’essere pienamente serafici va a sgretolarsi lentamente come una maschera di gesso all’avvento delle prime crepe.

Nudi, senza maschere. Fragili e confusi, persi dentro un viaggio di cui non riusciamo a pianificare la direzione né la resa finale.

E il concerto che si è tenuto ieri a Roma ne è stata la meravigliosa e impudica manifestazione di quel caos raffinato e schietto che York e compagni hanno saputo perfettamente realizzare, in 2 ore ininterrotte in cui non esistevano più i luoghi, le sagome umane, le menti razionali, i complimenti per la trasmissione.

Le tracce del loro ultimo lavoro, The King of Limbs, hanno dominato lo spettacolo, com’era giusto che fosse, ma l’atmosfera unica, che alternava brividi sotto pelle a mani e gambe che si muovevano vorticose e leggere, trafitte dai ritmi rock, l’ha resa meravigliosamente l’esecuzione di brani quali Pyramid song, Idioteque, Everything in its right place, Paranoid Android, I might be wrong, per non dimenticare l’emozione virulenta che ha determinato l’interpretazione di brani come Nude e House of Cards, del penultimo album In Rainbows.

Un commento a parte merita la straordinaria esecuzione con la sola chitarra acustica di Exit Music. Il primo accordo, le luci blu cobalto provenienti dal palco in cui erano disseminati piccoli schermi un po’ ovunque quasi come a rendere specchi che riflettevano i musicisti, ha creato un momento dalla magia rarefatta e surreale, diffondendo un silenzio quasi tombale tra tutti, in un sussulto malinconico ed emozionale, di cui è quasi impossibile narrare con parole esatte.

Rasenti la perfezione, i Radiohead hanno appagato e soddisfatto a 360° gli estimatori strutturali (quelli che curano ogni commento  circa l’aspetto musicale più tecnico, quindi strumenti, arpeggi, sonorità) che stimano il gruppo alla luce del mix complessivo di musica, parole, ed “ego” splendidamente sublimato.

Diversamente, hanno scontentato gli estimatori di primissimo pelo (cioè quelli che prediligono indistintamente Radiohead, Thirty second to Mars, Oasis, per semplici apprezzamenti derivanti da passioni da Gossip Girl o Twilight) per non aver suonato i loro pezzi più famosi come Creep o Karma Police. Dispiaciuti per tanto diniego, consigliamo loro di consolarsi con un deprimente giro su Youtube.

Consapevole di aver fatto parte di un evento di queste dimensioni e autocompresa nel primo gruppo di “fans”(che parola orribile),  per ragioni primarie legate a un’eccellenza musicale che non è possibile smentire, ma soprattutto per questioni di “Io” in movimento e spiccata tendenza di estrapolazioni di lati oscuri, fin troppo chiari, non potevo non dedicare la Freak’s Note di questa settimana ai Radiohead, e quindi raccogliere e ricreare una carrellata di brani che possano tributare il loro eccelso talento e la loro piena bravura.

I Freak’s hanno contributo alla scelta dei pezzi e l’influenza del concerto “live” ha permesso le giuste integrazioni del caso, e ogni parola ulteriore parrebbe superflua rispetto alla  certezza artistica che i Radiohead rappresentano, nonché la meraviglia emotiva che riescono ripetutamente a offrire.

Buon ascolto, e ricordatevi

 

So don’t get any big ideas; They’re not gonna happen. You’ll go to hell for what your dirty mind is thinking. (Da Nude)

 

Everything in its right place

 

Lotus Flower

 

Idioteque

 

The Tourist

 

Nude

 

High and Dry

 

Weird Fishes/Arpeggi

 

Pyramid Song

 

House of Cards

 

Paranoid Android

 

Fake plastic trees

 

I might be wrong

 

Exit Music


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