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30 anni dalla caduta del muro di Berlino: GOOD BYE LENIN di Wolfgang Becker

Creato il 08 novembre 2019 da Ifilms
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Scritto da Marialuisa Miraglia
Categoria: I classici
Pubblicato: 08 Novembre 2019
Muro di Berlino  

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9 novembre 1989: crolla il muro di Berlino. 11 settembre 2001: crollano le Torri Gemelle. Si sgretolano d’un tratto anni di storia, di ideologia, di drammi feroci costruiti mattone su mattone. E tutto cambia. Ma che succederebbe se facessimo finta di nulla? Se immaginassimo di addormentarci qualche istante prima della caduta e ci svegliassimo poi, non ci culleremmo forse nell’innocua illusione che nulla sia mutato?

Il regista tedesco Wolfgang Becker, dopo i pluripremiati Farfalle e Kinderspiele, nel 2003 realizza una pellicola originale e disincantata, che ci riporta, attraverso gli occhi di Alex (Daniel Brühl) , l’adolescente protagonista, agli anni della Repubblica Democratica Tedesca, cuore pulsante del socialismo. Christiane (Katrin Sass), la madre, fervente sostenitrice della DDR, entra in coma dopo un infarto due mesi prima della caduta del muro, due mesi prima della svolta che cambierà la Germania per sempre. Quando si risveglia, otto mesi dopo, a Berlino è arrivato l’Ovest, la Coca Cola, la parabola satellitare.

Ma meglio non turbare il cuore debole di Christiane. Meglio farle credere che il mondo sia lo stesso. Ecco che Alex, in un gioco che fa sorridere (e commuovere) lo spettatore, con l’aiuto di un amico aspirante regista, ferma la clessidra all’ottobre 1989, e riscrive da capo il seguito, costruendo per la madre un’ideale e ucronica Repubblica Democratica.

Pennellate surreali e abbastanza grottesche dipingono la messinscena di Alex, come i quadri che, dalla camera della madre, mostrano i grandi eroi della dominazione russa, come i cinegiornali abilmente registrati. Con Good Bye Lenin andiamo oltre la storia, oltre i luoghi  comuni. L’interpretazione del protagonista è magistrale: Alex è il presente, un presente che vuole trovare il proprio posto nel mondo, che vuole volare in cielo come i cosmonauti dell’infanzia, che accetta il cambiamento con insoddisfazione, e allora costruisce un paese mai esistito, che fa sognare perché, in fondo, è il mondo che vorremmo. Socialismo significa tendere la mano agli altri e insieme a essi convivere pacificamente. Non è il sogno di un visionario, ma un preciso progetto politico.

Wolfgang Becker si inchina ai grandi maestri della storia del cinema. A Kubrick, più volte citato, e a Fellini, laddove, nella scena più toccante della pellicola, Christiane fugge dalla stanza e osserva, sconvolta, la grande statua di Lenin portata via da un elicottero, omaggio al Cristo nella sequenza d’apertura de La dolce vita.

Cita, il regista, cita senza paura. Ma allo stesso tempo conquista il pubblico con la sua originalità e la sua semplicità, mostrando, in modo delicato e imparziale, i limiti del mondo comunista e di quello capitalista, due mondi che faticano a capirsi. Si, perché sui soldi in cui gli abitanti di Berlino Est hanno creduto per anni, ora ci si sputa sopra. E un po’ si rimpiange quello che prima si aveva fermamente denigrato.

Colonna portante del film è dunque l’illusione, che è illusione per amore. Viene alla mente, se ci si sofferma sulla messinscena di Alex, The village di Shyamalan: qua non si tratta di una costruzione individuale, ma collettiva, nata per preservare i giovani del nuovo millennio dalle paure e dai dolori della società contemporanea che, dopo l’11 settembre, ha smarrito se stessa.

Non è reale, è un’illusione, ma salva. Ecco perché, quando Christiane scoprirà la verità da Lara, l’infermiera, fingerà comunque di credere al figlio. La verità non andrebbe nascosta, mai. Ma per amore forse si può cambiare un po’ la storia. Guardare avanti, oltre le barriere, che si levano ancora, alte più che mai, nel 2018.

Sperare, con gli occhi di un giovane, di sgranchirsi le gambe e, una volta aperte le frontiere, passeggiare senza muri tra i piedi.


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