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26 anni fa in Via D’Amelio a Palermo, la mafia uccideva Paolo Borsellino

Creato il 18 luglio 2018 da Vivicentro @vivicentro

Era la domenica del 19 luglio 1992, la mafia uccideva il Magistrato dr. Paolo Borsellino e la sua scorta. Ancora oggi la verità non è del tutto conosciuta.

Il 19 luglio 1992, alle ore 16:58, una Fiat 126 rubata contenente circa 90 chilogrammi di esplosivo del tipo Semtex-H (miscela di PETN, tritolo e T4) telecomandati a distanza, esplose in via Mariano D’Amelio 21, sotto il palazzo dove viveva la madre di Borsellino, presso la quale il giudice quella domenica si era recato in visita; l’agente sopravvissuto Antonino Vullo descrisse così l’esplosione: «Il giudice e i miei colleghi erano già scesi dalle auto, io ero rimasto alla guida, stavo facendo manovra, stavo parcheggiando l’auto che era alla testa del corteo. Non ho sentito alcun rumore, niente di sospetto, assolutamente nulla. Improvvisamente è stato l’inferno. Ho visto una grossa fiammata, ho sentito sobbalzare la blindata. L’onda d’urto mi ha sbalzato dal sedile. Non so come ho fatto a scendere dalla macchina. Attorno a me c’erano brandelli di carne umana sparsi dappertutto …».

Lo scenario descritto da personale della locale Squadra Mobile giunto sul posto parlò di «decine di auto distrutte dalle fiamme, altre che continuano a bruciare, proiettili che a causa del calore esplodono da soli, gente che urla chiedendo aiuto, nonché alcuni corpi orrendamente dilaniati». L’esplosione causò inoltre, collateralmente, danni gravissimi agli edifici ed esercizi commerciali della via, danni che ricaddero sugli abitanti. Sul luogo della strage, pochi minuti dopo il fatto, giunse immediatamente il deputato ed ex-giudice Giuseppe Ayala che abitava nelle vicinanze.

Gli agenti di scorta ebbero a dichiarare che la via D’Amelio era considerata una strada pericolosa in quanto molto stretta, tanto che, come rivelato in una intervista rilasciata alla RAI da Antonino Caponnetto, era stato chiesto alle autorità di Palermo di vietare il parcheggio di veicoli davanti alla casa, richiesta rimasta però senza seguito.

La strage di via D’Amelio fu un attentato di stampo terroristico-mafioso nel quale persero la vita il magistrato italiano Paolo Borsellino e i cinque agenti di scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi (prima donna a far parte di una scorta e anche prima donna della Polizia di Stato a cadere in servizio), Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. L’unico sopravvissuto fu l’agente Antonino Vullo, risvegliatosi in ospedale dopo l’esplosione, in gravi condizioni.

Sono passati 26 anni, quattro lungi processi con depistaggi di ogni genere, tanto che nell’ultima sentenza del ‘Borsellino quater’ i Giudici hanno scritto “E’ uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana” … “I falsi pentiti e l’agenda rossa, un solo mistero”. I giudici della corte d’assise di Caltanissetta in 1.856 pagine e dodici capitoli della motivazione, hanno fissato in maniera chiara i misteri ancora irrisolti e hanno indicato una strada per proseguire le indagini. Accertamenti che puntano al cuore dello Stato. Scrive la corte: “È lecito interrogarsi sulle finalità realmente perseguite dai soggetti, inseriti negli apparati dello Stato, che si resero protagonisti di tale disegno criminoso, con specifico riferimento ad alcuni elementi“.

Tuttavia che i Giudici sentenzino quali infedeli solo i poliziotti e pertanto distratti quei Magistrati dalle cui decisioni e indirizzi per legge dipendevano i predetti poliziotti, non appare una motivazione completa. Nella fattispecie ci si dovrebbe anche domandare come mai i precedenti Giudici, fino al terzo grado, non hanno visto il depistaggio ? Sarebbe come se si portasse un legno molle ad un falegname per farne un robusto tavolo e questi lo realizzasse lo stesso pur sapendo che comunque non reggerà. Non potrebbe non accorgersene un falegname. Un profano può non capirlo.

Gli anziani siciliani hanno sempre detto: Statu e mafia pari sunnu” (uguali sono). È l’ora di comprendere, di colpire, di annientare, questo oscuro sistema politico-istituzionale che da decenni si dissimula nello Stato e nella società e che da un lato favorisce di tutta evidenza l’impiantarsi di criminalità organizzate e per un altro verso condiziona in modo evidente la civiltà, lo sviluppo, la democrazia e non solo in Sicilia, ma in tutta l’Italia, dalle Alpi a Capo Passero. Questo neoGoverno, se come dichiara sarà il cambiamento, deve dimostrarlo colpendo senza pietà la connivenza, la corruzione e le mafie.

Il Magistrato dr. Borsellino aveva già capito è detto bene circa venticinque addietro: “Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono d’accordo”. Il dr. Paolo Borsellino, come altri, non ha mai smesso di combattere. Ha dato la vita per questo. Noi cittadini, nel nostro piccolo, se siamo ancora uomini civili, dobbiamo almeno un po’ fare altrettanto. Ma inizino soprattutto a dare le direttive politico-normative e l’esempio, i livelli alti dello Stato, poi delle Regioni e infine dei Comuni. Il popolo ben verrà di seguito.

Si vuole concludere con una lettera al quotidiano la Repubblica della coraggiosa e tenace figlia di Paolo Borsellino, Fiammetta, di professione assistente sociale, la minore dei tre figli che il magistrato ebbe con Agnese Borsellino. Scriveva il Corriere della Sera il 18 luglio 2017: [Borsellino, lo sfogo della figlia: «I suoi colleghi non ci frequentano»].

Le domande di Fiammetta Borsellino. La figlia del giudice chiede:

  1. Perché le autorità locali e nazionali preposte alla sicurezza non misero in atto tutte le misure necessarie per proteggere mio padre, che dopo la morte di Falcone era diventato l’obiettivo numero uno di Cosa nostra?
  2. Perché per una strage di così ampia portata fu prescelta una procura composta da magistrati che non avevano competenze in ambito di mafia? L’ufficio era composto dal procuratore capo Giovanni Tinebra, dai sostituti Carmelo Petralia, Annamaria Palma (dal luglio 1994) e Nino Di Matteo (dal novembre ’94).
  3. Perché via D’Amelio, la scena della strage, non fu preservata consentendo così la sottrazione dell’agenda rossa di mio padre? E perché l’ex pm allora parlamentare Giuseppe Ayala, fra i primi a vedere la borsa, ha fornito versioni contraddittorie su quei momenti?
  4. Perché i pm di Caltanissetta non ritennero mai di interrogare il procuratore capo di Palermo Pietro Giammanco, che non aveva informato mio padre della nota del Ros sul “tritolo arrivato in città” e gli aveva pure negato il coordinamento delle indagini su Palermo, cosa che concesse solo il giorno della strage, con una telefonata alle 7 del mattino?
  5. Perché nei 57 giorni fra Capaci e via D’Amelio, i pm di Caltanissetta non convocarono mai mio padre, che aveva detto pubblicamente di avere cose importanti da riferire?
  6. Cosa c’è ancora negli archivi del vecchio Sisde, il servizio segreto, sul falso pentito Scarantino (indicato dall’intelligence come vicino ad esponenti mafiosi) e sul suo suggeritore, l’ex capo della squadra mobile di Palermo Arnaldo La Barbera?

7. Perchè i pm di Caltanissetta non depositarono nel primo processo il confronto fatto tre mesi prima fra il falso pentito Scarantino e i veri collaboratori di giustizia (Cancemi, Di Matteo e La Barbera) che lo smentivano? Il confronto fu depositato due anni più tardi, nel 1997, solo dopo una battaglia dei difensori degli imputati.

  1. Perché i pm di Caltanissetta furono accomodanti con le continue ritrattazioni di Scarantino e non fecero mai il confronto tra i falsi pentiti dell’inchiesta (Scarantino, Candura e Andriotta), dai cui interrogatori si evinceva un progressivo aggiustamento delle dichiarazioni, in modo da farle convergere verso l’unica versione?

9.Perché la pm Ilda Boccassini (che partecipò alle prime indagini, fra il giugno e l’ottobre 1994), firmataria insieme al pm Sajeva di due durissime lettere nelle quali prendeva le distanze dai colleghi che continuavano a credere a Scarantino, autorizzò la polizia a fare dieci colloqui investigativi con Scarantino dopo l’inizio della sua collaborazione con la giustizia?

  1. Perché non fu mai fatto un verbale del sopralluogo della polizia con Scarantino nel garage dove diceva di aver rubato la 126 poi trasformata in autobomba? Perché i pm non ne fecero mai richiesta? E perché nessun  magistrato ritenne di presenziare al sopralluogo?
  2. Chi è davvero responsabile dei verbali con a margine delle annotazioni a penna consegnati dall’ispettore Mattei a Scarantino? Il poliziotto ha dichiarato che l’unico scopo era quello di aiutarlo a ripassare: com’e’ possibile che fino alla Cassazione i giudici abbiano ritenuto plausibile questa giustificazione?
  3. Il 26 luglio 1995 Scarantino ritrattava le sue dichiarazioni con un’intervista a Studio Aperto. Prima ancora che l’intervista andasse in onda, i pm Palma e Petralia annunciavano già alle agenzie di stampa la ritrattazione della ritrattazione di Scarantino, anticipando il contenuto del verbale fatto quella sera col falso pentito. Come facevano a prevederlo?

13. Perchè Scarantino non venne affidato al servizio centrale di protezione, ma al gruppo diretto da La Barbera, senza alcuna richiesta e autorizzazione da parte della magistratura competente?”.

L’immagine è tratta da un articolo del 2013 di Lettera43

Adduso Sebastiano.

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