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Un paese ci vuole – Viaggio al luogo natale di Cesare Pavese

Creato il 07 giugno 2012 da Sulromanzo

Un paese ci vuole – Viaggio al luogo natale di Cesare PaveseC’è già l’ombra di quello che verrà di lì a poco in questa immagine tratta dall’archivio storico della rivista di costume Il Borghese. Cesare Pavese tristemente assorto, lo sguardo perso nel bicchiere di liquore. Alle sue spalle il profilo di Carlo Levi. Era il giugno del 1950 e Pavese aveva appena ricevuto il Premio Strega per La bella estate. Alla cerimonia era stato accompagnato da Doris Dowling, sorella del doloroso amore, Constance, che segnò gli ultimi anni della sua vita.

Solo due mesi dopo quello scatto, la notte del 26 agosto 1950, Pavese si suicidò in una camera d’albergo di Torino. Pose fine a quel “mestiere di vivere” con un cocktail di barbiturici e un graffiante addio scritto con la stilografica Aurora sulla prima pagina di una copia del suo Dialoghi con Leucò, lasciata su un tavolino: "Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi". Lo scrive come ha scritto tutta la vita: essenziale e scarno, nella sua battaglia contro gli aggettivi ridondanti e le troppe parole. Si racconta che in redazione all’Einaudi ― dove lavorò per buona parte della sua vita, con diversi incarichi (fino a diventare direttore editoriale alla fine della seconda guerra mondiale) ― con un pennarello cancellò il “severamente” dal cartello “è severamente proibito fumare”, inutile orpello a un divieto già esplicito. Un investigatore dell’animo umano del suo calibro però era anche consapevole di non poter sfuggire al giudizio postumo e se ne andò con poche parole, ma buone, cariche dell’ironia del suo male di vivere.
Difficile togliere lo sguardo dai suoi occhialini rotondi, conservati, con altri cimeli dell’intellettuale piemontese, nelle teche della Fondazione Cesare Pavese, a Santo Stefano Belbo, suo paese natale. Lì, in provincia di Cuneo, nel cuore delle Langhe trafitto dai vitigni di Moscato, lo scrittore nacque nel 1908 e lì fu sepolto nel cimitero lungo la strada che sale verso Canelli. S. Stefano, Canelli, il fiume Belbo, la collina del Salto, il casotto di Gaminella sono solo alcuni dei luoghi citati da Pavese nel suo ultimo romanzo, La luna e i falò, uscito nella primavera del 1950. Quasi un testamento; vi racchiuse la maggior parte dei temi della sua narrativa, a partire dalla solitudine. Lui stesso lo definì un romanzo di “post Resistenza”. È un ritorno metaforico ai luoghi della sua infanzia, una via crucis tra le colline in cui visse fino ai sette anni. Il resto della sua vita si svolse a Torino (con una breve parentesi a Roma, dove fu responsabile del consolidamento della sede Einaudi capitolina), ma è a S. Stefano Belbo, in compagnia dell’amico di sempre, Pinolo Scaglione (il Nuto de La luna e i falò), che Pavese prende coscienza del potere, doloroso e lenitivo al tempo stesso, delle radici. Un legame che non consola fino in fondo il suo male di vivere. La Fondazione Cesare Pavese organizza dei tour in questi luoghi pavesiani dove non solo è possibile riconoscere i casolari che puntellano i dorsi delle colline protagoniste di alcuni romanzi, ma anche entrare tra le mura che custodiscono ancora il passaggio inquieto e consapevole di Pavese.
Prima tappa la sede della Fondazione, con il suo fornito Centro Studi. Lì sono esposti alcuni oggetti personali dello scrittore e diversi quaderni di appunti. Una sala è dedicata alla biblioteca personale di Pavese, dove sono anche conservate le sue copie dei libri che tradusse: Moby Dick (Melville), Fortune e sfortune della famosa Moll Flanders (Dafoe), David Copperfield (Dickens), tra gli altri. Fu abile traduttore anche di Dos Passos e Steinbeck e nel 1947 ideò per Einaudi, con la collaborazione di Ernesto De Martino, la collana Studi religiosi, etnologici e psicologici. È così che in Italia arrivarono Jung, Lévy-Bruhl e Malinowski. Ai muri tante foto. I capelli sempre indietro e spesso la sciarpa bianca al collo. Ma anche Pavese in costume, sopra a un pattino su una spiaggia di Brancaleone Calabro, dove rimase al confino per tre anni.
Appena fuori dal centro storico di S. Stefano c’è la sua casa natale, un cascinale riadattato con mobili dell’epoca. Le traduzioni estere dei suoi romanzi occupano un’intera stanza del cascinale: ci sono addirittura le edizioni arabe e coreane de La luna e i falò. Di fonte a questo caleidoscopio di copertine non ci si stupisce cha da un sondaggio del 2008 sia emerso che Pavese è lo scrittore italiano più tradotto al mondo. Proseguendo sullo stesso rettilineo, passato il cimitero, si arriva al Salto, alla casa di Nuto, dove è stato restaurato il laboratorio da liutaio/falegname dell’ex partigiano. Basta attraversare la strada per arrivare alla cascina della Mora, in cui il protagonista de La luna e i falò passò l’adolescenza, lavorando come servitore. Nel corso della sua vita Pavese tornò diverse volte a S. Stefano (alloggiava all’Albergo dell’Angelo, lo stesso de La luna e i falò) e, in questi brevi soggiorni, era solito sedersi con Pinolo a commentare i fatti del paese, tendendo l’orecchio all’amico che era stato un abile suonatore di clarino, oltre che un falegname con un pezzo di terra da far fruttare. A lui Pavese ha dedicato la splendida poesia Fumatori di carta sulla dura vita delle campagne. È lui l’amico con le “mani indurite a picchiare una mazza, a menare una pialla, a strapparsi la vita”. I suoi versi, come la sua prosa, sono un blues dal ritmo incalzante e anticonformista. Lo stile di chi, pur volgendo lo sguardo ad alcuni mostri sacri (soprattutto americani quali Lewis, Hemingway, Cummings, Lee Masters e Walt Whitman su tutti, a cui dedicò la sua tesi di laurea), si appassionava alla scrittura contemporanea. A differenza di Schopenhauer, Pavese sosteneva che prima bisognasse partire dall’attuale e solo dopo leggere i classici. All’Einaudi diede vita alla collana di narrativa contemporanea, tutt’ora esistente, I Coralli.

Nella dedica a Constance ne La luna e i falò arriva a considerare che “ripeness is all” (maturare è tutto), e per quest’ultimo atto letterario di uomo maturo ha scelto proprio S.Stefano Belbo, dove tutto è cominciato. Amò gli scrittori americani e le loro descrizioni di grandi praterie e metropoli pulsanti, arrivò addirittura a dichiarare che avrebbe dato “27 campagne per una città come Torino”, ma le sue più grandi riflessioni scaturivano dal microcosmo “paese”.

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuole dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti. (da La luna e i falò)

E ancora.

Molti paesi vuol dire nessuno (da La luna e i falò)  
 

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