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“Valperga”– Mary Shelley XXIV

Creato il 22 febbraio 2012 da Marvigar4

Castruccio Camposanto Pisa

Mary Shelley (1797-1851)

VALPERGA

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La vita e le avventure di Castruccio, Principe di Lucca

Traduzione integrale di Marco Vignolo Gargini dall’originale in inglese Valperga; or the Life and Adventures of Castruccio, Prince of Lucca

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Capitolo 24

Castruccio fa una ricognizione per una sorpresa. Ambasciata di Tripalda.

Arrigo tornò amareggiato a Lucca. Trovò Castruccio che giocava a scacchi con Mordecastelli, mentre un sacerdote, Battista Tripalda, sedeva osservando il gioco e disturbandolo con la sua invadenza.

«No, Vanni, ti do scacco matto alla tua prossima mossa», disse Castruccio, «ripensaci se non puoi cavartela e gioca meglio. Bene, Arrigo, la parola che porti è pace o guerra?»

«Dovete sceglierla voi, mio signore: la contessa vuole la pace, ma non intende sottomettersi.»

«Non intende sottomettersi!» gridò Tripalda, portandosi con la sua alta figura eretta in mezzo alla stanza. «Quella donna è pazza! C’è qualcosa che non torna e va messo a posto.»

«Sì», disse Mordecastelli, «come tu mi hai suggerito facendomi perdere due alfieri e una torre.»

«Mi auguro che lui possa persuadere Eutanasia a rinunciare al castello e allora tutto andrebbe bene. Non ci sono speranze, Arrigo? Cosa ti ha detto.»

Arrigo ripeté il suo messaggio cercando di ammorbidire le espressioni, ma Castruccio era troppo esperto nella gestione della mente umana per non cogliere dal giovane le vere parole che lei aveva pronunciato.

«Un assassino e un tiranno! Belle parole applicate a me, perché ho messo a morte un traditore, che altrimenti avrebbe posto la mia testa sulla picca fiorentina. A quali estremi sono arrivato! Non vorrei dare al mondo un’altra guerra per il suo miserabile castello, ma devo farlo presto, prima che lei possa chiamare i suoi amici fiorentini. Che spirito che ha! Non la biasimo, però, per San Martino, devo conquistare il castello! Vanni, chiama Castiglione, ho da dargli delle istruzioni per l’assedio: personalmente non voglio averci nulla a che fare, così domani sarò via per tenere in scacco i fiorentini, se non per batterli.»

«Mio signore», disse Tripalda, fermandosi davanti a Castruccio con un’aria di massima autorevolezza, «spesso mi avete utilizzato in occasioni del genere e vi chiedo di autorizzarmi ad andare e fare rimostranze alla contessa. Non ho dubbi che vi porterò una risposta favorevole: lei deve sentire ragione e non la sentirà se non da uno come me.»

«Tu conosci poco la sua indole, amico Tripalda, ma anche lo sforzo più disperato vale la pena prima di dichiarare guerra e prendere i suoi possessi con la forza. Vai là domattina presto, contemporaneamente darò a Castiglione le mie istruzioni. Se le tue esortazioni sono vane io potrei iniziare ad attaccare il giorno dopo.»

Tripalda si ritirò per pensare al discorso con cui avrebbe convinto Eutanasia a cedere, mentre Castruccio, disperando in un buon epilogo, diede tutte le direttive per condurre l’assedio.

«Se non fossi al corrente dei segreti del luogo», disse a Castiglione, «considererei il castello di Valperga proprio inespugnabile, tranne che per fame, e sarebbe uno sviluppo spiacevole, ma conosco altri mezzi per farvi entrare prima del tramonto. Portate un distaccamento dei vostri soldati meno validi sul sentiero che conduce all’ingresso principale del castello, che naturalmente sarà ben sorvegliato. Se la difesa è condotta con il buon senso, gli svantaggi evidenti trovati dagli assalitori renderanno il tentativo pressoché folle. Ma, come ho detto, le truppe meno valide saranno impiegate là e terranno occupati gli assediati, mentre porterete a vittoria sicura una truppa scelta. Ricordate la fontana della roccia, vicino alla quale festeggiammo, quando la contessa tenne corte, e dove lei mise in scena un finto assedio? Quello che lei ha fatto per gioco avverrà sul serio. Rammentate il viottolo stretto che dalla fontana conduce al retro, un cancello che, anche se robusto, può essere facilmente fatto a pezzi da armi affilate e buone asce? Conosco un sentiero che dalla valle porta alla fontana: è lungo, difficile e quasi impraticabile, ma io l’ho scalato e anche voi e i vostri soldati potete farlo.

Stanotte prima che sorga la luna, e sorge tardi, ci recheremo là e quando sarete in possesso di questo segreto, il castello sarà alla vostra mercé.»

Era l’inizio del mese d’ottobre, l’estate, che era stata particolarmente calda, era passata rapidamente, le bufere che accompagnano l’equinozio fischiavano per i boschi e gli alberi, che conoscono

La sua voce, e subito si fanno grigi dalla paura,
E tremano e si spogliano,
[1]

avevano ormai iniziato ad obbedire agli ordini del loro capo: i teneri castagneti, che per ultimi osavano affrontare gli sbuffi della primavera, le cui tenere foglie non si espandono finché non diventano un riparo per l’ombra, e che per primi sentono la voce del tiranno Libeccio [2], che tutto conquista venendo da occidente, avevano già cambiato tinta e spiccavano con il loro giallo e rosso tra il fogliame verde mare degli olivi, i rami più scuri ma leggeri dei sugheri e le macchie scure e pesanti dei lecci e pini. La sera era calda per il libeccio, anche se il sole era coperto da nubi, tuttavia portava un’aria afosa e grave che scalda e opprime.

Quando la sera giunse, Castruccio e il suo compagno si occuparono della loro spedizione. Si camuffarono con dei cappucci e, lasciando Lucca, attraversarono la pianura cavalcando in fretta e a lungo in silenzio. Chi può penetrare il cuore dell’uomo e sapere cosa passasse per la mente del principe, mentre conduceva Castiglione al sentiero segreto, scoperto dal suo amore e adesso usato per attaccare e sottomettere colei che aveva amato? Le mura bianche del castello, per metà nascoste dai sugheri e dai lecci che crescevano nello spiazzo davanti, stavano immobili, mute e colei che vi abitava dentro, il cui cuore ora batteva veloce per paura e infelicità, era la mite ed amata Eutanasia, dagli occhi dolci e teneri, splendenti come viole in mezzo alla neve, che un tempo avevano sprigionato a lui un amore ineffabile, la cui voce gentile e modulata una volta pronunciava parole di tenerezza e che, sebbene cambiata, lui non poteva dimenticare… era lei, la bella che visse sulla terra come una statua di una divinità custodita gelosamente, che abbelliva tutti i luoghi dove appariva ed era adorata da tutti quelli che la vedevano. Era lei il cui castello stava per essere preso e raso al suolo, era contro di lei che adesso guerreggiava con la ferma decisione di conquista. Castruccio pensò a tutto questo, ripensò al suo aspetto alterato e al gelo che aveva trasformato il suo cuore da una fonte d’amore acceso ad una sorgente ghiacciata: questo risvegliò un sentimento che lui avrebbe volentieri considerato indignazione. «Questa ragazza finta », mormorò, «godrà di questo trionfo su di me? E l’amore che lei disprezza la salverà dal destino al quale la sua freddezza e imprudenza la consegnano? Resista pure e troverà il Castruccio che lei calunnia, non un tiranno né un mostro, ma, se resiste, ricada su di lei un fardello di miseria che deve seguire.»

Eppure, mentre la coscienza importuna trovava scuse per lei e gli ricordava sempre di più di stare attento, lui cavalcò a lungo accanto a Castiglione ed entrò in conversazione. «Domani a quest’ora», disse, «tu e le tue truppe dovete fare questa strada e nascondervi nella foresta che stiamo per vedere. Quando sarà mattino, non ritardate molto la scalata del monte ed occupate il castello, perché prima lo prendete e meno sangue verrà sparso: ordinate la battaglia così, che le truppe lasciate per il falso attacco siano interamente impiegate con gli assediati prima del tuo ingresso; poi, seguendo la guarnigione, puoi condurle giù per la montagna tra i nemici in modo da farli tutti prigionieri, con un minimo spreco di vite nostre e loro.»

Smontarono e, lasciando i cavalli ai loro servi, iniziarono a salire l’erta. Si mossero con cautela e, se qualcuno avesse sentito i loro passi, il rumore era attutito dal frusciare dei pini che gemevano nel vento. Seguendo il sentiero di un torrente e reggendosi sui punti sporgenti della roccia, o sulle radici nude e nodose degli alberi soprastanti, procedettero lentamente sulla parete del monte. Poi svoltando a destra, entrarono in una completa estensione di foresta, dove il sottobosco degli alberi giganti, le felci e i rovi coprivano ogni accesso, tanto che Castruccio dovette ricorrere a tutto il suo acume per distinguere i piccoli particolari dello scenario che lo guidava. Svegliarono la lepre dalla sua tana e i fagiani, che guardavano giù dai rami degli alberi, volarono via con strida e il sibilo delle loro ali pesanti, come la loro solitudine, fu disturbato.

La loro avanzata fu dura e lenta, ma, dopo due ore di fatica, Castruccio esclamò: «Sì, vedo che ho ragione!» e si fermò un momento nei pressi di una sorgente, vicino alla quale cresceva un cipresso solitario e gigantesco che sembrava, a guardarlo, raggiungere lo luce della stella che brillava proprio sopra e verso cui la sua ferma spira puntava. «Ho ragione, conosco bene questo posto. Segnalo, Castiglione, e ora il nostro viaggio è quasi finito.»

Fu qui che da bambini Castruccio ed Eutanasia giocavano spesso, i loro nomi erano intagliati nella ruvida corteccia del cipresso e qui, a ricordo della loro amicizia infantile, si erano sempre incontrati per ripetere le promesse che avevano fatto un tempo, promesse ora infrante, gettate al vento, più insignificanti delle foglie d’autunno cadute che lui allora calpestava. La strada verso la rocca che sormontava la fontana adesso era corta, ma più ardua che mai, e ci volevano entrambe le mani e i piedi per conquistare l’ascesa. Alla fine giunsero alla vetta che, più in alto del castello, dominava l’intera pianura, e subito sotto c’era l’alcova che riparava la fontana d’Eutanasia.

«Non vedo sentieri diretti alla fontana, mio signore», disse Castiglione.

«Non ce n’è», rispose il principe, «e non sono mai entrato nel castello da qui, ma ho esaminato il luogo e non ho dubbi sulla fattibilità del mio piano.»

Castruccio estrasse una fune dal suo mantello e la assicurò al ceppo rovinato di un albero spezzato da un fulmine. Con l’aiuto di questa fune e un bastone rivestito di ferro che portava in mano, insieme a Castiglione trovò il modo per raggiungere un rilievo nella roccia di circa due piedi, che correva intorno al precipizio a circa dieci piedi dalla sua base; la fontana scorreva da una crepa in questa sporgenza e dei gradini intagliati nella pietra portavano dalla sorgente al bacino. Castruccio mostrò tutto questo al suo compagno ed indicò che, con un po’ di coraggio e cautela, potevano arrivare con i mezzi da lui indicati al sentiero che conduceva al retro del castello. Poche domande fatte da Castiglione, a cui il principe rispose meticolosamente, bastarono per chiarire ogni dubbio che il primo aveva e per spiegare tutta l’operazione.

Al ritorno, tuttavia, Castiglione disse subito, «Mio signore, voi conoscete questo sentiero molto meglio di me, perché non attaccate voi?»

«Ti ringrazio», replicò Castruccio con un sorriso amaro, «ma questo compito spetta a te. Io devo essere altrove per tenere lontano i soccorsi che la contessa aspetta dai fiorentini.»

Scesero lentamente, la luna era sorta e avrebbe mostrato loro il cammino se non che era nascosta dietro una coltre così spessa di buio e di nubi cariche di fulmini, che la sua presenza bastava solo per disperdere l’oscurità di pece in cui, a parte la luna, loro erano avvolti. Di tanto in tanto il rombo del tuono lontano ma grave scuoteva l’aria, e a lui rispondeva il verso del gufo e lo stridio degli uccelli svegliati dal sonno tra gli alberi. I due avventurieri raggiunsero presto la valle e, montando i cavalli, attraversarono al galoppo la pianura; e il forte Libeccio [3] contro cui andavano, tagliando l’aria con difficoltà, riscaldava gli spiriti e allontanava un po’ la malinconia che, a dispetto di tutti i suoi sforzi, opprimeva Castruccio. Arrivarono molto stanchi alla fine del viaggio e, qualunque fosse lo stravolgimento nei suoi sentimenti o il rimorso che lo incalzava a pensare a ciò che stava preparando, gettatosi sul letto, cadde rapidamente in un sonno profondo, e non si svegliò finché un attendente non venne ad annunciargli che era già giorno fatto, che le truppe avevano lasciato Lucca da tempo e che i suoi principali ufficiali aspettavano solo che lui si unisse a loro nella marcia verso il campo fiorentino. Castruccio allora si alzò e, controllato bene che il suo scudiero non avesse lasciato alcun pezzo dell’armatura che portava un altro cavallo, e ispezionato il suo cavallo che lasciava senza carico nel campo, montò un palafreno nero e, dicendo soltanto a Castiglione mentre gli passava davanti nel cortile del palazzo, «Hai capito tutto», raggiunse i suoi ufficiali e con loro cavalcò verso Firenze.

Appena lasciarono la città incontrarono Tripalda, il quale, accostandosi al principe, gli disse che stava andando a Valperga e non dubitava che i suoi argomenti avrebbero indotto la contessa ad arrendersi. Castruccio scosse la testa incredulo e, augurandogli sbrigativamente buona fortuna, spronò il cavallo, in apparenza impaziente d’abbandonare ogni cosa che gli ricordasse l’odioso compito che aveva lasciato al suo amico.

Battista Tripalda, l’ambasciatore di Castruccio in quest’occasione, era un canonico della cattedrale di Sant’Ambrogio a Perugia. In quei tempi i collegi dei canonici, che prima vivevano insieme come dei monaci, erano stati sciolti e ad ogni membro fu concesso di vivere privatamente, prendendo la propria parte annuale delle entrate che in precedenza erano in comune. Ma i canonici avevano degli uffici da svolgere in chiesa che li obbligavano a stare in città, dove si trovava la cattedrale a cui appartenevano. Tripalda comunque si era da tempo allontanato dai suoi doveri e il suo vescovo non aveva mai chiesto notizie di lui o pregato che tornasse. Apparve a Lucca circa un anno prima, sconosciuto e non richiesto, ma si era introdotto nei palazzi dei nobili ed era stato ben ricevuto: i suoi modi eccentrici gli fecero perdonare le opinioni e la sottigliezza della sua mente li costrinse a graziare la sua rozza e arrogante condotta. Eppure, pur ricevuto da tutti, non era legato a nessuno, poiché c’era un mistero su di lui che non si poteva indovinare, e raramente si ama ciò che non si può comprendere. Era un sacerdote miscredente, ciò nonostante gli fu permesso d’esercitare le funzioni sacerdotali. Era un uomo che lanciava strali contro la simonia e l’iniquità della religione romana, eppure fu tollerato da tutti i suoi membri. Era ugualmente severo con i tiranni e i signori, nondimeno fu accolto da ogni corte in Italia. Era uno strenuo elogiatore delle repubbliche e delle democrazie, ma nessuna forma di governo esistente lo soddisfaceva, perché nessuna era sufficientemente libera. Sosteneva che ogni uomo doveva essere re e giudice di se stesso, e comunque fingeva una moralità e dava a vedere d’essere un rigido censore dei costumi e del lusso. Aveva un profondo intuito per i caratteri falsi e una specie di istintiva prudenza nel districarsi dalle circostanze più imbarazzanti, cosicché la sua acutezza gli dava quasi l’aspetto di un falsario nelle arti proibite, che in ogni modo lui disprezzava assai.

Tripalda fu ben accolto allo stesso modo dalle opposte fazioni, non si alleò con nessuna e le condannava entrambe. Quando apparve per la prima volta a Lucca era umile e mite, non fingendo altro che una virtù incorrotta e incorruttibile, non desiderando alcun bene, eccetto quello che, nominalmente, non poteva negargli la stima e l’amicizia di tutti gli uomini virtuosi. Ma questo fu solo il preludio a ciò che stava seguendo. Era come quei nani delle fiabe che all’inizio appaiono piccoli e impotenti, ma ad una conoscenza approfondita assumono la forma di tremendi giganti. Così, quando familiarizzava con i suoi nuovi amici, deponeva il suo modesto travestimento e si mostrava vanesio, impertinente ed insolente, elargendo le sue opinioni come quelle di oracoli, violente quando avversavano un ragionamento, sprezzanti persino quando lo condividevano: inoltre c’era qualcosa di buffonesco nelle sue maniere, che lui ogni tanto cercava di far passare per ingegno ed immaginazione e altre volte gli serviva da mantello per coprire disegni oscuri e pareri pericolosi. I guelfi dichiararono d’essere convinti che lui fosse una spia ghibellina. I ghibellini, che era stipendiato dal papa. Molti dicevano che lui corrompeva entrambi i partiti e li tradiva. Le peggiori storie circolavano sul suo conto, ma pochi vi credevano. Si narrava che la malizia evidente delle sue azioni avesse causato la sua espulsione da Perugia, ma questo fu smentito subito, poiché, se così fosse, come mai non era stato privato degli emolumenti ecclesiastici?

La prima ipotesi fatta sul suo conto fu che era una spia, ma, pur ammesso, sfuggì alle indagini e riuscì a mantenere la sua confidenza con i capi delle opposte fazioni, e tra questi c’era Eutanasia. Lei ammirava il suo talento, credeva che fosse onesto e si rifiutava di ascoltare le accuse a lui rivolte, dato che il modo con cui venivano riportate le facevano sembrare delle evidenti calunnie infondate. Talvolta era irritata dalla sua impertinenza e scioccata dalla sua mancanza di delicatezza, ma aveva saputo che le sue antiche disgrazie avevano scombussolato la sua capacità di capire, e per questo aveva pietà di lui e lo perdonava. In effetti lo aveva conosciuto da pochissimo tempo e lui ancora non aveva calato la sua maschera d’umiltà e virtù che portava sempre alla sua prima comparsa su di una nuova scena.

Eutanasia aspettava con impazienza d’ascoltare l’effetto del suo messaggio a Castruccio. Non poteva credere che lui potesse mettere in atto le minacce, ma, nel peggiore dei casi, era ferma ad opporsi alle sue pretese e ad usare ogni mezzo per preservare la propria indipendenza. Aveva mandato un messo, la stessa notte del suo dialogo con Arrigo, per chiedere al generale fiorentino di spedire una brigata in sua difesa e reclamare l’assistenza di un valido ufficiale per sostenere l’assedio che avrebbe incontrato. Richiamò contemporaneamente le poche milizie dei suoi villaggi. Visitò i lavori al castello e dette ordini per l’immediata demolizione di tutte le strade e ponti sulla prima avanzata del nemico, poi, sopraffatta dal senso d’infelicità che in lei incombeva nonostante lo stato esaltato della sua mente, si ritirò in solitudine e provò a cercare nel rifugio della sua anima gli insegnamenti di coraggio e forza a lungo studiati.

Si credeva giustificata, anzi chiamata ad opporsi all’invasione del principe di Lucca; si sentì pronta a resistere alle sue minacce e all’accusa implicita di tradimento con cui lui aveva cercato di tacciarla. La sua innocenza la rendeva fiera, il suo spirito d’indipendenza, audace; s’era sempre rifiutata di sottomettersi alle sue usurpazioni; il suo castello spesso era stato asilo per le vittime di Castruccio e lei stessa aiutava i perseguitati. «Posso spezzarmi», pensava, «ma non mi piegherò. Posso essere la sua vittima, ma non sarò mai la sua schiava. Quando l’amavo mi sono rifiutata di cedergli se non rinunciava ai suoi progetti ambizioni. L’amore, che è il principio dominante della mia mente, il cui potere io sento adesso in ogni nervo, in ogni battito del mio cuore, io non sottometterei la mia coscienza al controllo dell’amore; e dovrei temere che mi domini?»

Disse questo e nello stesso momento fu annunciato Tripalda. Egli avanzò verso Eutanasia con un aspetto serio e imponente, pur cercando al contempo d’apparire cortese, se non umile. Le baciò la mano e, avendole chiesto solennemente della sua salute, iniziò subito a parlare dell’oggetto della sua visita e a tentare di persuaderla che ogni resistenza al volere del principe era inutile e che l’immediata sottomissione era la sola speranza per la sua protezione. Eutanasia sentì le sue gote in fiamme quando lui parlava e una volta i suoi occhi sembrarono lanciare saette, quando la parola Pietà uscì dalla bocca dell’oratore, che parlava dando mostra di guardare poco alle sue reazioni, ma d’essere completamente preso dalla conclusione delle sue frasi. «Madonna», disse, «il principe ha per voi una vera e sincera amicizia ed è infinitamente addolorato all’idea d’essere in aperta ostilità con voi; ma egli deve obbedire alla volontà del senato e del consiglio, e voi dovete in definitiva sottomettervi alle forze inviatevi contro. Ascoltate quindi un uomo più anziano di voi, che ha vissuto a lungo nel mondo ed è divenuto saggio con l’esperienza: mai, da deboli, affrontare chi è forte, poiché e più saggio di gran lunga cedere subito sotto condizione che, cadendo dopo aver combattuto, ricevere la legge dal conquistatore.»

«Temo, Messer Canonico [4]», rispose Eutanasia con calma ma abbastanza altera, «che le nostre opinioni concordino troppo poco per permettervi d’essere un arbitro adeguato tra me e il principe di Lucca. Questo castello e il potere annesso appartenevano ai miei antenati, e quando l’ho ricevuto dalle mani di mia madre ho giurato di esercitarlo e preservarlo per il bene della mia gente…»

«Ed è per il bene della vostra gente esporli alla desolazione della guerra, quando potreste concludere una pace soddisfacente?»

«Messer Battista, io ho ascoltato con pazienza quando voi parlavate, e ci metterò poco ad interrompere questa discussione se non mi darete retta. Sarò molto breve: Castruccio formò con me un’alleanza e, come condizione della mia indipendenza, ho promesso di non unirmi ai suoi nemici. Ho mantenuto i patti del mio accordo e, se lui vuole rompere i suoi, io ho amici e alleati che non permetterebbero alla mia situazione d’essere così disperata come v’immaginate. È il colmo dell’ingiustizia dire che porto la guerra in questo territorio, visto che ogni mio auspicio e desiderio è a favore della pace. Ma, se attaccata, mi difenderò e il mio diritto deve essere sia la spada che lo scudo.»

«Voi parlate con l’orgoglio ma in modo poco saggio, contessa Eutanasia, poiché il diritto non fu mai per nessuno sotto l’egida della spada e dello scudo. È bene parlare in questo modo alle donne e ai bambini e così mantenere il mondo in un certo grado d’ordine. Voi siete una donna, vero, ma il vostro rango e il vostro potere vi hanno messo in una condizione di conoscere la verità delle cose. E, se non avete ancora compreso la vanità delle lezioni dei preti, il cui solo scopo per tutti i loro discorsi è trovare la via, più corta o più lunga, per arrivare alla vostra borsa, imparate da me, che sono disponibile e anche in grado d’insegnarvi.»

«Sarò un’allieva penosa, temo, ma, se vi fa piacere, cambierò il mio frasario in modo che il significato sia più chiaro. Attendo l’aiuto dei fiorentini e io dipendo dal coraggio con cui l’odio per l’usurpatore ispirerà i miei soldati, che mi amano e, non ho dubbi, mi difenderanno fino all’ultima goccia del loro sangue: se il mio diritto non può aiutarmi, lo farà la mia risolutezza. Il principe di Lucca mi ha chiamata traditrice, forse crede che lo sia. Non lo sono né con lui, né con la fazione a cui appartengo. Ho promesso ai miei alleati di non sottomettermi e la mia parola è sacra. Messer Battista, non dubito che i motivi che vi hanno spinto a visitarmi siano onesti, se non amichevoli; ma smettete di vessare voi e me con un inutile litigio.»

«Non ho intenzioni di litigare, Madonna, ma intendo protestare con voi e mostrarvi la fossa in cui sembrate ostinatamente decisa a cadere. So che la saggezza d’ogni epoca ci dice che le donne hanno le loro volontà. Ho sperato di trovarvi superiore alle fisime del vostro sesso, e il mio errore diventa il mio misfatto: poiché davvero voi siete caparbia come una ragazzina di quindici anni, che attende di coprire il capo con il velo nuziale. Ma mi sono posto questo obiettivo con voi e non mi lascerò scoraggiare dall’eloquenza o dall’ostinatezza di una donna.»

«Questo è andare troppo oltre», disse Eutanasia, un po’ risentita, «forse v’immaginate ch’io sia già la schiava del vostro signore, da non avere più il rispetto che mi è comunque dovuto. Il mio animo è fin troppo colmo di dolore ed angoscia per inanellare sentenze in risposta ai vostri argomenti, ma il mio proposito è fermo e voi non potete alterarlo. Se voi provenite dal principe Castruccio in persona, la mia risposta resta la stessa. Io sono in pace con lui, ma se mi attacca io so come difendermi.»

Chiunque eccetto Tripalda avrebbe avuto soggezione della dignità d’Eutanasia, della sua indignazione trattenuta che scintillava nei suoi occhi ed accendeva le sue gote. Lei s’alzò per prendere commiato dal sacerdote e quei suoi modi austeri lo fermarono per un istante, ma la sua solita impudenza prese presto il sopravvento sulla compostezza momentanea, e disse, «Sono venuto per comunicare le ragioni a un sordo e mostrare il pericolo a un cieco, ma il cieco dice, io sento meglio di voi e il rumore delle armi e delle trombe è ancora lontano… ed il cieco urla, Avanti! Io vedo la strada meglio di voi: intanto uno cade nelle mani del nemico e l’altro ruzzola nella buca intorno alla quale io l’ho condotto. Troppo tardi vi pentirete se non seguite il mio consiglio, e allora chi curerà le vostre ferite?»

«Iddio che me le ha inflitte. Io non ho paura!»

Tripalda tornò a Lucca. Castruccio aveva lasciato la città e Castiglione, sentito l’esito dell’ambasciata, si preparò subito per l’attacco. Vennero mandati araldi secondo il protocollo per chiedere la resa del castello e, di fronte al rifiuto, la guerra fu immediatamente dichiarata.

Contemporaneamente l’esercito fiorentino avanzava nel territorio lucchese, ma, saputo della marcia di Castruccio, si fermò a Fucecchio e mise le tende sulle rive del fiume Guisciana. Castruccio andò incontro a loro con le sue truppe, però, trovandosi entrambi sulle parti opposte del fiume, senza preoccuparsi d’attraversarlo davanti al nemico, le due armate restarono ad osservare i rispettivi movimenti, ognuna preparandosi ad attaccare l’altra alla prima avvisaglia di paura o ritirata. Il generale fiorentino aveva ricevuto il messaggio d’Eutanasia, ma trovò difficile venire incontro ai suoi desideri, dato che ogni truppa inviata in suo soccorso doveva passare il Guisciana, che era troppo ben difeso per permettere qualsiasi passaggio ed attaccare. Il generale comunicò la situazione d’Eutanasia al governo fiorentino, che le mandò un piccolo plotone con Bondelmonti in testa, il quale, facendo il giro di Bologna e delle montagne modenesi, arrivò alla vigilia dell’attacco avendo superato con infinita fatica i passi fortificati delle montagne, cosicché, catturati molti del suo seguito e altri rimasti indietro, Bondelmonti fece la sua apparizione a Valperga con non più di cinquanta uomini.



[1] Citazione de Ode to the West Wind di Percy Bysshe Shelley, vv. 40-42 know/Thy voice, and suddenly grow grey with fear,/And tremble and despoil themselves

[2] In italiano nel testo

[3] C.s.

[4] In italiano nel testo.



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