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21 dicembre 2012. In attesa della fine del mondo: rimedi naturali più o meno indolori….

Creato il 25 novembre 2012 da Rosebudgiornalismo @RosebudGiornali

21 dicembre 2012. In attesa della fine del mondo: rimedi naturali più o meno indolori….di Umberto Scopa. C’è un diffuso senso di disordine nelle cose del mondo. Cose fuori posto, sia nella società umana, sia nell’ordine naturale del nostro pianeta. Gli uomini sono disordinati, questo è fuor di dubbio, nel senso che non possono evitare di mettere disordine ovunque. Ora, in attesa di decidere se questo sia una qualità o un difetto, dubbio che molte liti coniugali devono ancora chiarire, lo prendiamo come un dato di fatto. Il secondo principio della termodinamica dimostra in modo elegante, e quasi assolutorio (ma non del tutto), la nostra ineluttabile inclinazione al disordine. Indipendente peraltro dalla nostra volontà, perché ogni azione porta un piccolo contributo di disordine irreversibile rispetto ad uno status precedente. Per intenderci si usa fare l’esempio, che anche i bambini afferrano, dello zucchero sciolto nel caffè che niente e nessuno potrà riportare allo stato solido di quando era nella bustina e il caffè nel barattolo.
Tutto procede verso uno stato di disordine dunque, questa è la sola certezza che abbiamo e nulla sembra potere opporsi alla legge ineluttabile che ci vede, anche per il solo fatto di respirare ed emettere anidride carbonica col fiato, fautori di disordine. Tornare indietro non si può. Rimettere le cose a posto dunque non è nella sfera delle nostre possibilità, e non ci compete, anche se a volte il senso di colpa ci spinge su terreni dove le nostre forze sono impotenti e purtroppo spesso nocive. Mi riferisco ai numerosi casi nei quali le nostre migliori intenzioni vogliamo rimettere le cose a posto cercando con interventi ingegneristici di rimediare a precedenti danni commessi nel nostro rapporto con l’ambiente naturale. Ammetto che le intenzioni siano lodevoli il più delle volte, soprattutto se paragonati a tanti interventi dell’uomo dettati solo da fame di lucro e totale disprezzo per la natura. Tuttavia i rimedi concepiti dall’uomo si rivelano troppo spesso disastrosi per il fatto di scatenare catene di eventi imponderabili e incontrollabili che peggiorano lo stato delle cose. Gli esempi si sprecano e li tralascio. Eppure la nostra società non ha nel suo DNA l’inclinazione a vivere con una drastica riduzione del suo impatto ambientale nella misura che sarebbe necessaria, anche se a parole nessuno rinuncia a questo auspicio. Non c’è un governo al mondo che potrebbe adottare realisticamente questa filosofia di vita senza essere defenestrato dagli stessi cittadini in un nanosecondo per via delle rinunce a cui tutti sarebbero sottoposti sul piano del tenore di vita. Preso atto anche di questo triste paletto, il nostro cammino si fa sempre più incerto e sembra di brancolare in un labirinto dove tutte le strade sembrano non portare da nessuna parte. La capacità del nostro pianeta e del sistema natura nel suo complesso di autoripararsi, capacità che ogni organismo vivente ha in dotazione, sembra messa a dura prova dall’impatto tremendo con il nostro tenore di vita.
Quello dell’autoriparazione è un concetto interessante che vorrei esplorare anche addentrandomi in alcune suggestive visioni concepite dalla più o meno recente letteratura e filmografia fantascientifica.
Parlo di meccanismi riparatori, azionati da forze naturali che nulla hanno a vedere con la volontà dell’uomo e anzi tenderebbero per così dire a renderla innocua, non senza trascurare la seducente possibilità di spazzarci via dal creato definitivamente. Spero che qualcuno ricordi un film uscito qualche anno fa. Il titolo era “The happening”, in Italia uscito col titolo “E venne il giorno” . Il film portava con sé un’idea semplice”. L’idea è che improvvisamente un male di origine imprecisata e sconosciuta si diffonda tra gli esseri umani, ma non si tratta di qualcosa paragonabile alle malattie che conosciamo o possiamo immaginare, si tratta di qualcosa che agisce sui neuroni dove risiede l’istinto umano alla sopravvivenza. La conseguenza è che laddove il male si diffonde gli esseri umani si suicidano senza neppure rendersene conto. Non è neppure un vero e proprio suicidio, per essere precisi, perché il suicidio come lo conosciamo noi, e forse non lo conosciamo perché è un gesto ben lungi dall’essere compreso dal punto di vista psicologico, richiede comunque un preciso sforzo della volontà, anche organizzativo, in vista dello scopo. Uno sforzo che piega in un braccio di ferro l’istinto di sopravvivenza. Quello che accade nel film appartiene ad un genere leggermente differente, perché, disattivato completamente l’istinto di sopravvivenza, qualunque situazione della vita quotidiana diventa letale e qualunque oggetto a portata di mano può essere usato, anche senza consapevolezza, contro se stessi perché è del tutto indifferente l’effetto che può produrre sulla propria vita. Seguire la curva di una strada mentre si guida l’automobile o andare dritto dentro il burrone risulta del tutto indifferente per chi è privato dell’istinto di sopravvivenza o tagliarsi la gola con una lametta mentre ci si sta facendo la barba e così via. Una drastica sfoltita al genere umano, dunque, che si aggiunge alla lunga lista delle ipotesi catastrofiste che la letteratura e la filmografia di fantascienza, e quindi la mente umana, o il suo senso di colpa, ha concepito.

La natura ricorre all’extrema ratio, cioè difendersi dalla volontà umana attraverso la brutale soppressione della stessa. A sua discolpa le va riconosciuto di non aver omesso di tentare preventivamente le vie cosiddette “diplomatiche”, attraverso l’inutile mediazione di quelle qualità come l’etica, e il senso di giustizia, che la natura stessa ci ha reso capaci di sviluppare, ma che inutilmente hanno tentato di indurci a più miti consigli, impotenti a contenere gli effetti più nocivi delle nostre scelte.
Se non siamo in grado di vivere senza distruggere tutto e non siamo in grado, occorre – dal punto di vista della natura minacciata – minare l’istinto che ci spinge a vivere. E questo è lo scenario descritto dal film. La storia raccontata dal film naturalmente non si limita a questo, è molto più articolata, vengono ipotizzate delle teorie sulle cause dell’agente virale o batterico che annulla l’istinto di sopravvivenza. Questa ricerca porta alla rivelazione che sono gli alberi ad emanare, forse sotto forma di spore, l’influsso nefasto.
Questi alberi da esseri indifesi sembrano diventare all’improvviso assassini, anche se poi sottilizzando potrebbero sostenere di aver azionato solo una guerra preventiva, mutuando da noi un concetto ormai abusato nelle relazioni tra popoli.

Benchè gli alberi “assassini” siano ben noti all’odierno linguaggio giornalistico ogniqualvolta ai bordi delle strade omettono sconsideratamente di scansare veicoli impazziti, nello scenario che ho descritto non siamo più di fronte a casi isolati, ma siamo di fronte ad un fenomeno massivo, un rivolgimento generale contro il genere umano.

Qualcosa del genere lo aveva concepito seppur in forma ancora più enigmatica Alfred Hitchckoc nel film “Gli uccelli” e prima di lui Daphne Du Maurier, autrice dell’omonimo racconto. Quella degli uccelli, però, è una forma meno sofisticata di ribellione, è una reazione che prevede l’uso della forza contro di noi, attacchi aerei improvvisi, imprevedibili. Uno scenario molto inquietante, più però per le atmosfere di rara suggestione che il film genera, che per uno scenario dove siamo irrimediabilmente destinati a soccombere. Non sarebbe impossibile sterminare gli uccelli se diventassero aggressivi, cosa che facciamo anche verso specie animali per nulla aggressive. Quello che più disturba, forse, è l’idea di dover temere delle creature che allietano la nostra vita tutti i giorni, la cui scomparsa dai nostri cieli ci addolora, anche solo per il venir meno dei tanti simboli che nel nostro immaginario evocano, come l’aspirazione ad una libertà indolore che non esige sacrifici altrui, qualcosa che raramente sappiamo raggiungere come esseri bipedi terrestri. La vendetta del mondo vegetale, invece, come la racconta il film The Happening, è più intellettuale. Agisce sui meccanismi inconsci della nostra mente, un po’ come un messaggio subliminale trasmesso da un programma televisivo o un’informazione a reti unificate che modifica il modo di pensare e di agire in una massa sterminata di persone senza che neppure se ne accorgano.
Ripercorrendo indietro nel tempo i titoli dei film di fantascienza che possono agganciarsi al filo di questo discorso, rimango immediatamente impigliato in un film che tutti gli appassionati del genere ricorderanno. Si tratta de “L’invasione degli ultracorpi”. Rinfresco la memoria sulla trama del film con brevi cenni. Organismi misteriosi e invisibili di origine extraterrestre si diffondono sul nostro pianeta, forse spore, elementi che ascriveremmo al mondo vegetale secondo le nostre categorie di pensiero. Queste spore, quando raggiungono un individuo umano, riescono ad insinuarsi nell’organismo e non appena questo si addormenta producono una copia identica (oggi diremo un replicante) all’interno di enormi baccelli che si sviluppano a fianco del dormiente. La copia prenderà vita e si sbarazzerà dell’originale ormai inutile prendendo il suo posto nella vita di tutti i giorni, nelle quotidiane relazioni sociali che lo vedono impegnato. Si coglie una diversità negli individui trasformati rispetto a come erano prima: i loro familiari notano qualcosa di strano, ma non è niente di apparentemente molesto, o necessariamente preoccupante a prima vista, peraltro fisicamente la copia è identica all’originale. E’ una diversità non facilmente identificabile, si potrebbe dire che sono loro, ma non sono loro, parafrasando una nota frase dello stesso film. Le copie sono creature glaciali, prive di emozioni. La trasformazione si diffonde tra gli esseri umani in modo inarrestabile, soprattutto nelle megalopoli. Questi uomini privi di emotività, ma determinati, cominciano a comparire ovunque, una nuova umanità in breve tempo sembra aver preso il posto della vecchia. I nuovi uomini sembrano in grado di poter mettere in piedi un sistema sociale freddo, asettico, ma anche pacifico, dove non esistono guerre. La nuova umanità sembra dotata di una coscienza collettiva, gli individui comunicano fra loro telepaticamente e quindi le incomprensioni fra esseri umani sono sparite, e l’unica forma di violenza è nel ricercare gli individui ribelli che ancora resistono alla trasformazione e rifiutano di essere omologati al nuovo stato, cercando di non addormentarsi.
E’ uno scenario veramente di grande suggestione quello del film di cui parlo, uno scenario che suggerisce immediatamente infinite possibilità di lettura riferite anche alla società attuale, come l’inarrestabile diffondersi di una forma di freddezza e indifferenza nei rapporti interpersonali nelle megalopoli, la scomparsa dell’empatia, la fine dell’individuo soprattutto, e l’emotività umana che ad un’attenta riflessione ci appare come la causa al contempo delle cose più nobili e di quelle più abominevoli che siamo in grado di produrre. Per riagganciarci al nostro discorso siamo davanti ad una grandiosa fantasia che vuole delineare la possibilità di evolversi verso un’umanità meno molesta, ma che deve rinunciare ad una parte di se come se fosse irrealistico pretendere da un individuo che rinunci agli aspetti più odiosi della propria personalità senza perdere anche quelli più desiderabili, come se qualità e difetti fossero in fondo intrecciati inestricabilmente fra loro, trovando gli uni negli altri reciprocamente la loro ragion d’essere, senza possibilità si asportare chirurgicamente quello che non ci piace, salvando quello che ci piace. Senza la nostra aggressività dunque si estinguerebbe anche la nostra sensibilità verso la sofferenza altrui? Un tema di riflessione certamente interessante anche questo.
Abbiamo passato in rassegna tre ipotesi, la ribellione fisica della natura finalizzata alla cancellazione con la forza della specie umana, poi l’ipotesi suggestiva del medesimo effetto raggiungibile attraverso la scomparsa dell’istinto di sopravvivenza dell’uomo che si autoelimina, e infine la generazione di un uomo privo di sfera emotiva, quindi innocuo, ma rimane da esplorare ancora un’ipotesi diversa da quelle elencate e che ha un suo indiscutibile fascino. E’ quella immaginata in un film che considero tra i più importanti per originalità della fantascienza recente. E’ apparso con il titolo “I figli degli uomini”, tratto dall’omonimo romanzo (storia però modificata sensibilmente dagli autori del film nella parte finale) della scrittrice P.D. James. Immaginiamo che l’umanità scopra di essere colpita da una improvvisa forma di sterilità, che la scienza non è in grado di spiegare. Da un certo momento in poi in tutto il mondo gli esseri umani non sono più in grado di concepire figli. La storia del romanzo e del film si svolge in un tempo in cui non nascono figli sulla terra già da molti anni e quindi gli ultimi nati, gli individui più giovani di tutta l’umanità, stanno raggiungendo l’età adulta. E’ un mondo triste come può esserlo un mondo senza bambini, è un mondo che invecchia a vista d’occhio, traballano proprio le fondamenta della convivenza sociale. L’assenza di un futuro della società umana, destinata ad estinguersi con la morte degli ultimi individui, provoca un generalizzato stato di sconforto e rinuncia ad ogni azione che abbia un valore nella prospettiva delle future generazioni. Il mondo diventa più crudele di quello che conosciamo oggi che già non scherza. Forse più onesto di quello che conosciamo oggi dove in troppi ipocritamente dichiarano di avere a cuore l’interesse delle generazioni future mentre spianano per loro una strada che sembra portare solo verso il baratro. In ogni modo il problema non si pone nella storia che ho brevemente riassunto, dove l’umanità è senza futuro per il semplice fatto che i figli hanno smesso di nascere.
Dal punto di vista di un ecosistema che si deve difendere da noi è la soluzione più geniale che si possa immaginare. E’ una correzione indolore al piano della creazione, non ci sono spargimenti di sangue, non c’è bisogno di diluvi, di cataclismi, di uccelli impazziti che si schiantano dal cielo su di noi, c’è solo lo spegnimento lento dell’umanità come una fiammella che si esaurisce per mancanza dell’ossigeno che lei stessa ha consumato in modo sconsiderato.

Buona fine a tutti.

Nota redazionale: ben tornato Umberto! Grazie.

Featured image, l’insonnia, tacuinum sanitatis casanatensis (XIV secolo), autore sconosciuto, fonte Wikipedia.

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