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The Hobbit – The desolation of Smaug (2013). O dei michelangeli del digitale.

Creato il 06 aprile 2014 da Rosebudgiornalismo @RosebudGiornali
Tolkien_1916-2di Rina Brundu. Straordinario! Decisamente migliore di The Hobbit – The unexpected journey (2012), cioè della prima parte della trilogia fantasy – tratta dal romanzo The hobbit (1937, prequel a The lord of the rings, 1954-1955) di J.R.R. Tolkien – che Peter Jackson sta portando sul grande schermo. The Hobbit – The desolation of Smaug (2013) propone una seconda avventura di Bilbo Baggins, dei suoi tredici compagni nani capeggati da Thorin Scudodiquercia e dallo stregone Gandalf il Grigio – ancora impegnati nella ardimentosa “quest” di riconquistare il regno di Erebor e il suo immenso tesoro dalle grinfie del terribile drago Smaug – che, nella sua resa digitale, è davvero spettacolare.

Davanti a questi risultati, ovvero ad un “tessuto” elettronico di primissima qualità, puntellato da costruzioni e ricostruzioni di sfondi, paesaggi, characters epici mirabili, atmosfere da tempi edenici che incantano, inquadrature che creano significato e “spessore”, nonchè rafforzato da una sceneggiatura splendida quale è quella proposta dallo stesso Jackson, da Fran Walsh, Philippa Boyens, Guillermo del Toro, non resta che parlare di infiniti momenti di “poesia”. Di Joe Letteri, Eric Saindon, David Clayton, Eric Raynolds, delle loro squadre di sviluppatori di software, che hanno ricevuto la nomination agli Oscar 2014 per i migliori effetti speciali, dei loro colleghi che hanno lavorato alla trilogia The Lord of the Rings  (una produzione, quest’ultima, dove si è davvero toccato l’apice nella magistrale arte degli special-effects) - e in numerosi altri capolavori resi tali dalla magia proiettata sullo schermo da questo particolarissimo tocco geniale -, non è esagerato dire che siano i veri michelangeli del nostro tempo, cioè coloro che riescono a trasformare un ideale muro vuotato di tutto in un affresco brillante che verrà ammirato da infinite generazioni future.

Again, non è una esagerazione: questa è arte a tutto tondo, la vera arte del nostro tempo! Non è infatti nella letteratura, nella poesia, nelle improbabili produzioni della scrittura online, tra le pagine di Facebook o di Twitter, che si misura la capacità artistica geniale della nostra epoca e tutta la sua potenza creatrice e ammaliatrice, quanto piuttosto in queste praterie, in questi “spazi” ancora vuoti, in questi “territori” liberi riservati ai pochi artisti eletti veramente a loro agio con le dinamiche della tecnologia cutting-edge. C’è qualcosa di stupefacente nella forza visionaria di questi spiriti talentuosi che sono riusciti a portare sullo schermo, e quindi a dare consistenza visiva “reale” alla fertile immaginazione di J.R.R. Tolkien, senza soggezione alcuna. C’è qualcosa di stupefacente, qualcosa di didattico e qualcosa di veramente “humbling” (come non sentirsi piccoli piccoli?), qualcosa che dà speranza e qualcosa di esteticamente ed eticamente valido.

Elementi questi che hanno portato insieme il plauso della critica di mezzo mondo e un incasso al botteghino tra i più alti della storia del cinema. Tutto ciò mentre il drago Smaug, incautamente liberato dai nostri eroi, dentro un silenzio solenne quale può essere solamente il silenzio che ci piace creare per ascoltare il battito del nostro cuore preoccupato, vola verso la città con piena coscienza di quella che è la sua vera essenza: “I am fire, I am death” (io sono fuoco, io sono morte). O delle “chiusure” che sono climax capaci di produrre catarsi oltre la durata del play, oltre la durata della rappresentazione, fino all’uscita del prossimo episodio che completerà la trilogia. E più in là, fino a quando ci saranno spiriti in grado di ammirare quest’arte bellissima, unica, capace come poche altre di preservare il “bambinello” wordsworthiano in noi, l’arte dei michelangeli del nostro tempo.

Featured image, John Ronald Reuel Tolkien (Bloemfontein, 3 gennaio 1892 – Bournemouth, 2 settembre 1973)


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