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Welcome to new york

Creato il 22 giugno 2014 da Ussy77 @xunpugnodifilm

welcome_to_new_york_ver2Abel Ferrara dipinge DSK. Quest’ultimo gli fa causa

La provocazione di Abel Ferrara colpisce dritto allo stomaco. Il caso DSK diviene un escamotage ben architettato per effettuare una riflessione più completa e complessa. Il politico ed economista francese ne esce con le ossa rotte.

Deveraux è a capo del Fondo Monetario Internazionale e sta per annunciare la sua candidatura alle elezioni presidenziali francesi. Tuttavia un’accusa di stupro (nei confronti di una cameriera) lo travolge e lo porta all’arresto.

Ferrara non difende e non disegna un ritratto vittimista. Carnefice e personaggio privo di redenzione è Dominique Strauss-Khane nulla può contraddire questo assunto. Il regista è viscerale nella sua messinscena, racconta la bestialità di un mondo corrotto e contrappuntato da festini, orge e favori sessuali in cambio di ruoli istituzionali. Tutto ciò che rimane è una sesso-dipendenza che provoca disgusto e che non si allontana dalla realtà, anzi vi rimane aderente in modo accattivante. Difatti Ferrara procede per step: presenta il personaggio di Strauss Khan in tutta la sua malata perversione, esegue una capatina nel processo che è la sua ideale derivazione per poi indagare oltre e abbandonare lo spettatore in balia di un duetto delirante (tra Bisset e Depardieu) e un fugace apprezzamento nei confronti di una cameriera. È come se la pellicola si riveli circolare, priva di una via di fuga; uno spaccato di esistenza che non porta a nulla se non a qualcosa di già visto, assaporato, digerito, ma mai accettato. E non è un caso che sia proprio l’attore Depardieu (a inizio pellicola) a presentare al pubblico il personaggio, a descriverne la perversione, a non accettarlo.

Welcome to New York è crudo nel suo realismo, indugia sugli amplessi e non risparmia allo spettatore la visione di contorsi corpi nudi nelle lenzuola per raggiungere l’orgasmo in piena estasi, accompagnato da grugniti animaleschi. Ferrara si spinge oltre? Non esattamente perché riesce a far passare su pellicola un sentimento di brutalità legalizzata, di bestialità acquistata a suon di contanti. E la scelta giusta è quella di non focalizzarsi eccessivamente sul caso giudiziario; nel momento in cui non ritiene più necessario portare avanti la denuncia, Ferrara comincia a indugiare sugli sguardi vuoti del personaggio principale, sui suoi discorsi dallo psichiatra in cui dichiara di non provare niente, di sentirsi in pace con se stesso, di vivere seguendo le sue regole. E di vivere bene.

Welcome to New York evidenzia un ritmo rallentato, si perde (a tratti) in una forzata volontà di mostrare ogni dettaglio, di ostentarlo senza filtro. Il film è una provocazione e un tratteggio privo di catarsi. La delineazione di un uomo che, pur di sentirsi padrone di corpi sinuosi, ha gettato consenso pubblico e rispetto alle ortiche. Ferrara più indisponente di Von Trier? Probabilmente no. Sicuramente meno filosofico e più viscerale.

Uscita al cinema (on demand): 22 maggio 2014

Voto: ***


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