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6 motivi per cui Virginia Raggi NON si deve dimettere anche se condannata

Creato il 20 ottobre 2018 da Romafaschifo
6 motivi per cui Virginia Raggi NON si deve dimettere anche se condannataIl processo Marra procede con velocità e come tutti sappiamo il 10 novembre ci sarà la sentenza. Secondo i diktat per Movimento 5 Stelle, in caso di condanna il sindaco dovrebbe dimettersi all'istante e Virginia Raggi in alcune dichiarazioni pubbliche sembra aver confermato questa impostazione che è stata ribadita anche da altri autorevoli componenti del suo partito come Roberta Lombardi: se la sindaca verrà condannata se ne deve andare.
In primo luogo speriamo che la sindaca venga assolta. Non perché ci stia particolarmente simpatica Virginia Raggi - che è stato un sindaco nefasto (forse il peggiore in assoluto) le conseguenze delle cui scelte pagheremo per quarant'anni - ma perché sarebbe opportuno che Raggi caschi per i suoi demeriti politico-amministrativi e per le sue scelte forsennate, non per le sue risibili vicende giudiziarie. A dispetto delle nostre speranze, tuttavia, le possibilità di una condanna sono elevatissime. In questo caso ci auguriamo che si possa fare qualcosa in alternativo di una immediata dimissione. Speriamo che la sindaca resista, che i consiglieri si coalizzino per rimanere e sostenerla ancora nonostante la violazione delle ridicole norme del ridicolo partito casaleggino. Assurdo e ridicolo infatti che un cittadino, eletto da centinaia di migliaia di persone, debba perdere i propri diritti politici per una condanna in primo grado quando i gradi di giudizio in Italia sono tre. 
Ma vediamo i motivi per cui non ci farebbero esultare le dimissioni di Virginia Raggi a metà novembre. Procediamo per punti per venire in contro alle capacità medie di concentrazione dei nostri concittadini...


1. ENTITÀ DEL REATO
Il reato di cui è accusata Virginia Raggi è grave, ma non gravissimo. Ha detto una bugia rendendo delle dichiarazioni in aula giudiziaria. Una bugia, punto. È dunque accusata per falso. Ci piacerebbe che si parlasse delle mille dannosissime bugie che Virginia Raggi e i suoi hanno detto in questi anni per portare avanti delle scelte populiste e dannosissime, non della piccola menzognetta che ha detto per proteggere Marra. Il reato è robetta, è nulla rispetto agli autentici crimini politici che questa giunta ha perpetrato e continua purtroppo a perpetrare. Cadere per un reatuccio rischia di far scomparire i ragionamenti su tutto il resto e farà passare alla storia una giunta caduta per mano giudiziaria e non per demeriti politici che sono immensi. Alimentando peraltro il vittimismo grillino.

2. ASSENZA DI ALTERNATIVE
Una caduta della giunta è poi fuori luogo in questo momento perché non esistono alternative credibili (Carlo Calenda, dove caxxo sei?). In questi anni l'opposizione non ha fatto nulla, la destra non ha apparecchiato piattaforme programmatiche, la Lega pensa solo al consenso da quattro soldi e non al progetto e la classe dirigente è totalmente inesistente. La società civile non ha fatto nulla di nulla e l'unica cosa che è uscita fuori è la manifestazione raffazzonata del prossimo 27 ottobre all'insegna di un populismo quasi peggiore di quello pentecatto. Qui ne abbiamo parlato
3. VANTAGGIO PER SALVINI E MELONI
Non ci vuole un analista politico del New York Times per capire che una caduta della giunta in questo preciso momento finirebbe per avvantaggiare enormemente la compagine salviniana che a Roma potrebbe prendersi tutto e  fondersi con quella meloniana. Esiste qualcuno convinto che queste persone potrebbero essere migliori dei pessimi grillini? Tornerebbe la Roma di Alemanno, ve la ricordate? Una città degli anni Dieci del Duemila amministrata con la mentalità degli anni Sessanta del Novecento. Tra l'altro senza alcun nome e alcun leader se non la Meloni stessa, sempre di più immersa nella sua stucchevole retorica ciarlatana. Una ex giovane promessa della politica ridottasi a parlare di cous cous e maiale nelle mense delle scuole. Un abisso rispetto ai sindaci delle altre grandi città occidentali: pensate a Anne Hidalgo o a Sadiq Khan... 
4. VANTAGGIO PER M5S O OPZIONE BERGAMO
Ma un esito siffatto della mediocre esperienza Raggi lascerebbe spazi anche al Movimento 5 Stelle. Un conto cadere per demeriti politici, un conto cadere per una risibile faccenda giudiziaria. A molti pentecatti resterà l'amaro in bocca: "se ci avessero fatto governare 5 anni, avremmo fatto bene", penseranno in molti. Pronti così a ridare di nuovo fiducia ad un'opzione casaleggina. Insomma l'esperienza non si potrebbe dire realmente chiusa e conclusa e si rimarrebbe aperti a ipotetiche e suggestive ulteriori opzioni pentastellate in purezza (il ritorno di Alessandro Di Battista, tanto per dire) e opzioni pentastellate misto-civiche (il discutibilissimo e mellifluo vicesindaco Luca Bergamo è lì pronto a prendersi tutto l'ex consenso pentastellato mescolandoci la immondizia politica che a Roma ruota attorno ai centri sociali, agli okkupatori di professione, ai "movimenti" banditeschi che da anni condizionano la vita civile di una città trasformandola in vita incivile). 
5. STOP AI POCHI PROGETTO AVVIATI
Inutile dire che uno stop brusco esattamente a metà strada della giunta finirebbe per mandare a gambe all'aria anche i seppur pochi progetti avviati. Si tratta prettamente di progetti riguardanti la mobilità, dove l'unico soggetto del partito di Casaleggio dotato di qualche capacità e sopratutto visione amministrativa - Enrico Stefàno - ha fortemente contribuito a mettere in cantiere piste ciclabili, pedonalizzazioni, allargamento della ztl, riforme dei pullman turistici, ampie riqualificazioni, nuove tramvie, ripensamento delle politiche della sosta. Si tratta di poco, molto poco rispetto alle necessità, ma anche questo poco potrebbe fermarsi definitivamente proprio ora (vedi le nuove corsie preferenziali) qualche briciolina di risultato sta atterrando sul territorio.
6. ASSENZA DI UN ASSETTO NORMATIVO PER RISPONDERE ALLA SITUAZIONE
Ultimo ma non ultimo. Che facciamo cadere a fare una giunta se ancora non abbiamo riformato la governance della città che è il vero problema alla base della situazione riprovevole in cui ci troviamo? Roma deve diventare un distretto federale, il suo sindaco deve essere scelto in maniera diversa da oggi, deve essere una sorta di ministro nominato dal Governo, deve avere dei poteri totalmente diversi da oggi, deve acquisire deleghe che oggi sono assurdamente in capo alla Regione Lazio. Per arrivare a questo risultato occorrono 12 anni di commissariamento (qui abbiamo spiegato per filo e per segno) che oggi sono impossibili perché non previsti dalla norma, anni durante i quali il nuovo assetto di governo della città deve essere discusso e approvato. Nel frattempo commissariamento duro con un commissario con due attributi così e una squadra di sottocomissari con due attributi ciascuno ancora più grossi, ma questo non è all'ordine del giorno e nessuno è interessato a effettuare una forzatura simile. 
Probabilmente ci vorrebbe una legge speciale, ci vorrebbe una riforma della costituzione condivisa da tutte le forze politiche per cambiare le fattezze all'Ente Roma Capitale. Un afflato riformista che oggi non esiste. Dunque si finirebbe per avere qualche mesetto di commissariamento debole per poi andare a elezioni a primavera, alla prima finestra utile. 
E si ricomincerebbe da capo: un sindaco improbabile come quello che abbiamo ora, assessori imbarazzanti, un consiglio comunale fatto da consiglieri inquietanti e collusi, una classe dirigente raccapricciante sia a livello politico che a livello tecnico, una burocrazia impossibile da affrontare, problemi che dovunque hanno risolto che qui sembrano insormontabili per decenni e le solite lobbies arraffone ad avvantaggiarsi del caos. Non ha alcun senso, dunque, che questa amministrazione cada. Che arrivi fino a scadenza naturale. A quel punto verrà giudicata e, se ci sarà una alternativa che ora non esiste (Carlo Calenda dove caxxo sei un'altra volta!?), verrà sostituita.

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