25 aprile 2011

Creato il 25 aprile 2011 da Massimoconsorti @massimoconsorti

Uno dei “meriti” di Silvio Berlusconi è stato quello di aver riabilitato il fascismo, cosa che se fosse accaduta in Germania con il nazismo, lo avrebbero mandato a raccogliere il luppolo in Westfalia. Iniziò col dire che Mussolini era stato sì un dittatore ma all’”acqua di rose” e, comunque un grande statista, che gli esuli erano turisti fai da te, che Matteotti si era suicidato, mentre sorvolò tranquillamente sulle leggi razziali, l’antisemitismo, le torture, la follia imperialista, l’alleanza con Hitler, la disastrosa entrata in guerra. In fondo, Mussolini era stato una brava persona, travolta dagli eventi, per la quale combatterono milioni di italiani trascinati dal suo fascino e dalla sua maestria oratoria. Berlusconi diede inizio al più grande processo di revisionismo storico dell'età repubblicana che si concluse con la teoria a lui (e ai suoi avvocati) cara del “tutti uguali”,  “tutti colpevoli nessun colpevole”, i “morti repubblichini simili ai morti partigiani”. C’è da dire che gli italiani lo hanno lasciato fare, anzi, qualcuno come Luciano Violante avallò la tesi dei “morti tutti uguali” provocando l'abbraccio di Mirko Tremaglia che, da ex repubblichino, si ritrovò ad essere considerato quasi un padre della patria, perché partendo dal presupposto berlusconiano Almirante, Romualdi, Sermonti, Sargenti e Tremaglia erano degli statisti al pari di De Gasperi, La Malfa, Togliatti, Nenni e Pertini. Revisiona oggi, revisiona domani, siamo arrivati al 29 marzo scorso quando, a firma dei senatori del Pdl Cristiano De Eccher, Fabrizio Di Stefano, Francesco Bevilacqua, Giorgio Bornacin, Achille Totaro e del senatore Fli Egidio Digilio, è stato presentato il disegno di riforma costituzionale tendente ad abolire la norma transitoria del divieto della ricostituzione del partito fascista. Con questo clima siamo ad oggi, 25 aprile 2011, giornata nella quale si dovrebbe celebrare la “Liberazione” e invece, come accaduto per l’Unità d’Italia, c’è qualcuno che se ne tira cordialmente fuori adottando giustificazioni, queste sì, eversive. Il presidente della provincia di Salerno che risponde al nome di Edmondo Cirielli (proprio quello quel lodo), ad esempio, ha fatto affiggere un manifesto sul quale ha scritto: “Bisogna ribadire come non ci si debba chiudere in rappresentazioni idilliache e mitiche della Resistenza e, in particolare, del movimento partigiano, come non se ne debbano tacere i limiti e le ombre", fino all’attacco a Togliatti reo “delle centinaia di migliaia di nostri connazionali costretti a fuggire sull'onda della feroce pulizia etnica delle foibe scatenata dai partigiani jugoslavi del dittatore Tito, con la complicità morale del leader dei comunisti italiani”. Fabio Garagnani, coordinatore del Pdl di Bologna ha parlato di: “mitologia resistenziale che mi porta a non partecipare alle celebrazioni e a chiedere un’indagine sui crimini partigiani. La vera festa della liberazione – ha affermato Garagnani – è il 18 aprile 1948 quando la Democrazia Cristiana, vincendo le elezioni, consentì all’Italia di consolidare la democrazia liberandola dalla minaccia del comunismo”. Elena Donazzan, Marco Luciani e Vittorio Di Dio, politici ex aennini veneti hanno invece scritto: “I partigiani non sono degli eroi, magari qualcuno di loro avrà fatto degli atti coraggiosi, ma sarebbe un errore pensare che la Liberazione sia merito loro. Senza l'intervento degli alleati probabilmente la storia sarebbe stata diversa”. Che sarebbe come dire che l’Inter ha vinto tutto grazie agli stranieri perché che se fosse stata una squadra di soli italiani la storia sarebbe stata diversa. Ma la Donazzan, in solitaria, è l’autrice della perla più preziosa: “Dobbiamo capire – ha detto – che a quel tempo non c'era una parte giusta e una sbagliata per la quale combattere”. Ecco materializzarsi ancora una volta il teorema berlusconiano del “tutti uguali”, “tutti colpevoli, nessun colpevole”. Lasciando cuocere l’onorevole Storace nel suo brodo di eterno Balilla, possiamo solo concludere riaffermando un concetto che ci siamo stancati di ripetere. Purtroppo per loro i morti di Salò non sono uguali ai morti partigiani semplicemente perché combattevano per ideali diversi e palesemente antitetici. Da una parte c’era l’odio per tutti coloro che indossavano una camicia diversa dalla loro, dall’altra la voglia di vivere in un paese libero, nel quale poter esprimere liberamente le proprie idee senza il terrore di essere deportati e "gasati" ad Auschwitz. Venti anni di violenza fascista non si cancellano con un “siamo tutti colpevoli”, come quasi venti anni di regno berlusconiano non si cancelleranno con una sconfitta elettorale o un’alzata di spalle perché occorrerà “recuperare” quasi quattro generazioni di cervelli mandati all’ammasso. Il 25 Aprile non è, e non sarà mai, un giorno qualsiasi.


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