Magazine Cultura

“37 Pedisseque istruzioni. Esercizi tra i Tempi Tecnici”, stanze di un poema di Francesco Lorusso e Mauro Pierno

Creato il 05 gennaio 2020 da Criticaimpura @CriticaImpura

“37 Pedisseque istruzioni. Esercizi tra i Tempi Tecnici”, stanze di un poema di Francesco Lorusso e Mauro Pierno

Di FRANCESCO LORUSSO e MAURO PIERNO

La selezione di liriche qui proposte appartiene alla silloge già pubblicata sulla rivista scientifica incroci (semestrale di letteratura e altre scritture), dal titolo 37 Pedisseque istruzioni (Esercizi tra i Tempi Tecnici) dei poeti Francesco Lorusso e Mauro Pierno. Le poesie, scritte a quattro mani, hanno tentato di indagare sulle compromissioni fra spinta creativa e attività lavorativa, nonché di smontare il mito della creazione individuale. Il tutto nato da una sollecitazione del poeta Lino Angiuli e sostenuta dal prof. Daniele Maria Pegorari, italianista all’Università di Bari, dopo una rassegna poetica-fotografica organizzata a Bari sul tema del lavoro, che gli ha visti tutti partecipi, insieme al poeta Fabio Franzin. Ne è venuto fuori un esperimento ancora in itinere di fusione di linguaggi e di pronunce tra due colleghi, due amici, due poeti. Dalla loro versificazione simbiotica traspare un confronto all’osso della comunicazione, riduttivamente poetico, politico: quel politico aristotelico di partecipazione anche al vivere sociale.

Francesco Lorusso (1968), musicista, da anni si dedica alla scrittura poetica con interessanti riconoscimenti di pubblico e critica, tra le sue pubblicazioni ricordiamo Decodifiche (Cierregrafica, Verona 2007) prefata da Flavio Ermini, L’Ufficio del Personale (La Vita Felice, Milano 2014) con una nota del poeta Vittorino Curci e Il Secchio e Lo Specchio (Manni Editore, Lecce 2018), prefato dal poeta Guido Oldani. Sonda anche campi sperimentali e di contaminazione come la recente installazione Acusmatica Decodifiche2 con il musicista Franco Degrassi.

Mauro Pierno (1962) autore anche di testi teatrali dei quali ha curato di alcuni la regia. Vive a Ruvo di Puglia, scrive poesia da tempo, esordisce in antologia con i poeti della Vallisa di Bari prefato da Daniele Giancane. Nel 2017 ha pubblicato il volume Ramon, per le edizioni “Terre d’ulivi”. Negli ultimi anni vicino al Gruppo NOE attivo sulla rivista L’Ombra delle Parole. Suoi scritti sono presenti su riviste letterarie on-line e promuove in rete, inoltre, il blog ridondanze.

Entrambi gli autori sono stati già ospitati su Critica Impura.

1.
Sono incisi fra i corridoi gli squadri freddi
a fare da cornice a tutte le vite imprecise
sempre piene di porte infinite e contro piani
inaccessibili e dispari verso il punto di chiusura

in quell’ora di ritorno alla tua stanchezza vera
che metti con le maglie bene ordinate nei cassetti
dentro l’angolo di luce che dall’icona impallidita
tormenta il tiepido alone della tua cucina nuova.

4.
Sedimentiamo nei corridoi di un’altra epoca
e i visi pure si sovrappongono.
Nelle sequenze piani organici traballanti.
I soffitti sono sempre troppo alti
e la nostra storia è puntellata male.

9.
Un lavoro comune ci straccia via la consapevolezza
gettata sulla scrivania impiallacciata dalle cartacce
e anche le ore che non vivi più con condivisione
fanno parte del tempo e di una chiacchiera perduta
in questi giorni scollati in cui fissi la notte fra le braccia
nel nuovo ruolo di aiuto digitale a fare male.

12.
Scrivanie disadorne sorgono piane.
Il lavoro comune
straccia il nostro senso di colpa
e appresso colle braccia scollate
stanno manichini di un senso straniato,
si scorgono albe notturne.
Le ore non più condivise fanno parte del tempo,
non rivendichi più e questo digitare non vale.

14.
In curve concentriche si consumano le esistenze,
appaiono led intermittenti.
Questi giorni di quiete lampeggiano
e calchi richiusi perimetrano la stasi,
ascolto sorridere dalle annullate stanze
ed edulcora un chiarore informe
la polvere del sangue.

17.
Rifarsi sinceramente caduta
fossili imprevedibili, omini di Haring
e restare sospesi a testa in giù.
Sovrapposti, parlandosi e non subendosi.
Clave, braccia e corpi disarticolati,
impronte in avvicinamento. Tutto,
tutto questo compulsivo digitare
ci atterra inconsapevoli.

22.
E senza appigli poi,
copia ed incolla,
che la rotondità si fa sensibile
un peso tanto grave
in uno scorrimento
senza soluzione di continuità,
con rimbalzi grafici a picco.
Particelle nell’ottovolante che in attesa
si concentrano in consumati dati statistici
e poi schizzano incontrollati. Pure
gli operatori sbagliano svanendo.

25.
Restare tutto il tempo appartato
tutt’uno con il lavoro di ossidazione,
la messa a riposo. – Quella polvere ruggine bianca
che oscura la pelle –, quindi riaffiorare
dalla benedizione perenne e
la domenica sorridere chiaro.
Accontentarsi agli sgoccioli di fine carriera
di passare in rassegna i colleghi,
spolverare la fede in segno di pace
ed ingannare tutti Urbi et Orbi.

31.
Un assiduo schianto sulla poltrona docile
mentre il tempo fa il conto con il tuo corpo
e assegna un protocollo di presenza passato
a una profilassi quotidiana di regole sparse

nella carta carbone sono rimasti i segni
decifrabili della tua unzione. Lo sporco
che nella stanza gonfia asseconda l’ora,
l’unica traccia replicata e senza rumore.

33.
Adesso il cielo cenere che chiude la stagione
a noi ci porta matite senza punta sul pianale
il profilo battente della soglia senza addobbi
una solitudine silenziosa fissa sullo schienale
e il percepire i rumori cittadini fuori campo
dalla stanza che ora si ritrova vuota e stanca
tra le sedie con gli spettri dentro i drappi spenti.

36.
Sono quelle cartelle collocate male
che torcono il braccio alle giacche
come la polvere dai trofei conservati
sono lame di sutura in questo sbotto
tanto comodo di torpore fuori busta
dove stimi con i timbri il valore falso
la marcatura senza rilievo dei giorni
messi a fremere al gelo della cantina
dove fermasti il tuo spirito nel fuoco.


Ritornare alla prima pagina di Logo Paperblog