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Un’Italia migliore per un’Europa migliore

Creato il 23 aprile 2014 da Libera E Forte @liberaeforte

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La principale fonte di preoccupazione di chi guarda l’Italia dall’estero è l’incapacità del paese di capire che i suoi problemi sono soprattutto di origine interna. E che per risolverli c’è bisogno di riforme che incidano in modo radicale sul sistema economico”. Alle soglie delle elezioni europee, l’ultimo libro di Lorenzo Bini Smaghi, “33 false verità sull’Europa”, si propone come un preciso vademecum sulla ‘questione europea’. E lo fa con una attenta disamina dei principali argomenti, proposti dagli euroscettici spesso in maniera strumentale, per fomentare una concezione della Unione europea che non corrisponde alla realtà.

Le ‘pseudo verità’, divise in sei sezioni – “La costruzione europea”, “L’euro”, “La Banca centrale europea”, “I vincoli di bilancio”, “I rapporti tra paesi” e “L’Italia” – evidenziano la tesi di fondo che la crisi dell’Europa sia in realtà “la crisi degli stati nazionali, che in un sistema sempre più integrato non riescono ad agire individualmente in maniera efficace, ma sono riluttanti a trasferire poteri a livello sovranazionale”. E la “strategia di colpevolizzare l’Europa”, afferma Bini Smaghi, indica l’incapacità della classe politica di risolvere i problemi, rifiutando inoltre di assumersi le proprie responsabilità.

Il risanamento dei conti pubblici, per fare un esempio, è una necessità che viene continuamente rimandata perché politicamente ‘impopolare’, e quando non è più possibile farlo, le manovre vengono presentate come una imposizione dell’Europa anziché quello che realmente sono: la conseguenza di gravi inadempienze da parte di una classe politica fino a ora troppo ingorda e troppo poco lungimirante. È come se si dichiarasse che la finanza pubblica non va risanata per il benessere dei nostri figli, ma per “soddisfare le richieste dell’Europa”.

Riguardo al problema della disoccupazione, che in Italia ha raggiunto livelli drammatici, l’autore rileva che in realtà “gli strumenti per affrontare queste problematiche sono nazionali”: se nel nostro Paese i giovani che non lavorano sono circa il 50% e in Germania appena l’8%, questo dipende da configurazioni interne: “diversi modelli d’istruzione e di formazione, la diversa struttura del mercato del lavoro e della protezione sociale, le diverse relazioni industriali”. Chiedere all’Europa di risolvere questi problemi alimenta solo false speranze, anche se in alcuni casi le stesse istituzioni europee “si prestano al gioco”, mentre dovrebbero “rimandare le responsabilità a chi dispone veramente dei poteri e dei fondi per agire”. I paesi in cui si registra poca crescita e forte disoccupazione, evidenzia inoltre Bini Smaghi, sono quelli “che spendono di meno in ricerca e sviluppo e in infrastrutture” – un dato su cui non si insisterà mai abbastanza – e che tassano maggiormente il lavoro e meno i patrimoni o le rendite finanziarie: scelte “che competono esclusivamente ai singoli paesi”.

Un altro aspetto della questione comprende i casi in cui “da un lato si chiede all’Europa di fare di più, ma dall’altro le si negano i poteri” per farlo: come per la politica energetica europea che, sebbene invocata da più parti, viene ostacolata dagli interessi nazionali e delle aziende monopolistiche.

La considerazione che “le strutture decisionali nazionali non riescono, da sole, a dare risposte efficaci” ai tanti problemi, più che fomentare istanze di isolamento dovrebbe convincerci di quanto sia necessario potenziare la cooperazione tra i paesi, in un mondo avviato verso l’integrazione globale. L’obiettivo non è di facile attuazione, ed è vero che “l’Europa che abbiamo di fronte oggi è ben lontana dalle aspirazioni dei cittadini”. Ma tornare indietro “nell’illusione che sia meglio agire da soli” significherebbe aprire la strada “a politiche opportunistiche che inevitabilmente andrebbero a scapito dei vicini, innescando reazioni a catena”, come già la storia, in particolare quella del nostro Continente, ci ha insegnato.

Il percorso da seguire è stato delineato nel Rapporto dei Quattro Presidenti – Consiglio europeo, Commissione, Eurogruppo e Bce – pubblicato nel giugno 2012, in cui sono indicati i settori su cui intervenire per rafforzare l’integrazione economica e politica, a cominciare dall’unione bancaria, economica e fiscale. In questo processo, afferma l’autore del libro, l’Italia riveste un ruolo fondamentale, “è diventata il perno su cui poggia il destino dell’Europa, per una serie di motivi”: è la terza economia dell’euro, sta attraversando una grave crisi di cui non si vedono segni evidenti di ripresa, e l’avversione nei confronti delle istituzioni europee è decisamente in aumento.

Insomma, nella sfida per la ripresa italiana si gioca anche il destino dell’Europa. Tutto sta a vedere se questa sfida si avrà il coraggio di giocarla e di vincerla: anziché battere il pugno sul tavolo di Bruxelles per avere più soldi – il che ci permetterebbe forse di sopravvivere ma non di risolvere la situazione –, occorrono riforme per la crescita e l’occupazione. Agire per incidere “sul mercato del lavoro, sulla concorrenza, sulla giustizia e la burocrazia”. E sulla corruzione. A ciò andrebbe affiancata una politica in grado di recuperare la competitività e ridurre i costi che impediscono di investire e di creare lavoro: “Per riprendere a crescere non c’è altra via che eliminare gli ostacoli che deve superare quotidianamente chi vuole intraprendere e creare posti di lavoro”.

Insomma, anziché insistere su ‘più Europa’ o ‘meno Europa’, avremmo bisogno di “un’Europa migliore, più funzionante, più democratica”, e per far questo è fondamentale anche il nostro impegno, per un’Italia migliore.

Marco Cecchini


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