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The Tree of Life

Creato il 17 maggio 2011 da Taxi Drivers @TaxiDriversRoma

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Quello di Terrence Malick è un tipo di cinema che come nessun altro è capace di sommergere letteralmente lo spettatore con un flusso inarrestabile di emozioni, lasciandolo senza parole e fiato in piena apnea. Un cinema capace di attrarre e respingere lo spettatore, cullarlo e abbandonarlo allo stesso tempo, così alto e complesso nelle tematiche e nella genesi creativa da diventare persino inaccessibile. Un cinema quello di Malick che si carica di significati “altri” rispetto alla mera superficie delle cose e degli eventi, che si nutre di poesia allo stato puro, di simbolismo e metafore, di Arte nel medesimo istante in cui la genera. Un cinema quello di Malick che non ha avuto mai bisogno della narrazione per raccontare, della parola per spiegare e delle immagini per descrivere. Un tipo di cinema che non ha mai avuto bisogno di un’ossessiva continuità produttiva, ma solo di pochi e profondi “respiri” per crescere e diventare grande. Per questi motivi ogni film firmato dal regista statunitense è e sarà sempre un oggetto misterioso, difficile da metabolizzare e impossibile da analizzare fino in fondo.

The Tree of Life è il quinto “respiro” cinematografico in quasi quarant’anni di carriera di un regista che ha preferito l’isolamento mediatico e la voluta lontananza dallo star-system a stelle e strisce per dare vita ad una filmografia che non si è mai piegata a compromessi, nemmeno quando la logica di un ritorno sul grande schermo dopo anni di silenzio bussava prepotentemente alla porta di casa (tra I giorni del cielo e La sottile linea rossa ci sono infatti vent’anni di distanza). Un’opera, che come le quattro precedenti, è figlia dell’urgenza e del bisogno di esprimersi da parte del suo autore, non per il gusto di doverlo fare per forza perché sono il momento storico, la cronaca, la Società o ancora peggio il mercato cinematografico, a richiederlo.

L’ultima fatica del cineasta texano classe 1943, presentata in concorso al Festival di Cannes, potrebbe a prima vista apparire al pubblico e agli addetti ai lavori come un compendio del suo cinema, nel quale Malick sembrerebbe aver riversato temi e stilemi chiave della sua Arte, ma non è così. Si tratta piuttosto di un nuovo capitolo di un romanzo cinematografico che sta scrivendo lentamente, nel quale riprende le fila di un discorso mai interrotto. Di conseguenza è possibile rintracciare in maniera chiara o flebile temi e stilemi ricorrenti che si incrociano e si susseguono a random: dalla disperazione e la solitudine dei personaggi all’intensa e complessa riflessione sulla natura, quest’ultima contemplata ma impassibile di fronte al dramma umano. C’è la costruzione di un racconto che si appoggia alle emozioni, alle sensazioni e alla contrapposizione tra odio e amore, vita e morte, silenzio e rumore, paradiso e inferno, carezze e violenze, sorrisi e lacrime. C’è la voce narrante e la riflessione mnemonica che emerge sul soffiare del vento tra i rami degli alberi e l’infrangersi delle onde sulla sabbia, così come c’è l’eleganza formale mai figlia del manierismo di inquadrature che sono composizioni pittoriche in movimento che lasciano estasiati. C’è il gioco dei riflessi sulle superfici solide e liquide che rispecchiano l’interiorità dei personaggi, quest’ultimi osservati e seguiti dalla macchina da presa di Malick con linee chirurgiche o fluttuanti, in una sorta di danza di corpi e anime ora in azione ora in attesa che il destino si pronunci. Così come nel folgorante esordio del 1973 dal titolo La rabbia giovane, lirica rilettura di una fuga omicida da parte di due giovani sbandati, e nei successivi I giorni del cielo (1978), La sottile linea rossa (1998) e The New World (2005), anche qui l’opera si regge su queste tematiche ricondotte allo stato embrionale e alle rispettive radici. Tutto è comunque riportato ad una visione che sa essere empatica ma anche tremendamente razionale, una visione che miracolosamente può apparire spirituale, ascetica, teorica, laica e persino scientifica.

Attraverso l’epica di una famiglia come tante del Midwest degli anni Cinquanta, formata da tre figli, da un padre (un inedito e partecipe Brad Pitt) severo ma capace di improvvisi slanci di affetto che insegna loro il rispetto e lo stare al mondo e di una madre amorevole (un’intensa Jessica Chastain) che prova invece a trasferirgli grazia, bellezza, condivisione e gioia di vivere, Malick prova a raccontare la nascita dell’universo. Usa un piccolo nucleo famigliare, un focolaio domestico come tela sulla quale dipingere un affresco che ritrae il presente e il passato di miliardi di esistenze, un affresco nel quale il tempo si azzera fino a diventare relativo, pura astrazione come nel poetico epilogo dove i flussi temporali si fondono in un non-luogo dove vita e morte diventano una cosa sola.

In The Tree of Life c’è tutto e allo stesso tempo c’è il niente, c’è il suo modo di vedere le cose, di interpretarle, farle sue, scomporle e poi restituirle alla platea di turno attraverso immagini sublimi e suoni evocativi che si perdono in interminabili momenti di stasi. Nel film non c’è una storia vera e propria che viene sviluppata drammaturgicamente, non c’è originalità nelle vicende raccontate, ma una serie di concetti sui quali Malick riflette, si confronta e si scontra, si interroga almeno quanto i personaggi che appaiono sullo schermo (Dio, la religione, la fede, il mistero della vita, la natura), fino a costruire uno scheletro di uno script che ha la valenza di un working progress. Insomma, un fiume di parole dette e non dette, di pensieri e flussi di coscienza, di suoni e silenzi tanto assordanti quanto impercettibili, di immagini che sanno essere di volta in volta oniriche e tremendamente reali, un fiume che scorre fino alla foce, fino a penetrare nella mente e nel cuore di chi decide di lasciarsi sopraffare dalla corrente.

Francesco Del Grosso


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