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Una redazione in casa

Creato il 29 ottobre 2014 da Olga

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Mi ha chiamato un capo e abbiamo convenuto che in quella guida turistica scritta sotto forma di racconto ci voleva l’amore per catturare l’attenzione del lettore. Ho usato parole volgari nel mio eloquio perché sono una freelance ed è giusto che non mi preoccupi delle gerarchie. Devo tenere un tono cinico e maschile.

Siamo entrambi d’accordo sul fatto che l’amore risolleverebbe le sorti e l’interesse del pubblico della guida. La sua voce è una voce che sa essere come quella di Jeremy Irons o come quella di un’anatra. Mentre parlo vado in bici da Porta Venezia a Chinatown. Un percorso dritto e trafficato. Le gente al solito occupa quei 200 metri di pista ciclabile, io non ho il campanello e chiedo “permesso permesso permesso”.

“Con chi parli?” mi chiede al telefono.

“Con la gente” rispondo all’auricolare.

Di quel capo sono pubblicamente innamorata per finta. Non mi preoccupo più di tenerlo nascosto. Il fatto che sia sposato mi dà una certa sicurezza. Che conforto questo amore impossibile di un platonico padre. Gli racconto che ho sognato il cortile della mia scuola, a ricreazione, con crocchi di gente che fanno merenda. Sempre nel sogno c’è un voice over da nouvelle vague che pronuncia all’infinito la parola “claustrofobia”. Ogni tanto compaiono delle immagini di un tiramisù modello instagram pieno di soffice e iperlattosiato mascarpone, e allora la voce da nouvelle vague si ferma, deglutisce facendo rumore, e continua.

“Ok, ci sentiamo dopo”. Metto giù. Una macchina alla mia destra non mi nota. La precedenza va a destra e quindi aspetto. Intanto passa un suv a sinistra e forse muoio. C’è il sole, il vento, ed è autunno. Sono pallida. A Porta Venezia mi sono incontrata con una collega. Abbiamo ordinato una spremuta al pompelmo in un bar e ipotizzato una strategia amorosa.

“Provaci, diretta”

“no.”

Proprio davanti alla spremuta mi ha parlato della sua redazione in casa, costituita da un fotografo di guerra, un lanciatore di anse, lei, e, per quel pranzo, io. Vado lì col taccuino alla mano e delle idee che mi sono venute la mattina dalle 05:00 alle 06:00 tra il sonno e la veglia.

“Leggo due libri al giorno a mangio le gallette di mais con la crema spalmabile vegana”. La aggiorno sulla vita. La mia amica è bionda, ha i capelli corti, e il trucco nero sotto gli occhi coperti da occhiali di acetato nero. Le chiedo se è un effetto voluto quello di sembrare la cantante dei Garbage. Mi risponde che non è assolutamente un effetto voluto. E’ notevole perché è veramente molto ben equilibrato e quindi ritengo che la matita utilizzata sia una kajal di ottima qualità.

“Visto che sei Leopardi, fatti venire delle idee per dei pezzi”, mi dice.

Non so quello che succede nel mondo. Ho delle idee, le enuncio, ne discutiamo, le dimentico. Non sono operativa. Le partite Iva, a legge di stabilità, boh, sai che notizia. In cuore ho il desiderio di rubare delle notizie agli stronzi,  Robin Hood. Penso al tiramisù del sogno, e ai filtri di instagram. E’ un dato di fatto che da quando non mangio più lattosio sto meglio.

Andiamo nella “redazione in casa”, ma prima passiamo dal giornalaio a comprare i giornali sui quali il lanciatore di anse e la mia amica hanno prodotto materiale e quindi per mezzo dei quali hanno guadagnato dei soldi. Sono forti.

Siamo nella redazione in casa, io leggo un pezzo sui lobbisti, di come la questione sia regolamentata a Bruxelles e negli Stati Uniti e di come non lo sia in Italia. La redazione in casa è un bilocale poco illuminato dalla luce del sole. C’è un nuovo armadio. Io penso alle gallette di mais con sopra il cioccolato spalmabile vegano. Mi vergogno che sia vegano, ma non posso mangiare burro e lattosio e questo cioccolato spalmabile è pastoso, fondente e pieno di olio di semi. Non me la sento di esternare questo pensiero che resta un chiodo fisso.

La redazione in casa ha al posto dei desk un tavolo rotondo, e invece dei computer, dei piatti fondi che riempiamo con dei fusilli al pomodoro che non sono al dente.

Pranziamo e me ne vado. Esco. In bici sono arrivata all’inizio di Sarpi. Mi fermo alla torrefazione. Faccio quella mossa di provincia di scendere dalla bici in corsa. Attiro l’attenzione dell’uomo della torrefazone con gli occhi azzurri. Mi racconta di quando Corona andava in palestra dove adesso vado io.

“Ma è una palestra economica”, dico. “Andava col suv dell’ex marito di Belen e ogni giorno prendeva la multa”, dice. “Sei sportiva” dice.

”Sono di pianura”.

Bevo il caffè e vado a casa.

Sono nell’ascensore e penso che sicuramente succederebbe qualcosa in questo racconto se fuori dall’ascensore mi aspettasse qualcuno per uccidermi. Mi immagino che potrebbe accogliermi con un’accetta, un po’ laterale. Con una pistola, giusto di fronte. Infine opto per il filo del telefono, da dietro. L’uomo è nascosto ma potrebbe essere anche una donna, io esco, non faccio in tempo a fare il primo gradino e mi schizzano gli occhi fuori dalle orbite. Mi accascio sui gradini in modo elegante.

Non succede. Ci resto un po’ male, ma almeno sono qui viva per raccontarlo. Due giri di chiave e sono nella redazione in casa mia. Il tavolo è sempre rotondo. C’è una mensola Dada con i pacchi di pasta vicino allo stendino dei vestiti. Vorrei toglierla ma non ho gli strumenti.

Mi siedo all’angolo del divano. Sospendo le gambe, accendo la lampada. Mi dico che per leggere 170 pagine, la lunghezza del libro che devo leggere, mi ci vogliono tre ore buone. Ma, no, tre ore al massimo.


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