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Un Marzo “Paz” e Calabrese

Creato il 21 aprile 2012 da Theartship

Alessandro Cochetti. Marzo 1977: tra le pagine di ‹‹Alteralter››, una delle riviste di fumetti più importanti di sempre per il panorama italiano, usciva la prima puntata di Le straordinarie avventure di Pentothal, fumetto d’esordio di uno sconosciuto studente universitario del DAMS bolognese, Andrea Pazienza. La grafica sembra essere una rielaborazione delle ultime trovate francesi degli Umanoïdes Associés; la trama mescola (in modo originale anche se non innovativo) il mondo onirico e quello reale; il protagonista è un antieroe, nonché alter ego dell’autore che, più che vivere, viene “vissuto” dagli eventi e dall’ambiente che lo circondano: le contestazioni giovanili nella Bologna settantasettina, le università occupate, i collettivi studenteschi, etc. Eppure, per il fumetto italiano è un punto di svolta. Pazienza, ben presto, sarà annoverato tra i più grandi autori di fumetti della storia nazionale, malgrado una carriera poco più che decennale, interrottasi a causa della sua prematura morte avvenuta nel 1988.

Marzo 2012: muore Omar Calabrese, definito come ‹‹l’allievo prediletto di Umberto Eco››[1] nonché uno tra i più famosi semiologi italiani. Già docente al DAMS (tra i suoi studenti vi è lo stesso Pazienza), è stato anche consigliere comunale nella stessa Bologna, assessore alla cultura del Comune di Siena e presidente dell’Associazione italiana di studi semiotici. Tra le sue opere più importanti si ricordano: Semiotica della pittura, Il linguaggio dell’arte e Come si legge un’opera d’arte.

Marzo 1991: ai Magazzini del Sale della città di Siena viene organizzata una mostra antologica su Pazienza, e vi è così “l’incontro intellettuale” tra i due (Calabrese è autore di un saggio inserito nel volume antologico della mostra). Utilizzando le proprie conoscenze sulla storia della lingua e sulla semiotica applicata all’interpretazione delle opere artistiche, Calabrese ci mostra infatti uno degli aspetti per cui l’opera “pazienziana” ha colpito – e colpisce ancora – qualsiasi lettore (cosa che contribuisce al contempo a valorizzare uno studio serio e accademico del medium comunicativo del fumetto, ancora troppo bistrattato in Italia): la potenza dell’eterno rinnovamento del “volgare”. Il semiologo ci presenta infatti l’autore come un novello Alighieri che, con costanza e dovizia, ha utilizzato all’interno delle proprie opere un linguaggio nuovo per il panorama linguistico italiano: ovvero il “gergo” giovanile degli anni Settanta/Ottanta, che tra commistioni di droghismi, sessualismi, linguaggio politichese, omofonie dialettali e neologismi[2] restituisce tutto il sapore di un ’77 che della sperimentazione linguistica fece un’arte (vale la pena di ricordare il compianto Pier Vittorio Tondelli a riguardo). Postmodernismo linguistico è stata definita oggi questa pratica: ovvero questo miscuglio tra i campi semantici più disparati, dal linguaggio popolare a quello più dotto, dall’invenzione di neologismi asignificanti all’utilizzo di cultismi ormai in disuso. Il paragone con il Sommo poeta non è perciò casuale: il “gergo” non è altro che, dice Calabrese, il corrispettivo odierno di quello che nel Medioevo veniva definito “volgare”: ovvero una lingua semplificata, immediata, fortemente espressiva, usata da una certa comunità in un dato periodo storico. Poi arriva qualcuno, Dante nel Medioevo, ma lo stesso vale per Pazienza per il ventesimo secolo (Tondelli dice a tal proposito: ‹‹[..]di quel movimento, Andrea è stato il cantore, il poeta, l’artista forse più grande insieme agli Skiantos di “Freak” Antoni, il Boccalone di Enrico Palandri, i programmisti di Radio Alice. Appena ventenne Andrea si è trovato in una certa università, all’interno di un  certo gruppo di amici e, da artista, ne ha succhiato i modi di dire, le espressioni, il gergo, le paranoie politiche, i modi di vita, innestandoli su un talento naturale grandissimo.››[3]) che dà a questo linguaggio nuovo un valore estetico o etico, utilizzandolo per fini artistici e per una ricerca d’identità personale. E così finisce che autore e opere ce li ritroviamo nei libri di storia o nelle antologiche, riuscendo a malapena a percepire (a causa dei nuovi mezzi di comunicazione che impongono un’uniformità linguistica piatta e standard) che, nonostante ci sia dietro uno studio, una ricerca artistica e una sperimentazione ragionata, la lingua che questi autori hanno utilizzato è lo specchio, seppur deformante, della loro cultura e del loro tempo.



[1] www.ilfattoquotidiano.it del 1 aprile 2012.

[2] Tutti questi termini sono utilizzati dallo stesso Calabrese nel saggio in esame.

[3] Pier Vittorio Tondelli. Un week-end postmoderno. 1990.


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