Quella era appunto un assemblea dentro un caos in cui maturava una mutazione antropologica e politica che poi doveva portare alla dissoluzione del movimento stesso. Io ero al mio primo servizio di cronista dentro una sede nella quale avevo finito pochi mesi prima di fare l’assistente. Capirete vedere Bocca cercare di orientarsi sullo stesso servizio mi fece un po’ di impressione.
Poi lessi i pezzi e mi resi conto che il decennio del ’68 era come per lui come un oggetto misterioso: mentre sul terrorismo capiva molte cose che agli altri sfuggivano, su quel sisma di ribellione della generazione nata dopo la guerra e per giunta animata proprio dai figli della borghesia italiana, dunque i figli dei “padroni” come si diceva allora, era come disarmato. Qualcosa di non inedito a quei tempi, tanto che anche Pasolini, si lasciò spesso andare alla tentazione di non capire. Forse perché le tesi politiche che in quell’universo emergevano e si scontravano erano in qualche modo la sovrastruttura di una liberazione più ampia, più esistenziale, erano la rottura del guscio di noce in cui viveva la società italiana. E forse gli strumenti intellettuali usati erano a volte così radicali da sembrare privi di senso, a volte forse nemmeno sinceri.
Così pur condividendo il pessimismo di Bocca sull’Italia matrigna, dentro le sue cose ho sempre trovato un residuo sabaudo cristallizzato, una tensione all’ordine che non contrasta affatto con l”asprezza e la logica dello scontro. E un taccuino nella mano sinistra che rimane bianco.