0027 [A-B USO] Mauro Francesco Minervino | Statale 18 | Seconda parte

Creato il 16 maggio 2012 da Wilfingarchitettura @wilfing
di Salvatore D'Agostino
primaterza e quarta parte 
«Ci vuole il senso della bellezza per cancellare le brutture, per restituire integrità e incanto ai luoghi. Ci vuole la forza dell’immaginazione, che non basta mai. Che qui, in fondo a tutto, è la cosa più faticosa da salvare». (Mauro Francesco Minervino)1
Mauro Francesco Minervino è un antropologo calabrese che non ha bisogno di andare lontano per le sue ricerche poiché il luogo dove vive e delle sue quotidiane osservazioni è la diciottesima statale italiana che da anni percorrere senza sosta. In fondo a sud, La Calabria brucia e Statale 18 sono i libri dove ha riportato le sue analisi, l’intervista che seguirà è divisa in più parti (1°, 3° e 4°) poiché le risposte, ampie e dettagliate, meritano pause di riflessioni più che letture veloci senza area di sosta.


Salvatore D’Agostino Non credi che ‘la cura’ di cui parli* non ci sia mai stata?
Mauro Francesco Minervino Cerco di rispondere in modo articolato. Ma il ragionamento è aperto, ci rifletto anch’io da molto tempo, e in direzioni diverse
   No, non credo affatto. Il concetto e la pratica sociale della “cura” inevitabilmente riconduce al passato, alla tradizione, a conoscenze, saperi, sensibilità perdute. La cura è quella forma dell’essere che riporta la pratica sociale dello spazio al fare anima con le cose, con le case, con le archai della vita naturale e dell’ambiente domestico. Era la condizione prossima al sacro che collocava l’uomo e la sua posizione nel mondo e nella natura prima dell’era della tecnica: una forma dell’essere nel tempo e nei luoghi che rinvia ad un paesaggio che era l’autentico fondamento del pensiero antico. Da noi quest’antichità è durata fino a neanche mezzo secolo fa. C’era una religione, una metafisica dei luoghi che abbiamo perduto. A vantaggio dell’illusione demiurgica dell’estensione delle superfici costruite, dello spazio occupato dagli ingombri inutili, dal primato dell’economico sulla bellezza, sul paesaggio, sulla natura soffocata. Basta ricordare cos’era un tempo un tempo la misura dell’abitare umano; un paese, un villaggio, una contrada rurale e la stessa città preindustriale, prima del cemento, del ferro, del vetro. In realtà dimentichiamo come costruire, abitare e pensare siano in fondo la stessa cosa. Oggi vi ritroviamo insediate le stesse patologie. La risposta falsa alla medesima angoscia di senso. Con l’espansione della tecnica noi tutti sperimentiamo una sorta di apprensione indeterminata, dalla quale non possiamo sottrarci. Mentre il rimedio non può che essere il limite, il ritirarsi delle pretese di assoggettamento e dominio di tutto ciò che sta fuori di noi: la cura. Ci si deve prendere cura non solo di una singola esistenza, e non solo nel tempo-ora nel quale tutti sembriamo gettati come ombre di passaggio, ma in generale delle diversi entità che ereditiamo dal passato, dalla storia, dalla memoria di ciò che vi è di umano nei luoghi, nel paesaggio;  cioè di “cose” che incontriamo nel commercio-ambientale con il mondo in cui già ci troviamo. La parola cura indicava per gli antichi due termini apparentemente lontanissimi, come angoscia  e protezione; “cura” potrebbe essere reso nella nostro linguaggio di contemporanei con l’espressione pre-occupazione, che indica  appunto sia l’atto del preoccuparsi, del prendersi cura, che una situazione preoccupante, carica di interrogativi e prospettive inquietanti. Ecco, io scrivendo “Statale 18” ho sentito su di me, nel paesaggio che attraverso, nel caos indistinto che proviene dalla strada, quest’ansia di protezione.
   Ad un certo punto della vita ho scoperto che ci sono luoghi che per me contano più di tutto. Luoghi che si segnano dentro di me. Luoghi che sono lontano, vicino, non importa dove. Ma luoghi che hanno una forza, un richiamo di calamita. Marc Augè ha scritto di recente che per gli abitanti del contemporaneo:
«La perdita del luogo, è come la perdita di un altro noi, dell’ultimo altro, del fantasma che ci accoglie a casa quando torniamo da soli».
In questi anni sono andato alla ricerca di relazioni e d’interrogazioni profonde che sorgono da certi paesaggi, che insegnano a riconoscere e ripensare i luoghi e i segni smarriti dell’abitare umano anche nello spazio del “tutto pieno” che oggi circonda le nostre esistenze in un mondo apparentemente privo di un orizzonte comune, senza finalità. Un viaggio che per me è attraversare i luoghi tra fughe e ritorni, registrando illusioni e scoperte, incontri con testimoni noti e sconosciuti, per cercare sempre, dentro e fuori di noi, il riparo di un luogo necessario. Rinnovando così il senso precario e la profonda moralità di un’incessante ricerca di orizzonte, di un “paese” più grande.
Non credi che non sia mai cambiato lo stile abitativo 'senza senso civico e sociale' e che gli abitanti della SS 18 costruiscono le proprie case trasponendo in cemento la grammatica costruttiva delle vecchie rattoppate case  di pietra?
Osservazione interessante, ma da sola non è sufficiente a spiegare. Non è infatti quella “grammatica” in sé ad avere costruito il brutto; non è il fai da te urbanistico, che è il metodo dell’autocostruzione, peraltro ereditato dalla tradizione che fino al recente passato ha edificato l’architettura dei paesi, che ostruisce, che crea il problema della bassa qualità del nostro paesaggio costruito. La questione è piuttosto antropologica, cioè investe dimensioni complesse e piani diversi: è frutto di un mutamento materiale, ideale, comportamentale, è il seguito di un’espansione economica, della crescita dei consumi, e infine di uno smarrimento culturale che ha che fare con l’etica e con l’estetica. Si spiega con la cancellazione della memoria (storia di vinti e di sottosviluppo economico), con la voglia di distruggere e negare che è lo stigma di tutto il Sud contemporaneo -come scriveva già Enzo Siciliano-, con le manomissioni compiute in nome dell’ideologia del progresso, con la turistizzazione forzata, con il cattivo gusto del geometra e del cementista, con il sistema degli appaltati che ha reso disponibile ogni risorsa pubblica, con amministrazioni locali spesso asservite ai poteri criminali, a fenomeni in cui la gestione urbanistica si associa sempre più all’illegalità e alla prepotenza del privato e degli interessi speculativi rispetto alla sopravvivenza di un orizzonte pubblico, all’affermazione di uno spirito civico che (se pure non ci fosse mai stato) occorrerebbe comunque re-inventare e affermare come prassi condivisa nella vita democratica delle nostre comunità. Il problema non è di grammatica ma di vocabolario, sta nelle dimensioni dei “costrutti”, è nelle proporzioni esorbitanti dei fenomeni, nella tendenza pervasiva, nell’inarrestabilità del degrado. Quelle “vecchie rattoppate case di pietra”, avevano uno stile appunto, erano una storia, eredità di un sapere costruttivo secolare, millenario; conservavano segni, presenze, erano case come noi. Possedevano inoltre, per quanto povere e derelitte, la bellezza della misura che premia solo le cose costruite con l’ingegno che serve strettamente per l’utile. C’era la limitatezza di materiali e risorse locali e l’ingegnosissima povertà, l’estetica sobria e minimale, di chi costruiva solo per abitare. Oggi questa endiadi si è capovolta a vantaggio della volgarità, dello spreco, dell’esibizione, della freddezza anodina dei materiali, delle cubature ridondanti rispetto alla capacità di dar loro la forma domestica di un riparo utile per produrre e riprodurre la vita: la sola misura reale dell’abitare -individuale e collettivo-  che fa la casa, le relazioni, la comunità, l’estetica.
Lo scenario è sotto gli occhi di tutti.
   La gente comune da queste parti continua a pagare il suo dazio agli idoli del cemento, anche se le case nuove ormai non le abita nessuno e non procurano più alcun profitto. Neanche a fittarle a quattro soldi ai marocchini (come mi disse in un’intervista un emigrato). La casa, la vita. Questa fissazione per il possesso. Capisco, con fatica. Quella della proprietà di una casa è una sensazione di possesso sublime per chi non ha mai avuto niente. Proprietà di una proprietà, anche se miserabile, disabitata, brutta e subito pronta ad andare in rovina.
«Tiegnu sittant’anni, pagu su cazz’i mutuo ogni misata, er è sangu che va ari banche, eppure non sopporterei mai di perdere la casa che mi sono fatto da solo. Mai, mai prima, neanche se qui ci muoio, prima di andarmene via, la casa resta».
Questo mi ha detto tra l’inerzia senile e la fierezza sprovveduta e fanatica che hanno certe facce di questa terra, un paesano di Campora, borgata costiera affogata dal cemento che si alza ai bordi della statale 18, emigrato per trent’anni operaio metalmeccanico in Germania.
A lui avevo chiesto perché tutto il lavoro di una vita dovesse finire tra due piani di mattoni e quattro muri sbilenchi tirati in piedi a singhiozzi e in anni di sacrifici. Sacrifici fatti per nessuno, tranne che per la casa. I giovani fuggono da qui, restano solo i vecchi. In posti così d’estate c’è solo il casino effimero dei turisti, il rientro degli emigranti come uccelli di passo. Poi solo il ronzio del traffico sulla strada. Gli inverni sono lugubri come un mortorio per i vivi. Tutto per una casa. Una casa che non sta, neanche a far dispetto, vicino al paese degli antenati. Messa lì senza senso, mangiata dalla polvere e dal disordine rumoroso e indifferente della statale.
   Di recente ho potuto rivedere un film girato da Marco Bellocchio alla metà degli anni ’60 a Paola. Un documentario politico sulle lotte per la casa. Le case di allora erano quelle insalubri e malsane, “vecchie” - talvolta di secoli.  Erano le case degli antenati, nel cuore del paese; abitazioni misere ma al centro di rapporti di vicinato e di relazioni forti, identitarie, tipiche di un centro storico millenario come quello di Paola, nei quartieri del Cancello, La Motta, Porta Macchia. Gli abitanti di allora erano poveri, emigrati, malvissuti, marginali. Conoscevo quella gente e quelle case. La casa di mia nonna nel quartiere Motta era una di quelle. Io ho vissuto in una di quelle case e da bambino sono cresciuto lì, in mezzo a quella gente, prima di trasferirmi con i miei genitori in un appartamento nuovo, costruito per gli alloggi di servizio dei ferrovieri, nel quartiere dei ferrovieri dove vivevano solo ferrovieri e famiglie di ferrovieri, sopra la stazione di Paola. Palazzoni squadrati e un’aria di periferia operaia invece dei vicoli con i panni stesi e della mescola sociale che stava dentro le vecchie case di pietra di via Cancello e della Motta.  Allora quello era il progresso. Si pensava che bisognasse toglierli da lì gli abitanti dei quartieri poveri. Nessuno immaginava di dover risanare, di portare in quelle vecchie case condizioni abitative decenti, servizi civili, scuole. Magari qualcuno pensava che fosse venuto finalmente il momento di abbattere quelle vecchie case, feticcio ingombrante del passato infelice e sottomesso toccato alle plebi del Sud. Quelle lotte per il “progresso” -ingenue, sommarie e cariche di ideologia maoista- portarono alla fine dei risultati, salutati come risolutivi, una definitiva liberazione sociale e politica per la vita di quegli abitanti. Furono costruiti gli alloggi popolari, le case “nuove” dello IACP, a fianco del nastro d’asfalto della statale 18. Sono passati molti decenni anni e più dal film di Bellocchio e quella gente di Paola cui furono assegnate le case popolari, le case nuove, abita in condizioni persino peggiori, in alloggi brutti e malsani -un piccolo ghetto di abituri di cemento degradato che è diventato negli anni un incubatore d’infelicità, di delinquenza e anomia sociale, ed è ancora diversamente povera, malvissuta, marginale. Magari con la moto grossa o il suv parcheggiato sotto casa.
   Mi sembra una parabola utile a chi cerca un dialogo critico con la tradizione senza tradire le necessità pratiche –culturali, civili e politiche- di abitare in modo consapevole, sostenibile e partecipato i luoghi di “adesso”, mettendo in atto le necessarie contromisure al degrado, ridando corso a un’immaginazione che favorisca le istanze di superamento di quell'ideologia disumanizzante, anzi di quell’autentica dittatura del “presente”, cui sembra ci siamo tutti arresi.
   Io per conto mio continuo a cercare un “appaesamento”, un senso dei luoghi dell’abitare che possa salvare il senso del “dimorare sulla terra”, che possa offrire ancora un riparo alla bellezza, anche nell’infinita e affollata solitudine che oscura il nostro presente. Contro ogni paesaggio, luogo di natura e occasione d’incontro umano ridotto alla stregua di “res extensa”; merce, oggetto, misura del consumo. 
21 aprile 2012Intersezioni --->A-B USO

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Note:
1  Mauro Francesco Minervino, Statale 18, Fandango, Roma, 2010, p. 100