Magazine Diario personale

tratto da “La gioventù assurda”, di Paul Goodman, trad. Enza Franceschi Vaccarello, ed. Einaudi

Da Cucinaedintorni

tratto da “La gioventù assurda”, di Paul Goodman, trad. Enza Franceschi Vaccarello, ed. Einaudi

di Paul Goodman

Sfiduciati i quindicenni gironzolano e non fanno assolutamente nulla: non lavorano né giocano. Senza una prospettiva valida, senza nulla che lo giustifichi, lo sport organizzato della Police Atlhetic League è privo di interesse, non è loro. Non fanno i compiti, perché aspettano soltanto che la scuola finisca, ed è difficile per loro, come vedremo, procurarsi impieghi a mezza giornata. In realtà i giovani (e non solo i giovani delinquenti) passano ore e ore a non far nulla. Vanno a zonzo in gruppo, ma non parlano di nulla; e se osservate i loro visi, vi accorgerete che non partecipano neppure passivamente alla vita che si svolge intorno a loro. Al cinematografo, invece, dove la vita reale è elusa, essi seguono assorti l’azione, e poi magari imitano quello che hanno veduto.
Se non c’è nulla di valido, è ben difficile fare qualunque cosa. E quando uno non fa nulla, si sente minacciato dalla domanda: sono io nulla? Di fronte a questo dubbio ingiurioso ci si rifugia in un sistema di valori incentrato sulla maturità minacciata e sulla presunzione difensiva. Si tratta della cosiddetta “virilità minacciata”, non nel senso di non volersi paragonare a una femminuccia, ma nel senso di non voler essere chiamato “ragazzo” (per i negri boy è un insulto). A ciò si accompagna una coazione continua a dimostrare il proprio valore e ad esigere la stima altrui. Il ragazzo non si stanca di affermare appassionatamente di valere “non meno di chiunque altro”, di non essere più inutile, stupido o codardo. Per esempio, se gioca una partita l’interesse al gioco è scarso: egli guarda altrove se la palla viene servita, si distrae facilmente, fuma sigarette anche quando gioca a handball. L’interesse nella vittoria è incredibilmente scarso: non c’è una gran passione di amor proprio. Ma è imperioso il bisogno di riconoscimento altrui: “Ti ho vinto eh? E ho vinto anche la settimana scorsa, vero?”.
Durante l’infanzia ci metteva passione, dandosi al gioco anima e corpo, perché il gioco era l’occupazione principale di quell’età. Era un modo di farsi e di trovarsi nel mondo. Ora che è troppo vecchio per giocare soltanto, a che cosa darà tutto se stesso? Non può giocare per riposarsi dal momento che non ha fatto nulla.
Questo sforzo di dimostrazione del proprio valore non ha fine. Ogni attività essendo priva di interesse, il suo valore non si approfondisce e non sopporta di essere ripetuta a lungo. Il tali circostanze, la tendenza inevitabile è ad alzare la posta dell’inutile attività coatta, che deve provare che uno è potente e non inutile.


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