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Viaggiate nella notte

Creato il 20 dicembre 2013 da Cannibal Kid
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Viaggiatori nella notte è un libro blues. Ci sono tipi di scrittura rock’n’roll oh yeah, altri hip-hop urban di strada yo, altri electro unz unz unz, altri pop come il più delle volte scrivo io, anche se non sempre, certe volte preferisco lo stile electro unz unz unz. Viaggiatori nella notte invece è un libro scritto in stile blues. Ma facciamo un passo indietro. Viaggiatori nella notte è un libro che nasce da un blog, Dustyroad di Bartolo Federico, i cui post hanno dato vita a questo progetto curato dal mitico collega blogger pure lui Evil Monkey, con l’aggiunta preziosa delle illustrazioni curate da Giovanni Lo Re del blog Badit. Racconti e musica, musica e racconti. Questo fondamentalmente è Viaggiatori nella notte e fin dal titolo potete già immaginare anche qual è il momento della giornata migliore per avventurarsi dentro le sue avvolgenti pagine. Quando calano le tenebre, esatto. Un progetto bloggaro tutto da leggere, ma dove? Se volete una copia cartacea, la potete ordinare a questo indirizzo.
Altrimenti potete scaricare l’ebook aggratis a quest’altro indirizzo.
La lettura di Viaggiatori nella notte è fortemente consigliata, meglio se dopo la mezzanotte. Perché così vi trasformate in Gremlins? No, solo perché è soprattutto allora che le parole blues di Bartolo Federico vi trasporteranno in un altro mondo. Un mondo molto blues.
Vi lascio così, senza manco un assaggio? Eh no, dai. Ecco qua un brano estratto dal libro. La parola all'autore.
VIAGGIATE NELLA NOTTE
Bartolo Federico Rock in un mondo libero Da: Viaggiatori nella notte
L’altra notte non riuscivo a dormire. Invece di continuare a girarmi nel letto, decisi di accendere la tele per vedere se riuscisse a conciliarmi il sonno. Girando i canali, incappai in un vecchio filmato d’epoca in cui rividi Lelio Luttazzi. Un flashback improvviso mi afferrò. Di Luttazzi conservo il ricordo indelebile dei miei giorni spensierati, quando la sua voce attraverso la radio entrava in tutte le case perché lui era il presentatore di Hit Parade, un programma radiofonico sui dischi più venduti in Italia. Una trasmissione seguitissima, allora, da tutte le famiglie italiane e che andava in onda intorno alle 13 su Radio Due. Fu un attimo e mi rividi in quella piccola cucina con quella faccia da furbetto smaliziato, vestito con i pantaloni alla zuava, la camicia celestina e i capelli cortissimi stile militare, le gambe piene di graffi e di sangue incrostato. Me ne stavo seduto con il braccio appoggiato al tavolo e mi reggevo la testa sbuffando e tenendo il broncio a mia madre perché avevo una fame da lupo ed ancora non era pronto. Lei, rivolta di spalle, intenta a preparare il pranzo, mi zittiva perché voleva ascoltare le canzoni e non i miei piagnistei. Me lo ricordo perfettamente quel radio registratore sulla mensola della cucina. Era di colore grigio scuro con i tasti neri. Mia madre adorava ascoltare le voci di Barry White e Demis Roussos, due cantanti melodici che a me facevano venire il sonno ma guai a dirglielo perché, come minimo, ci si beccava un colpo di scopa. Era la metà degli anni settanta e in quel periodo mia sorella più grande, che possedeva un mangiadischi color arancio regalatole per il compleanno dai miei nonni, ascoltava i 45 giri dei Santo California, di Afric Simone, dei Goblin, di Wess e Dori Ghezzi, di Drupi, dei Rubbets, di Berto Pisano, dei Soleado, dei Cugini di Campagna, di Claudio Baglioni, di Riccardo Cocciante, di Mina, di Carl Douglas, Claudia Mori. Ci litigavo sempre con lei perché quella musica mi stava sulle palle cosi tanto che per dispetto gli nascondevo il raccoglitore dei dischi. Ma da lì a poco non gli avrei dato più importanza, correo Carmelo, un ragazzo più grande di parecchi anni. Avrei scoperto il mio mondo, ma tutto accadde in maniera casuale. Si vede che in qualche modo ero un predestinato. Era estate ed insieme ai miei amici giocavamo con le figurine dei calciatori nell’androne del palazzo, dove c’era sempre una bella frescura. Ad un tratto i nostri schiamazzi furono sovrastati da una musica dura, suonata ad alto volume ed era la prima volta che sentivamo una cosa del genere. Per un momento quella novità spostò la nostra attenzione ma, mentre gli altri ripresero quasi subito a giocare, io restai in ascolto. Quella musica strana proveniva dal terzo piano dove abitava Carmelo. Alla chetichella mi allontanai e salii le scale e, per ascoltare meglio, mi sistemai dietro la porta. Quello che udivo mi sconvolgeva e mi incuriosiva ad un punto tale che mi feci coraggio e suonai il campanello. Quel dì Carmelo era solo. La durezza educativa dei suoi genitori non gli avrebbe mai permesso di tenere il volume dello stereo cosi alto. Quando la musica finì, suonai nuovamente e lui venne ad aprirmi. Dapprima mi guardò imbarazzato, poi mi chiese cosa desideravo. Gli dissi la verità, che volevo sentire da vicino ciò che stava ascoltando. Lui spalancò la porta e mi fece accomodare nel salone, raccomandandomi di stare molto attento a non rompere nulla sennò i suoi gli avrebbero impedito di usare ancora lo stereo e suo padre lo avrebbe pure picchiato. Mi sedetti sul divano e mi diede le copertine dei suoi dischi. Provai un emozione fortissima a tenere in mano quegli lp, che non erano molti, ma che a me parvero tantissimi. Quel giorno per me si aprirono le porte della percezione, quel giorno fu come se avessi spalancato un forziere pieno d’oro e in un botto avessi scoperto di essere diventato ricco. Conobbi i Led Zeppelin, i Deep Purple, i Vand Der Graaf Generator, i Genesis, i Gran Funk Railroad, gli Uriah Heep, Joe Cocker e, mentre guardavo le copertine imbambolato, ascoltai quella musica senza capirci nulla. Restava il fatto che mi attraeva e mi attraevano quei tipi con i capelli lunghi e i pantaloni a zampa e mi piaceva un sacco quel suono selvaggio delle chitarre elettriche. Tornai a casa con la promessa di Carmelo che mi avrebbe registrato quei dischi su cassetta. Non stavo più nella pelle per l’eccitazione. Dopo qualche giorno, Carmelo venne a portarmi le cassette registrate di Made in Japan e Machine Head dei Deep Purple, Led Zeppelin I, Sweet Freedom degli Uriah Heep, H to He, Who Am the Only One dei Van der Graaf Generator e Foxtrot dei Genesis. Ero gasatissimo da quella musica e, anche se l’ascolto mi era difficoltoso, stavo tutto il tempo attaccato al radioregistratore. I miei amici mi reclamavano per andare a giocare, ma io non mi muovevo da casa, dovevo rompere quel muro immaginario che ancora non mi consentiva di passare dall’altro lato del mondo. Dovevo vedere quella luce a tutti i costi. Il volume di quella radio, di certo, non era granché per il rock duro dei Purple e degli Zepp, che del lotto divennero i miei preferiti. Sentivo che per godere in pieno di quel suono avevo bisogno di ascoltare ad un volume più alto. Nella discarica trovai un vecchio televisore a cui smontai l’altoparlante e con una scatola di scarpe feci una “cassa acustica”, ne riempii l’interno di cotone, la nastrai con del nastro adesivo nero, collegai il filo all’uscita della cuffia e, magicamente, la musica suonò un po’ più forte di prima. Chiuso nella mia stanza, con il battipanni suonavo la chitarra e con i fustini del Dash, che allora erano rotondi, e i coperchi delle pentole formai una batteria. Mia madre, che un giorno entrò mentre accompagnavo un solo di Ian Paice, mi disse che ero andato fuori di testa. Non aveva ancora visto niente. Dopo di allora non mi tagliai più i capelli ed assunsi l’aria da rocker. Quando l’anno seguente andai al primo per geometri, ero alto e magrissimo e con quei capelli lunghi, a pensarci adesso, sembravo Joey Ramone. Alla fermata dell’autobus conobbi Piero, anche lui più grande di me di un paio d’anni, che mi parlò di Neil Young, dei Doobie Brothers e di Bob Dylan, ma anche di De Gregori, Dalla, Guccini, De Andrè, Claudio Lolli, ma quest’ultimi per la verità, non catturarono molto la mia attenzione. Poi, non ricordo come accadde, incontrammo Fulvio, uno più grande di tutti e due, e fu allora che il rock diventò qualcosa di imprescindibile dalla mia vita. Quando ci portò a casa sua a vedere la sua collezione di dischi, restammo a bocca aperta. Su quegli scaffali c’ era un mondo nuovo. Sistemati rigorosamente in ordine alfabetico c'erano i vinili degli Allmann Brothers, Quicksilver Messanger Service, Grateful Dead, Marshall Tucker Band, Ry Cooder, Taj Mahal, Cream, Traffic, gli Stones di Exile, The Band, Little Feat,Lynyrd Skynyrd, The Outlaws, Henry Paul Band, David Essig, John Renbourn, i Pentangle, Stefan Grossam, NRBQ, Commander Cody, New Riders of the Purple Sage, i Flying Burrito Brothers, i Doors, Jefferson Airplane, Hot Tuna, Janis Joplin, Animals, David Blu, Eric Andersen, Tim Buckley, Jackson Browne, Leonard Cohen, Joni Mitchell, Laura Nyro, Van Morrison, Randy Newman, Simon &Garfunkel, Lou Reed, Mott The Hopple, i Byrds, Fleetwood Mac, Canned Heat, Mike Bloomfield, Tim Hardin, Phil Ocks, Dave Van Ronk, Nick Drake, Fairport Convetion, Frank Zappa, Miles Davis, John Coltrane, Art Ensemble of Chicago, Muddy Waters,B.B.King, John Mayall, Ten Years After. Fulvio era davvero un pazzo scellerato, per la musica organizzava concerti di folk e jazz,ci coinvolse anche nell’organizzazione, non so più quante cassette registrai nei mesi seguenti. Ricordo solo che la mia stanza era invasa da TDK C60 e C90 , che allora erano il mezzo più economico per ascoltare musica. Poi, pian piano nel tempo, comprai tutti quei dischi che amavo di più. Aveva ragione mia madre, ero proprio andato fuori di testa. Quando la mattina mi alzai, mi sentivo più stanco di quando ero andato a dormire. Feci una doccia, bevvi un caffè e, prima di andare a lavoro. cantai e suonai con la mia chitarra acustica Rockin' In The Free World. Rimango pur sempre un fuori di testa, no? Bartolo Federico

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