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Un Anno in Asia

Creato il 22 febbraio 2014 da Angelozinna

Un Anno in Asia

Questa volta mi ero dato un anno di tempo, mi ero, per una volta, dato dei parametri, larghi ma precisi, entro i quali avrei concluso la tratta Nuova Zelanda – Europa e avrei poi deciso per i prossimi passi da fare. Avevo fatto i calcoli di modo da beccare la stagione giusta in ognuna delle fasce climatiche che avrei dovuto attraversare – evitare l’inverno in Asia centrale soprattutto – e avevo accettato il fatto che le attrazioni lungo il percorso sarebbero state secondarie, che mi sarei fermato a visitare siti d’interesse solo se questo mi fosse stato concesso dai tempi e dal budget. C’erano alcune incognite sul poter effettivamente raggiungere l’Italia dal Timor Est senza volare passando da dove volevo passare, ma sembrava troppo presto per preoccuparsene prima di partire. I soldi a disposizione, circa 25 € al giorno per 365 giorni, sembravano una cifra ragionevole per coprire le spese nella maggior parte dell’Asia e in una piccola parte d’Europa, oltre agli eventuali imprevisti che non c’è modo di evitare. L’idea generale sembrava avere ogni pezzo più o meno in ordine ed essendo già passato da alcune zone sull’itinerario l’ho perfino creduta abbastanza realistica da funzionare. Non ha funzionato.

Oggi sono passati dodici mesi dalla concezione del piano iniziale e mi trovo a mettere a confronto quelli che erano i propositi con quelli che sono stati i fatti. Prima di tutto, dove ho sbagliato? Ho sbagliato nei tempi, ho sbagliato nel calcolare il budget, ho sbagliato nell’itinerario, ho sbagliato nel credere che non sarei andato a vedere le cose per cui ho fatto deviazioni da migliaia di chilometri, ho sbagliato nel credere di riuscire a non volare. Ho sbagliato un po’ tutto insomma. Ed è stato bellissimo.

Dopo un anno, come qualcuno avrà notato, non sono proprio arrivato a destinazione. Non sono neanche a metà strada per dirla tutta. Sono in India. Inizialmente è stato facile, con i visti che dettavano la scaletta e la presunzione di riuscire a mantenere la situazione sotto controllo, ma arrivato in Thailandia, vuoi le isole, vuoi la necessità di una pausa, il calendario ha perso il suo uso. Qualche deviazione ha probabilmente dato il suo contributo: la Malesia peninsulare è finita per essere il Borneo, a un certo punto mi sono trovato in Laos quando sarei dovuto ancora essere in Thailandia, la partenza per l’India è stata una partenza per la Birmania e quando pensavo di entrare in Nepal ero a duemila chilometri di distanza in Tamil Nadu. Ma sono cose che capitano. C’è da dire che quello che ho fatto io in un anno, una persona normale lo farebbe in sei mesi. Vado piano.

Dei 25 € al giorno che pensavo di spendere ho finito per spenderne in media 15 (l’India ha abbassato parecchio la media), ma non è solo risparmiando che ho potuto allungare i tempi: viaggiando al rallentatore ho potuto ritagliarmi lo spazio per lavorare alle pagine di questo blog tanto da creare delle entrate che prima non esistevano e coprire di conseguenza molte, se non tutte, delle spese di viaggio che si presentano. Raggiungere questo traguardo era uno degli obiettivi che speravo di raggiungere e sono molto felice di esserci riuscito, anche se rimane una fonte di guadagno instabile e molto difficile da mantenere, senza considerare che le connessioni ad internet da questa parte del mondo provocano spesso effetti collaterali quali bestemmie diffuse e sbiancamento dei capelli prima dell’apertura di una pagina.

Ho dovuto volare in Borneo e poi in India ed in Birmania, essendo il confine terrestre chiuso, ma per il resto ho viaggiato principalmente in autobus e treno. Visitare questa regione senza volare è teoricamente possibile, ma ha poco senso nella pratica in quanto significa tornare ogni volta sui propri passi. Non potrò quindi ancora cancellare il punto 55 dalla lista delle cose da fare prima di morire, ma è solo questione di tempo, spero.

Durante questi dodici mesi ci sono stati molti alti e bassi. L’Asia rimane per me il continente più attraente da visitare perché l’unico veramente distante a livello culturale da ciò che conosco. Tutto ciò con cui si ha a che fare è estraneo e di difficile interpretazione, ma al contempo mi rendo conto che viaggiando in modo continuo anche la novità costante diventa, paradossalmente, routine. Per questo ci sono stati periodi in cui è arrivata la noia, ho perso l’interesse e gli ostacoli che erano uno stimolo sono diventati una frustrazione. Questi momenti li reputo a posteriori tra quelli più di valore e quelli che differenziano un’esperienza di viaggio a lungo termine da una più breve. Quando si supera il periodo iniziale in cui “tutto è bello” e si accetta il fatto che alcune realtà non siano della nostra misura o portino emozioni negative a crescere, si comincia non solo a giudicare un luogo in modo più obiettivo, ma anche a variare il proprio modo di viaggiare in base al proprio carattere invece che in realazione a cosa dicono le guide. E questo è l’unico metodo, per me, per rimanere motivati: prendersi il tempo di curare attivamente il proprio interesse per ciò che il viaggio rappresenta e non aspettarsi che questo si possa assorbire da ciò che, per caso, ci circonda. In Asia ciò è vero più che altrove, dato che senza iniziativa personale, che richiede qualche sforzo in più del solo osservare, non si può pretendere di capire un ambiente di così differente.

Non credo ci sia alcuna differenza tra viaggio e vacanza – finché ci si muove per piacere e scelta propri, è la solita cosa – ma credo che stare per strada molti mesi consecutivi porti con sé un peso differente. Se partendo per due settimane sarebbe un peccato tornare a casa con un’esperienza negativa alle spalle, e di conseguenza è più difficile correre volontariamente dei rischi, in un viaggio semi-permanente i giorni storti vanno messi in conto. E forse sono proprio questi a definire i momenti più significativi. Per questo mi piace pensare che un anno in Asia, con tutte le sue contraddizioni, diversità, con il suo fascino e la sua distanza, sia stato sì un anno di alti e bassi, ma in cui gli alti sono stati molto alti, forse perché sudati.

Delle esperienze fatte nei mesi passati impresse rimangono quelle vicine alla natura ed in particolare agli animali. Purtroppo da queste parti la natura non è sempre accessibile come si vorrebbe, ma quelle volte in cui ci si organizza per entrarvi a contatto sono sempre memorabili. Vedere animali liberi è una delle poche cose per cui sono contento di pagare se ce n’è bisogno, che si tratti di un tour, una guida, o in generale qualcuno che ne se più di me. Durante la mia permamenza in Australia questo non è mai stato necessario e difficilmente dimenticherò la possibilità di trovare ed avvicinarsi ad alcune bestie per conto proprio, ma in Asia questo non sempre è possibile, sia per il tipo di animali con cui si ha a che fare sia per i limiti che l’ambiente impone. Vedere i Draghi di Komodo, nuotare con una tartaruga gigante in Indonesia, fotografare gli Orang Utan di Sumatra, avvistare gli Hornbill, le nasiche ed i serpenti del Borneo, trovarsi a pochi metri dai rinoceronti d’India sono ricordi che in un anno di viaggio si contano sulle dita, ma che valgono ogni chilometro percorso.

Sempre parlando di animali, con gli esseri umani il contatto è stato inferiore a quanto sperato. Rispetto ai viaggi precedenti ho conosciuto meno persone di quante avrei voluto. In parte credo sia dovuto al mio itinerario – venendo dalla Nuova Zelanda sembro andare controccorrente rispetto a tutti quelli che arrivano dall’Europa – ma forse anche viaggiando nella maggior parte del tempo con altre persone non ha aiutato. Non partecipando a tour organizzati e non dormendo in ostello, che in Asia meridionale è una possibilità in pochi stati, si sono perse molte occasioni che normalmente capitano. In India ho trovato particolarmente difficile fare nuove amicizie, credo per la quasi assenza di vita notturna, per le dimensioni del paese e i miei ritmi diversi rispetto alla maggior parte degli altri viaggiatori . Dovrei comunque coprire questa mancanza in Nepal, dove sui trekking altre persone si dovrebbero incrociare, e in Cina, dove si tornerà a dormire in ostello. In compenso durante quest’anno ho potuto definire molti rapporti esistenti, ho avuto l’opportunità di reincontrare molte persone conosciute in viaggi precedenti e scambiare idee che magari porteranno a progetti più grandi.

Con il tempo mi sono reso conto di una mia sempre maggiore ostilità verso le grandi città, anche se in alcune, essendo snodi importanti, è impossibile non ripassare almeno due o tre volte. Il problema delle megalopoli asiatiche è che i soldi sono l’unico motivo per cui le persone decidono di trasferirvici e ogni altro aspetto – la qualità della vita, la convivenza, il rispetto delle aree pubbliche – è secondario. Tra le maggiori Bangkok è l’unica in cui potrei considerare di fermarmi, abbastanza disordinata da rimanere interessante e abbastanza moderna da offrire uno stile di vita stimolante ed indipendente. Più in generale tra i paesi visitati la Thailandia è certamente il più comodo, quello in cui sarebbe più semplice stabilirsi senza grandi compromessi, anche se non c’è paese asiatico in cui si può sperare di integrarsi completamente nella società che rimane il principale svantaggio in una scelta del genere. Non che nella società uno si debba integrare per forza, però è importante sapere che la possibilità esiste. Fermarmi a Chiang Mai per un mese è stata una bella prova e sono sempre più convinto che non è un caso se sempre più occidentali la stanno scegliendo come nuova base.

Dal lato contrario l’idea di trasferirsi su un’isola e passare le giornate in riva al mare è oggi una possibilità concreta che grazie al lavoro su questo sito potrei far diventare realtà in diverse parti d’Asia. Se però ad alcuni l’immagine di una vita semplice, libera da ogni preoccupazione, appare come un sogno, per me è una piattezza che a 24 anni non avrebbe senso. Preoccuparsi non è una cosa brutta, finché siamo noi a scegliere per cosa farlo.

Non pensavo di potermi mai stancare del cibo asiatico e invece comincio a sognarmi pizze che volano. La prima cosa che eliminerò dalla mia dieta e spero di non rivedere mai più in vita mia è il riso, di cui sono pieno fino agli occhi. L’Indonesia è stato il paese con la cucina più limitata, mentre la Malesia ha probabilmente la più grande varietà, anche se non è la meta ideale per essere vegetariani data la presenza di una grande comunità cinese che crede che una pietanza per essere commestibile deve avere un battito cardiaco. Al contrario essere vegetariani in India è un po’ come giocare a basket contro un nano: non c’è niente di più facile. Quando sono entrato in India, trovandomi per la prima volta in anni a poter scegliere tra decine di piatti differenti in un menù, ho avuto l’illuminazione: il cibo è felicità. Non ci metti molto però ad accorgerti che cento piatti sono in realta gli stessi tre ingredienti in combinazioni diverse e che qualunque cosa tu scelga di mangiare sarà comunque fritta in olio motore e poi cosparsa di masala e quindi avrà sempre lo stesso sapore – sempre che tu sopravviva al cancro per poterlo gustare. È abbastanza difficile mangiare bene e a budget. E con abbastanza difficile intendo impossibile. Lo street food te lo regalano quasi, in tutta l’Asia, ma il tuo corpo può sopportarlo fino a un certo punto. Non so esattamente quanto mi rimane da vivere. I miei piatti preferiti di questo viaggio: la zuppa vietnamita del ristorante con le tovaglie verdi dietro a Khao San Road e i momo di Dharamsala. E la birra scura del Laos.

Insomma, forse non ho ancora trovato me stesso, ma qualcosa da un anno in Asia credo di aver imparato.


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