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"Twin Peaks? Un grandioso esperimento di Televisione Gnostica"

Da Risveglioedizioni

Siamo senza dubbio in un’epoca di ritorno del mito. Mai come prima nella storia dell’uomo, infatti, l’industria culturale si è data tanto da fare nella creazione di storie. La serialità televisiva in particolare ci ha abituati negli ultimi vent’anni a un ritmo sempre maggiore di nuove narrazioni, a volte anche superficiali ma il più delle volte complesse e profonde. L’industria americana in questo campo non conosce eguali ed è interessante che tra le serie più interessanti che hanno segnato la storia delle televisione degli ultimi anni si trovino quelle che attingono all’immaginario cristiano o che rileggono alcuni temi teologici fondamentali: Lost, Battlestar Galactica, Six Feet Under e così via. Il fenomeno trova spiegazione in parte nel retaggio della stessa identità americana, ma in generale si osserva che i richiami espliciti al religioso e al soprannaturale si fanno più forti nei momenti di crisi, quando si cerca un senso al di là delle cose, quando i valori tradizionali vacillano.

Gnosticismo di ritorno
In questo senso il fenomeno della serialità televisiva contemporanea trova un parallelo storico nello gnosticismo, movimento ereticale esploso nel secondo secolo dopo Cristo. La gnosi, infatti, fu un fenomeno prevalentemente narrativo in cui le diverse sette espandevano l’immaginario ebraico-cristiano per creare narrazioni di carattere mitico e magico-esoteriche, per spiegare l’origine del male ed elaborare di conseguenza vie per la redenzione personale. Nella storia della serialità televisiva la forza dirompente del mito fa irruzione certamente con Twin Peaks, serie ideata da Mark Frost e David Lynch.[1] Fu trasmessa in due stagioni dall’aprile del 1990 al giugno del 1991, incollando allo schermo più di 34 milioni di spettatori in tutto il mondo e creando i presupposti per la serialità televisiva del nuovo millennio. Lynch girerà anche un film prequel, Fuoco cammina con me (1992). La serie incarnava lo spirito dell’America dagli anni Novanta, dove «il soprannaturale e il fuori dal comune si insinuano con forza nell’immaginario collettivo e il genere fantastico si impone come chiave di lettura privilegiata per interpretare una realtà frammentata e difficilmente codificabile».[2] Twin Peaks, infatti, parte come una normale serie investigativa, con le indagini attorno all’omicidio della giovane liceale Laura Palmer nella piccola e ordinaria cittadina che dà il nome alla serie, ma dietro alla morte di Laura si nasconde qualcosa di oscuro, qualcosa che  intercetta la sostanza metafisica del male. Un viaggio iniziatico e simbolico marcato dalla visione personale del genio di Lynch.

La terza serie, 25 anni dopo
Il 21 maggio 2017, a 25 anni dalla sua conclusione, Twin Peaks è tornato con una terza stagione, ora in onda su Showtime e in contemporanea italiana sul canale Sky Atlantic. Si tratta dell’ultimo lavoro dietro la macchina da presa per Lynch ed è pensato come un lungo film diviso in diciotto parti da un’ora ciascuna.[1] Questa terza stagione è forse il progetto televisivo più ambizioso e difficile degli ultimi anni. In particolare con l’ottavo episodio, andato in onda prima della pausa di metà stagione,[2] Lynch ha sconvolto critica e pubblico con quella che è stata definita unanimemente «l’ora televisiva più importante del 2017», e l’apice creativo del cineasta americano. Qui Lynch si è addentrato per la priva volta nei risvolti mitologici della sua creatura mostrandoci, a suo modo, le origini di quel male che andrà a sconvolgere le vite dei personaggi della serie. Lynch dà inizio alla sua storia con l’esplosione della prima bomba atomica: il Trinity test condotto dagli Stati Uniti il 16 luglio 1945 nell’ambito del Manhattan project.[3] Questo è considerato il momento in cui «il genio è uscito dalla bottiglia», espressione adoperata negli Stati Uniti per descrivere un fenomeno indesiderabile o malevolo, che non potrà più essere fermato.[4] Per Lynch si tratta di un vero e proprio fiat lux, la nascita di un nuovo sole che rivela, non tanto il potere divino e creativo dell’uomo, quanto la sua stessa nudità, la sua portata distruttiva e caotica. Il periodo tra le due guerre mondiali si dimostra come il luogo ideale per costruire una mitologia; lo scoppio del primo ordigno atomico spazza via ogni tipo di concezione magico-religiosa della vita, inaugurando una nuova «età della ragione». In questo senso Lynch ci mostra l’uscita dell’umanità dalla sua lunga infanzia: l’uomo è ormai in balia di se stesso, creatore di un male che non può arrestare. Tuttavia nella visione del regista l’umanità non è completamente sola e – in una rappresentazione assolutamente manichea – l’origine del male implica anche la possibilità della redenzione. La contrapposizione tra luce e tenebre, bianco e nero, è l’elemento portante di tutta la serie. Impossibile prevedere come procederà quest’opera dopo un episodio così difficilmente assimilabile, esperimento estremo di video-art e grande lezione di cinema.[5] Per ora possiamo certamente affermare che Lynch propone con Twin Peaks la sua personale visione del mito della creazione e della caduta dell’uomo, ma anche un percorso verso l’illuminazione e la pace. Un mito non diverso dalle complesse e affascinanti visioni degli gnostici.

[1] È evidente che i nuovi episodi di Twin Peaks costituiscono una summa dell’opera di Lynch. In essi vengono citati tutti i suoi lavori da Eraserhead a Inland Empire.
[2] Lo show riprenderà il 9 luglio.
[3] Un programma di ricerca e sviluppo militare che portò alla realizzazione delle prime bombe atomiche durante la seconda guerra mondiale. Fu condotto dagli Stati Uniti con il sostegno di Regno Unito e Canada a partire dal 1939.
[4] L’analogo nella nostra cultura è il mito del vaso di Pandora.

[5] Numerosi anche i riferimenti letterari e pittorici, da Frank Kafka a Francis Bacon.
[1] Lynch è riconosciuto come uno tra i più importanti registi contemporanei, noto per pellicole come Eraserhead, The Elephant Man, Dune, Velluto Blu, Strade Perdute, Mulholland Drive, tutti caratterizzati da una forte matrice surrealista.
[2] A. Sigismondi, «La breccia nella schermo», in Link idee per la televisione, RTI,  Milano 2007, 184.
Fonte: http://www.settimananews.it

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