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Un ricordo di Robin Williams

Creato il 12 agosto 2014 da Af68 @AntonioFalcone1
Robin Williams (Wikipedia)

Robin Williams (Wikipedia)

La notizia è di quelle che ti lasciano letteralmente senza fiato, inaspettata, improvvisa, non tanto per l’evento in sé, che in fondo rientra nella normalità terrena di ogni essere vivente, ma relativamente alle modalità attraverso le quali si sarebbe verificato: l’eclettico e vulcanico Robin Williams, l’uomo dai mille volti capace di dar vita ad una varietà infinita di personaggi ricorrendo ad un’iperbolica variazione della mimica, dei gesti, dell’inflessione vocale, è stato rinvenuto morto nella sua abitazione a Tiburon, California, ieri mattina, lunedì 11 agosto, probabilmente suicida.
Nel rispetto della privacy richiesto dalla famiglia dell’attore, e come è abitudine per lo scrivente, esaurito il dovere di cronaca, lascerò fluire liberamente i ricordi e cercherò di delineare i tratti essenziali della carriera di Williams (Chicago, 1952), a partire da quel bislacco alieno di nome Mork che irrompeva nei sogni di Richard Cunningham (Ron Howard) in un episodio della serie televisiva Happy Days (1974-1984, ABC) per poi divenire protagonista di un altrettanto noto telefilm (Mork & Mindy, 1978-1982, ABC), in coppia con Pam Dawber.

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Qui iniziava a notarsi il talento istrionico di Williams, la sua comicità istintiva, basata tanto su una certa esagitazione verbale quanto su una mimica che non è esagerato definire deflagrante, considerandone anche le modalità di porsi in scena, che potevano ricordare quelle di un altro grande attore il quale ha reso la gestualità prorompente una delle sue note dominanti, ovvero Jerry Lewis, anche se rispetto a quest’ultimo Williams è riuscito a mutuare con maggiore efficacia verso toni più drammatici quando non propriamente tragici.
Sono le doti che gli hanno man mano aperto le porte del grande schermo, dove il suo primo ruolo di rilievo è stata la personificazione di Popeye nell’omonimo film di Robert Altman (Popeye-Braccio di Ferro, 1980), per poi assestare, non certo definitivamente, la sua maschera d’interprete capace di conciliare ilarità e melodramma, assecondando ed offrendo consistenza ad una particolare alternanza di gag e momenti più intimistici, poesia e humour.

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Ecco perché i suoi ruoli più riusciti, a mio avviso indimenticabili, si rinvengono in film come The World According to Garp (Il mondo secondo Garp, 1982, George Roy Hill), Moscow on the Hudson (Mosca a New York, 1984, Paul Mazursky), Good morning, Vietnam (Barry Levinson, 1987, in cui risalta la follia ilare, generosa, irriverente, del disc-jockey Adrian, in contrapposizione a quella rigorosa e “spontanea” del conflitto vietnamita), Dead Poets Society (L’attimo fuggente, 1989, Peter Weir), dove ha connotato il professore Keating di una prorompente credibilità “umana”, dedito com’è insieme ai suoi alunni “convertiti” “a succhiare il midollo della vita”, al di là del consueto archetipo del Don Chisciotte in lotta contro i mulini a vento.
Fra i registi che hanno saputo valorizzare la sua aria da lunare disadattato, capace ancora di apprezzare i lati poetici presenti fra le storture di un mondo che spesso e volentieri sembra prendere le distanze da ciò che realmente desideriamo, vi è certo Terry Gilliam, con il suo The Fisher King (La leggenda del re pescatore, 1991), dove Williams ha interpretato il vagabondo Parry, sempre combinando ironia e toni drammatici, mai comunque sconfinanti nel patetismo.

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In altri film invece l’apporto di Williams è stato più prammatico, anche di maniera se vogliamo, pur se a volte idoneo a “fare la differenza” (Awakenings, Risvegli, 1990, Penny Marshall; Good Will Hunting, 1997, Will Hunting ‒ Genio ribelle, Gus Van Sant, Oscar come miglior attore non protagonista), mentre, pescando qua e là fra i vari titoli della sua filmografia, non è stato del tutto convincente, almeno a mio avviso, nelle parti di psicopatici “definitivi” quali il protagonista di One Hour Photo (2002, Mark Romanek) o il serial killer di Insomnia (2002, Christopher Nolan), comunque validi tentativi di cimentarsi in ruoli per lui inediti, cui mancava forse un pur minimo colpo d’ala per essere del tutto convincenti ed in sintonia con l’apporto creativo proprio dell’attore, quel curioso ensemble che ho tentato di descrivere nell’articolo, idoneo a costituire un tocco particolare che mi piace definire la serietà della comicità, proprio anche di altri artisti (per esempio Leslie Nielsen o Steve Martin). Ecco perché, in chiusura, perdonatemi il sopra le righe, mi piace salutarlo così: Na-no, Na-no, oh mio capitano.


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