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Una barca chiamata desiderio

Creato il 16 dicembre 2012 da Af68 @AntonioFalcone1

hl2“Quando non può lottare contro il vento e il mare per seguire la sua rotta, il veliero ha due possibilità: l’andatura di cappa (il fiocco a collo e la barra sottovento) che lo fa andare alla deriva, e la fuga davanti alla tempesta con il mare in poppa e un minimo di tela.
La fuga è spesso, quando si è lontani dalla costa, il solo modo di salvare barca ed equipaggio. E in più permette di scoprire rive sconosciute che spuntano all’orizzonte delle acque tornate calme.
Rive sconosciute che saranno per sempre ignorate da coloro che hanno l’illusoria fortuna di poter seguire la rotta dei cargo e delle petroliere, la rotta senza imprevisti imposta dalle compagnie di navigazione.
Forse conoscete quella barca che si chiama Desiderio“.

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La prefazione di Henri Laborit (1914-1955) al suo saggio Elogio della fuga (Eloge de la fuit, 1976 Editions Robert Laffont S. A. Paris; Arnoldo Mondadori Editore, marzo 1982). Fuggire non vuol dire allontanarsi dall’impegno, ma affrontare un viaggio interiore, alla scoperta dei propri limiti e delle proprie capacità, verso un nuovo mondo possibile, lontani da cinismo, opportunismo e volgarità.

Nel ’91 il regista Gabriele Salvatores con Mediterraneo, insieme allo sceneggiatore Vincenzo Monteleone, ha visualizzato questo pensiero, esplicandolo in una didascalia iniziale, una frase tratta dal suddetto saggio (“In tempi come questi la fuga è l’unico mezzo per mantenersi vivi e continuare a sognare”), dedicando il film “a tutti quelli che stanno scappando”. Il contesto storico si fa metafora, insieme al’idea dell’isola come luogo chiuso, comunità autosufficiente, a rappresentare un momento di pausa, di riflessione, per decidere cambiamenti interiori, dare un nuovo senso alla propria vita, o di portata universale, darlo anche a quella degli altri, costretti spesso a scegliere tra compromesso o rassegnazione.


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