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Yangon, la capitale

Creato il 23 giugno 2014 da Paola Annoni @scusateiovado

Prima di scrivere e leggere di Rangoon bisognerebbe documentarsi. Guardare almeno il recente film sulla leader birmana Han San Suu Kyi (The Lady) e il documentario Burma VJ, sui giornalisti eroi che anche in momenti in cui governo tappava loro le bocche, riuscivano a far trapelare al mondo intero cosa stesse (più o meno) succedendo in Birmania.

Detto questo, Yangoon è un pugno nello stomaco, per alcuni versi bellissima, per altri talmente indietro da farti sentire in un’altra era, ma non può non piacerti, erchè il cuore d’istinto ti  impone di guardarla con la dolcezza che ti sale dal cuore, vedendo una signora anziana caduta per terra, mentre si guarda quanto sono sbucciate le sue ginocchia.

E il mio post credo sia come lei, incasinato, frenetico in alcuni tratti, lento in altri… Un ricordo che resta confuso nella pancia. La conferma del mio amore per la Birmania.

Partiamo dall’inizio. Nella capitale ci siamo arrivati volando con un volo nazionale. Un’esperienza. I biglietti erano quelli presi a Mandalay nell’agenzia, visto che in Birmania non ci sono siti internet che con un click ti fanno acquistare i biglietti per un  volo nazionale. No, ci devi andare FISICAMENTE, a prendertelo.

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Prima di tutto all’aeroporto i Heho si fa tutto come 50 anni fa (credo): nessun nastro trasportatore, niente biglietti elettronici. Vai a questo banchetto, dici dove devi andare, di danno un biglietto da cui staccano un pezzetto, un tizio ti porta via gli zaini e ti attacca un bollino sulla spalla. Tutto mentre quasi non te ne accorgi. E tu vedi il tuo zaino partire, verso non si sa dove, in mano a non si sa chi, e l’unica cosa che ti resta è un bollino sulla spalla come se fossi in gita a Roma con una comitiva, e un biglietto scritto a mano. Poi ti spostano tutti in una stanza, enorme. I/il gate. Siamo tutti lì, con i bollini diversi e le indicazioni date in birmano da un tizio col megafono e degli orologi alle pareti che danno orari sommari. Ho avuto la reale sensazione che saremmo potuti finire OVUNQUE.

Poi guardi l’orologio e più o meno… Beh, quello dovrebbe essere il tuo volo.

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Siamo atterrati a Yangoon dopo un volo stranamente tranquillo, e siamo finiti lì, in una stanza, in cui c’era semplicementre scritto “bagage claim”. Si ma… dove?!

Abbiamo aspettato lì, fermi, perplessi. Abbiamo chiesto qua e là.

Tutti indicavano lò, un angolo, un cartello. Nulla. Non un nastro trasportatore, non un bagaglio. Panico.

E dopo 20 minuti arrivano dei ragazzi con delle valigie sui carrelli (si, quelli che usiamo noi per spostare le valigie per l’aeroporto), e li parcheggiano lì, nell’angolo, e se ne vanno. Ecco il bagage claim!

Prendiamo la nostra roba, trattiamo la cifra per il taxi e ci dirigiamo in hotel. Molliamo tutto, ci rilassiamo un secondo e poi partiamo alla volta della città, trafficata solo come una città asiatica può essere, e come prima cosa, ovviamente, cerchiamo da

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mangiare.

CI buttiamo sul cibo indiano visto che la cucina birmana ci ha un tantinello traumatizzati (quando leggo post di persone entusiaste del cibo birmano voglio capire dove hanno mangiato… DOVE?!COSA!?) e poi su un colorato shop di dolcetti e bevande colorate.

E lì scopriamo lui, il falouda.

Allora: sono chiaramente stata attratta dalle gelatine colorate e dalla tintura rosa fosforescente, e come al solito mi ci sono buttata a capofitto senza né chiedere né chiedermi cosa cavolo fosse, e così, mi sono ritrovata ad affondare il cucchiaio mordicchiato di plastica dentro un bicchierone che ha cambiato colore (da bianco, a rosa shocking) pescando nell’ordine:

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1 cubo di ghiaccio

1 palla di gelato

1 pezzo di qualcosa molto simile a panna cotta, che all’inizio pensavo fosse un panetto di burro.

Gelatine verdi e rosa dalla dubbia provenienza. Affondo poco a poco il cucchiaio ravanando sul fondo…. Buonissimo. Estremamente chimico ma buonissimo! Cioè, tutto è relativo, ma quella sensazione molliccia e gustosetta che ricordava gli orsetti haribo abbinata al gelato e a la dura gelatinosità della pannacotta… Beh, faceva proprio per me (che mangio sempre roba sana)

Con la pancia piena ci siamo messi a camminare per un’assolata città, dalle macchine che sfrecciano veloci accanto a un ritmo lento di un mondo che fatica a ripartire, con cellulari che noi usavamo 10 anni fa, cartelloni colorati e donne che, come lavoro, battono a macchina sedute sotto piccoli pergolati accanto alle strade.

Per sfizio siamo andati a curiosare oltre le porte dell’hotel Strand uno dei più storici e belli della capitale, dove stranieri bevono heineken seduti sui cuscini morrbidi delle sedie in vimini.

Il the delle 5 costa 18€, il costo dello stipendio medio in Birmania è di 85$ (come cita giustamente Angelo Zinna… è un dato indicativo visto che molti vivono ancora di agricoltura http://exploremore.it/2013/10/15/in-partenza-per-la-birmania-33-cose-che-devi-sapere/). Ma è tanto per capirci. Tanto per fare una media tra local e turista. Una di quelle medie che mi fa un po’ girare le palle.

Cammini, ti perdi, ti lasci incantare dalle strade sconnesse e pieni di venditori di frutta che cercano di convincerti a comprare un mango per 3$ o una borsetta con stampata la faccia della leader birmana, un telecomando univesale o un guscio protettivo per un telefono che non c’è più, o perché no, un dvd piratato di video di cantanti locali che ricordano la peggior produzione musicale indiana degli anni ’80, colori fluo inclusi.

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E poi, mentre cala il sole, prendiamo un taxi per la Shwendgon Pagoda, il tempio più sacro e importante dell’intera Birmania, un’enorme e stupenda cupola dorata con attorno centinaia di piccoli stupa, cappelle, Buddha in tutte le posizioni che vengono lavati dai fedeli dall’acqua delle fontanelle che li bagna.

Grandi  Buddha se ne vedono un po’ ovunque, ma lì, quando tramonta il sole e beh, la luce calda che avvolge lo stupa, i monaci che camminano sui bordi…Beh, succede qualcosa di magico.

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Niente fuochi d’artificio o apparizioni: lì, il cuore di chiunque si potrebbe fermare a riposare, a pregare qualcosa o qualcuno, perché lì davvero ti senti vicino a qualcosa di altro. Il silenzio è innaturale, i gesti dei fedeli si amalgamano a quelli dei turisti senza stridere.

Tutti a piedi scalzi, perché le scarpe le te le fanno lasciare allìingresso, dove paghi 8 $. Tu turista li paghi, i birmani, una cifra simbolica di zero virgola niente. E in fondo penso sia anche giusto (anche se proporzionalmente al resto mi viene da dire… Minchia! OTTO dollari!?).

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E’ un luogo sacro, e lo senti, e allo stesso tempo mi è piaciuto da morire per questa sensazione di naturalezza che accompagna tutti i templi in Asia: lì ci preghi, ma se te ne stai sdraiato in un angolo a fare due chiacchiere con qualcun altro, beh, nessuno ti nota.

E noi siamo stati lì, un tempo che nei miei ricordi è diventato infinito…e tutto è diventato poesia.

Ecco, appunto, con tutta sta poesia magari la mia cena coreana la racconto un’altra volta. E sì, anche lì ci hanno messo un bollino

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addosso.



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