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A Day in the life, un racconto ispirato dai Beatles...

Creato il 18 giugno 2011 da Tizianogb

I Beatles al loro top lisergico.
"A day in the life" è considerata dai fans degli scarafaggi e dalla critica una delle migliori canzoni dei Beatles: a distanza di svariati decenni questa canzone rimane a tutti gli effetti una delle più belle sinfonie pop-rock che siano mai state scritte...
Nel video di A Day in the life compaiono i Rolling Stones ed altri musicisti famosi
In cinque minuti scarsi, il duo Lennon McCartney è riuscito a condensare psichedelia e musica sinfonica creando un capolavoro immortale della musica moderna, che ha influenzato e continuerà a farlo centinaia di artisti.
A Day in the life, un racconto ispirato dai Beatles...
"A day in the life" RaccontoAppena uscito di casa Enrico scivolò su un escremento molliccio e fresco di giornata, rischiando di rompersi l’osso del collo e nel contempo di fare un giro di breakdance sulla schiena, aiutato dall’assenza di frizione tra il marciapiede e la pianta del suo piede.
Riuscì a mantenere l’equilibrio pattinando in avanti per un metro o due su di una gamba sola, mentre apriva la bocca e  "WWwhhhaaaaaAAAAA!"  da quel buco usciva il suono più idiota che orecchio umano avesse mai ascoltato. Se la cavò con una nuova suola di materiale organico montato come la panna, sfornato da qualche bestia strana - che a ben pensarci doveva essere bella grossa, per farne così tanta. Che si trattasse di un essere umano, invece che di un cane?
La sola idea che qualcuno gli cagasse davanti casa nel bel mezzo della notte, mentre lui dormiva il sonno beato del giusto, lo disgustò profondamente.
Con il disgusto ancora in bocca arrivò alla fermata del pullman. Una pioggerella fine ed eterea cominciò a scendere in quel momento: il genere di precipitazione umida che ti arrivava fino alle mutande, se non avevi da ripararti.
Si accorse solo in quell'istante di aver dimenticato l'ombrello a casa.
La banchina era colma di carne ondeggiante, in movimento ipnotico. Zaini, borsette e ventiquattr’ore bloccati nello spazio alfa temporale, come inghiottiti per sempre… gli parve persino di vedere uno in canottiera, in piedi dietro tutti, ma fu solo per qualche decimo di secondo. La gente era così tanta che era persino difficile distinguere una persona dall’altra. Sembrava un blob enorme e spaventoso.
Enrico valutò la situazione e la situazione era che per riuscire ad entrare in quell’ammasso di corpi piazzati e ben decisi a rimanere sotto la tettoia in pexiglass, al riparo dal piovasco fastidioso costasse loro la vita o una gamba, si sarebbe dovuto fare largo a colpi di manganello in testa o con un pungolo stordente da macellaio. Purtroppo non aveva ne uno ne l’altro.
Attese così il pullman sotto la pioggia, facendo finta che non glie ne fregasse nulla.
Il bastardo arrivò in ritardo di dieci minuti. Ci scivolò sopra umido come una spugna mentre uno da dietro lo spingeva senza troppi complimenti. Dannato 23…
Una volta salito, si aggrappò ad una delle pensiline d’acciaio come d’abitudine, anche se - zeppa com’era la corriera - cadere lì dentro era pressocchè impossibile. Più facile che i corpi lo spingessero verso l’alto, a galleggiare come un morto sopra un mare di teste.
Il cranio pelato di un vecchio gli si infilò esattamente nell’incavo dell’ascella, quasi incastrandosi perfettamente. Era un vecchietto molto basso, dalla testa piccola. Una piccola testa pelata infilata nella sua ascella. Ci rimase fino a che il pulmann non effettuò la sua fermata.
Piazza Garibaldi.
Dove i sogni si infrangevano contro la scrivania traballante e i muri giallissimi del suo ufficio.
Il giallo era la novità di quell’anno. Dicevano che aiutava a concentrarsi meglio. A suo parere non serviva a un bel niente. Tutto quel giallo non faceva altro che procurargli acidità di stomaco e mal di testa colossali a fine giornata. Come se il cervello obbedisse all’impulso giallo e si concentrasse fino al limite massimo. Mal di testa a parte, nel suo rendimento non v’era stato nessun  cambiamento, ne in meglio ne in peggio. Evidentemente c’era qualcosa che non andava, in quella faccenda.
Enrico appoggiò la borsa sulla sedia, come faceva di solito per prima cosa non appena varcava la soglia del suo ufficio la mattina. Notò che sulla scrivania era già stata ammucchiata un sacco di corrispondenza da leggere. Richieste di preventivi, menate varie. Mise il Montgomery fradicio sull’attaccapanni a quattro gambe e quattro bracci; aprì la finestra, spalancandola. Una folata di vento umido e freddo investì il suo viso. Capì in quel momento che sarebbe stata una giornata lunga. Prima di sera avrebbe avuto voglia di uccidere qualcuno con qualche sistema particolarmente doloroso. Almeno quanto il suo mal di testa.
Cominciò con l’aprire le buste più grandi, quelle che di solito contenevano pubblicità assortite.
Si accorse della presenza estranea solo alla terza busta.
“PORCO CAZZO…!”
C’era un altro uomo, nel suo ufficio. Completamente nudo. Era bello grasso, più basso della media. Aveva una testa piena di capelli arruffati, da pazzo,  e un neo della grandezza di una piccola prugna marrone sulla pancia, uno di quei nei che sono attaccati al resto del corpo per una piccolissima parte e che di solito non sono più grandi di un chicco di caffè. Quello invece era grosso come una prugna secca. Penzolava rugoso attaccato alla pancia per una piccola estremità, tanto che sembrava quasi doversi staccare da un momento all’altro.
Cose del genere erano facili da levare e di solito non erano maligni.
In ogni caso, che cazzo ci faceva un grassone nudo come un verme nel suo ufficio alle nove e trenta del mattino? E perché continuava a grattarsi il culo e a sorridere come un idiota?
L’uomo era appoggiato al muro d’ingresso, di fianco alla porta. Appena entrato, Enrico non se n’era accorto. Dopo aver chiuso la porta con un colpo di tacco era andato direttamente alla finestra, senza darsi pena di accendere la luce.
“ Salute a te.” Disse l’uomo nudo.
Aveva una faccia simpatica; sorrideva. La pancia gli copriva completamente le parti basse ad eccezione di mezzo testicolo, che spuntava solitario sotto la linea curva e morbida del suo pancione. Fortunatamente non aveva nessun coltello tra le mani.
Forse ne teneva uno stretto tra le chiappe…
“ Ci conosciamo?”
Enrico sapeva quanto stupida e fuori luogo suonasse la sua domanda in quel momento preciso, ma per quanto si fosse concentrato, immerso in quel giallo nauseabondo, non era riuscito a trovare di meglio da dire. Se non altro, era un modo come l’altro per rompere il ghiaccio. Forse facendo sentire quel mentecatto più a suo agio, sarebbe riuscito a farlo andar via di lì nel più breve tempo possibile. Che diavolo aveva fatto, di male, per meritarsi tutto quello?
Cicciobello nudista avanzò d’un tratto mezzo passo, allungando una mano dalle sue parti.
Questo lo fece cagare sotto parecchio. Enrico sobbalzò all’indietro per un paio di metri: per poco non finì giù dalla finestra e tanti saluti a tutti...
FINE PRIMA PARTE (CONTINUA...)
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