7 SU SETTE - Da una chiacchierata con Roberto Muzzi

Creato il 05 settembre 2010 da Calcisulcalcio
Nuova stagione, nuova avventura, nuova rubrica… Il nome 7 su sette era stato scelto per un motivo, ma poi il caso gli ha dato tutt’altro significato, inaspettato ma forse molto più appropriato del precedente. Alle idee, infatti, non si può imporre il riposo settimanale. Arrivano quando vogliono 7 giorni su sette, senza preoccuparsi se uno è al lavoro, al mare, se ne ha bisogno o se ne ha già troppe che gli frullano in testa. Si presentano in tutte le forme, di tutti i tipi, riguardanti ogni argomento. Ed è proprio questa l’impostazione che avrà la rubrica. Calcio, sport, attualità, cronaca… Andrà a toccare qualsiasi tema, libera come i pensieri che ti si presentano prima di addormentarti, inaspettati ed a volte impertinenti. Ed è proprio di uno di questi pensieri vorrei rendervi partecipi, che ha fornito lo spunto al mio cervello oltremodo provato dallo stress di questi giorni per invischiarsi in una serie di ragionamenti e di collegamenti tra concetti, togliendomi buona parte di ore di sonno della notte di venerdì scorso. Ore di sonno già notevolmente ridotte a causa di uno straordinario assembrarsi nella mia mente, puntuale verso mezzanotte già da qualche tempo, di una notevole quantità di preoccupazioni riguardo argomenti ormai onnipresenti, tipo crisi globale, “legge bavaglio”, morte della libera informazione e così via. Ragionamenti che, se me lo concedete, vorrei ripercorrere con voi in modo che siate voi stessi, poi, a decidere se sto andando fuori di testa o se sono soltanto emozionato per il debutto della nuova rubrica. (Divano del salotto, ore 23-40) Ripenso, non so bene perché, a qualche tempo fa, quando avuto il piacere di incontrare Roberto Muzzi seguendo una partita di un torneo amatoriale, come inviato di un settimanale di informazione calcistica. In quell’occasione, il sig. Muzzi ha acquistato diversi punti nella mia classifica personale già al primo contatto, ma per spiegare ciò risulta doveroso fare una precisazione. I partecipanti a tornei amatoriali, lo sanno bene quanti fanno il mio stesso mestiere, al di là di rare eccezioni non sono mai generosi nel regalare tempo ai giornalisti, magari anche solo per timidezza, per cui il trovarsi davanti una persona che non ti guarda storto e ascolta almeno il tuo nome è già una bella fortuna. Un po’ la stessa accoglienza, (primo collegamento mentale da valutare, ore 23-58) timidezza a parte, che si trova quando si lascia un curriculum professionale ad una qualsivoglia redazione. Quindi, se in più il personaggio in questione è un professionista, che ti accoglie con un sorriso e ti stringe la mano, la giornata sembra risolversi nettamente a tuo vantaggio. Ciò permesso, come accade di solito, l’intervista in senso stretto è durata pochi minuti, tempo nel quale l’ex giallorosso poi biancazzurro ha fatto pochi commenti, regalando complimenti agli avversari, ai suoi compagni di squadra e mostrando solo un certo disappunto sul fatto che la partita appena giocata, ad eliminazione diretta, dovesse andare a concludersi ai rigori. “Sarebbero stati meglio due supplementari, magari da sette minuti ciascuno, piuttosto che affidare al caso dei rigori una partita combattuta come questa…” Al di là dell’intervista, però, non ho parole per descrivere la sensazione tangibile di passione per qualcosa, in questo caso per il calcio, che si avverte quando si vede un ex professionista che si cimenta in competizioni amatoriali, con il rischio tangibile di giocarsi le tibie, pur di assecondare tale passione. Questo sentimento (secondo collegamento da valutare, ore 00-13) mi ha ricordato molto quello che spinge noi poveri aspiranti pubblicisti a sorbici ben due anni di freddo, acqua, umidità ed altre cose ben peggiori che non sto qui ad elencare pur di ottenere l’agognato tesserino. Due anni che sembrano dieci e che, badate bene, non rappresentano la gavetta per arrivare ad un qualcosa, ma soltanto il requisito obbligato per poter iniziare a far la gavetta. Ora, la squadra di cui il caro Roberto fa parte ha vinto ai rigori una partita rimasta incerta fino all’ultimo momento, contro una compagine di giovanissimi. Prima dell’inizio dei rigori, il sig. Muzzi ha acquistato ulteriori punti nella suddetta classifica esonerandosi dalla lista dei prossimi al dischetto, gesto di fair play che si commenta da solo. A questo punto, mettendomi nei panni di quei giovanissimi, mi sentirei molto gratificato nell’aver tenuto testa a dei, seppur ex, professionisti la cui autorevolezza in materia è referenziata dall’aver giocato per quella o quell’altra squadra della massima serie, nonché lusingato dalla loro correttezza espressa rifiutandosi di far pesare il loro già ben riconosciuto talento in una fase delicata come quella dei rigori. Qui, (terzo collegamento, ore 00-34) mi sono chiesto se la passione che ha animato da giovane l’ex calciatore sia tanto diversa da quella che ha spinto tanti grandi giornalisti, prima della gloria, a tener duro, a consumare polpastrelli e fondoschiena fino a riuscire a tramutare la passione per la scrittura nel tanto agognato contratto presso una trasposizione editoriale di un club di serie A. Questa domanda mi ha fatto tornare in mente una discussione a cui ho assistito durante un confronto tra giornalisti professionisti e blogger. In quell’occasione, i primi sostenevano anche se velatamente che la credibilità e l’autorevolezza di un giornalista viene referenziata dalla testata giornalistica per cui lavora, per cui un pubblicista od un blogger che, per farla breve, non ha un contratto stabile, di fatto non può essere considerato un professionista. Questo concetto (quarto collegamento, ore 00-45) ha fatto radicare in me la convinzione che i suddetti giornalisti non ricordano bene i criteri con cui, salvo rare eccezioni, vengono decise le possibilità di carriera delle nuove leve nel campo dell’informazione. Confrontando ora, forse ingenuamente, le due realtà appena descritte (quinto collegamento, 00-57) mi viene da chiedermi di nuovo: il signor Muzzi, che ha tramutato la sua passione in mestiere, è forse diverso da quei vecchi pubblicisti che, scrivendo con passione, sono riusciti a farsi notare e a diventare giornalisti? Allora, che fine ha fatto la passione dei vegliardi professionisti della penna, nel momento in cui sostengono tesi come quella riportata? Poi, la squadra di giovanissimi che ha tenuto testa a Muzzi e co., che gioca per passione e che tenta di tramutare la passione in mestiere facendosi le ossa contro i “referenziati”, (sesto collegamento, 01-13) sono poi così diversi dai pubblicisti che scrivono per realtà minime, trasposizione editoriale dei tornei amatoriali, per farsi le ossa nella speranza di tramutare la passione per la scrittura nel mestiere di giornalista? Certo, ai giovanissimi del calcio basta iscriversi ad un torneo, per avere la possibilità (magari con un po’ di fortuna) di trovare un appassionato ex professionista con il quale misurarsi… Se, a questo punto, siete riusciti a seguirmi nel ragionamento senza darmi del pazzo e volendo credere anche solo per un istante che il mondo del calcio sia più passionale e meritocratico di tutti gli altri ambienti dello show-business, non credete anche voi che ci sarebbe molta più libertà e “verità” nell’informazione se… Su questo “se” sono riuscito finalmente ad addormentarmi (ore 01-qualcosa), sognando tanti appassionati Roberto Muzzi a dirigere quotidiani, televisioni e quant’altro, che sceglievano i loro collaboratori andando a scovare tra le squadre dei dilettanti tanti giovanissimi Totti, Cannavaro, Cassano, che avevano la possibilità di mettersi in luce sul campo, tra migliaia di altri come loro, soltanto grazie ai “propri numeri” e senza avere stampato sulla maglietta “figlio di…” “nipote di…” “amico di…”. Ore 06-45 di ieri, la sveglia suona, perdo mezz’ora nel tentativo di ricordarmi chi sono, salgo in macchina e vado a lavorare. Arrivo in ufficio. Purtroppo, seduto alla scrivania del direttore non trovo Roberto Muzzi, e mi accorgo con grande disappunto che il mio era stato, e continuerà ad essere, soltanto un sogno. Sulla mia scrivania, però, c’è un appunto in rosso con la scritta “7 su sette” seguita da diversi punti interrogativi, e l’idea impertinente prende forma inaspettatamente…Che dite, sto impazzendo? di Andrea Mariani

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