Magazine Viaggi

Umbria mistica, la magia della scoperta

Creato il 17 settembre 2014 da Goodmorningumbria @goodmrnngumbria

di Silvica Gobej

Santuario di Montecorona

Badia  di Montecorona

Una giornata come un’altra, mi veniva da pensare appena svegliata. Il sole promette un ciel sereno; oggi andrò a cercare i funghi, ma dove? Quello che fa bella questa regione è il verde. Ovunque guardi trovi una foresta, grande o piccola. Chiamo i miei amici e dopo un attimo eravamo già a bordo del fuoristrada del nostro amico, che oltre a farci da guida perché un buon conoscitore dei posti, è anche un cacciatore . Sulla strada che porta verso Antognolla imbuchiamo a sinistra e dopo aver girato e salito tanto da confonderci, notiamo da lontano un piccolo borgo.

...

La Chiesa superiore

Ancora cinque minuti ed eravamo là. Ristrutturato, ordinato ed incantevole, Borgo Santa Giuliana protetto da un alto e solido muro di cinta. Fermarsi è quasi d’obbligo. Entriamo e un abitante del posto ci dà subito il benvenuto. Le prime notizie sul borgo, ci spiega, risalgono all’anno 1362 e durante la sua storia vengono coinvolti anche Braccio Fortebraccio da Montone e il capitano Paolo Orsini. All’interno sorge anche una chiesetta edificata nel 1558, dedicata a Sant’Antonio. Ringraziamo e proseguiamo per la nostra strada, circondata da boschi di faggio e castagni e tra continue salite e discese, presi dal paesaggio e dalle strane forme dei tronchi secolari dei castagni, ci fermiamo davanti ad un ingresso in mattoni a vista con un antico portone di legno. Non era un portone qualsiasi, eravamo davanti all’Eremo di Monte Corona la cui costruzione risale al XVI secolo, simile a quello di Camaldoli in Toscana. Facciamo i primi passi nel cortile lastricato quasi in punta dei piedi quando si avvicina un giovane molto alto, vestito di bianco che, con una voce bassa e un grande sorriso, ci chiede di non andare oltre, anzi, di

La Cripta

La Cripta

uscire. Gli chiediamo di raccontarci qualcosa su quel posto. Incapace di dirci di no, ci accompagna nella Chiesa consacrata nel 1555, adesso in restauro (e perciò spoglia di oggetti) ma con affreschi veramente bellissimi. Le costruzioni presenti hanno un aspetto rustico però se si guarda meglio, non si possono non notare molti particolari, segno del lavoro nel tempo di mani sapienti. Anticamente l’Eremo era collegato alla Badia di Monte Corona da un sentiero, detto “la mattonata”, largo quasi due metri e costruito a secco con pietra arenaria. Il sentiero permette ancor’oggi di riscoprire il fascino di questi posti incontaminati. Questo luogo ha subito molte trasformazioni e ha cambiato tanti proprietari, ma oggi è tornato alla sua tradizione di preghiera in una vita monastica di silenzio e solitudine. Prima di uscire diamo un ultimo sguardo intorno e consapevoli del privilegio che ci è stato concesso, ringraziamo.
Adesso inizia la discesa, sempre fra fitti boschi per 8 km. Qua e là vediamo delle macchine accostate e ci ricordiamo che nel bagagliaio della macchina c’è una cesta vuota. Accostiamo anche noi per poi perderci nella profondità della foresta. Ci dedichiamo alla ricerca delle biette per quasi un’ora. Ritornati in macchina, il nostro cicerone ci informa che le sorprese non erano finite.
La strada tortuosa è sbucata ai piedi del colle di Montecorona, dove secondo la tradizione, San Romualdo nel 1008 vi realizzò un semplice eremo, ampliato poi durante gli anni tanto da diventare in breve una delle più importanti abbazie benedettine. Oggi alla Badia sono annessi alcuni edifici e vicino alla facciata si trova un imponente campanile di forma ottagonale, con in bella vista l’orologio. Alcune feritoie ancora in vista, ci fanno pensare che una volta la torre serviva anche per difesa. Da fuori l’aspetto sembra immutato e più si guarda più si ha quella sensazione di umiltà e di rispetto che si trova davanti ad un anziano saggio. Entriamo attraverso un piccolo ingresso nel seminterrato, dove la piccola, antica cripta dedicata alla Madonna ci lascia senza parole per la sua apparente, straordinaria semplicità. Il locale è diviso in cinque navate, con le colonne di vario stile – nessuna uguale ad altra – che insieme sorreggono il soffitto fatto di piccole e basse volte. Archi ciechi realizzati sui muri danno un senso di continuità architettonica. Alzando gli occhi non si può non osservare che gli unici due soffitti ancora dipinti, sono lasciati apposta per ricordare a chi entra e guarda verso alto cercando Dio, che il perdono si ottiene solo attraverso le virtù teologali: fede, speranza, carità, orazione, umiltà, obbedienza, dolcezza, mortificazione. Chi sa perché, ma all’improvviso ci sentiamo incredibilmente piccoli.
Con questa sensazione ci avviamo verso la chiesa superiore che conserva ancora resti di antichi affreschi. Divisa in due parti da un’ampia gradinata, la parte superiore è composta da tre navate che poggiano su pilastri e colone di pietra. Alla base di alcuni pilastri è stata lasciata in vista, ma protetta da un grosso vetro, parte della pavimentazione originaria o, forse, estrema testimonianze d’una costruzione già esistente. La parte interessante che ci ha molto incuriositi è che al posto del solito altare, con cui le chiese ormai ci hanno fatto abituare, si trova invece un Ciborio formato da quattro colone in pietra che sorreggono un tetto piramidale, scolpito in maniera molto accurata al pari dei due pavoni raffigurati nella lastra occidentale. A destra una grande tela moderna, firmata Ventanni. L’abside è decorata con antichi dipinti raffiguranti l’Ascensione di Cristo, la Flagellazione, Sant’Andrea, la Madonna del Rosario e, al centro la Trasfigurazione. Su uno dei muri del presbiterio oltre ad altre tele troviamo appoggiata una grande lastra di marmo sicuramente proveniente da un vecchio altare. Due imponenti armadi e un bancone con alzata in legno intarsiato, due altari lignei uno con i santi Antonio Abate e Macario dipinti secoli fa, un altro altare dedicato a San Giuseppe con mostra in stucco, nicchie che nascondono all’occhio vari oggetti liturgici fanno di questo posto un piccolo museo. E reperto museale possiamo chiamare anche la lapide dove leggiamo il nome del neonato Luigino Briganti, angioletto rapito dalla vita e all’ amore dei suoi genitori, Ermenegildo e Elisa Billi, dopo solo 42 giorni, un triste e lontano 2 agosto 1886; segno che il fenomeno della sepoltura nelle chiese continuava ad essere diffuso anche se le leggi napoleoniche, già ai primi dell’800, lo vietavano. È da considerare però che l’inumazione all’interno degli edifici religiosi era concessa ad alcune categorie di persone come segno di distinzione e di prestigio: alle autorità ecclesiastiche, ai loro famigliari, alle autorità civili e ai ricchi, questi ultimi disposti a generosi lasciti testamentari a favore della chiesa.
Ci mettiamo seduti per contemplare ancor una volta questo spazio fatto di dolori, di gioie, di fede, di speranza, di una preghiera lunga centinaia di anni, di ricordi diventati fantasmi e imprigionati nell’ odore di un tempo cosi lontano, ma mai così presente.
Ho capito adesso che cosa deve aver sentito il grande tenore Beniamino Gigli (1890-1957), quando nel 1938 comprò questa proprietà. Ma, purtroppo, ha potuto godersela per poco tempo. Infatti, con la seconda guerra mondiale alle porte, si vide costretto a venderla all’I.F.I., istituto finanziario della F.I.A.T. Oggi, la statua dedicata a lui resta l’unica testimonianza tangibile del suo passaggio in questa valle, ma la sua affermazione: “Queste colline armoniose, queste fertili valli … La verde Umbria è, da sempre, nel mio cuore …” è diventata un pensiero comune a tutti i pellegrini che – o per caso come noi, o di proposito – si trovano a visitare l’Abbazia.
Non so i miei amici, ma io avevo sicuramente bisogno di trovarmi in un posto così e perché no, sono sicura che avrò bisogno di tornarci ancora.



Potrebbero interessarti anche :

Ritornare alla prima pagina di Logo Paperblog

Possono interessarti anche questi articoli :