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A Milano si combatte al fronte per difendere la cultura, a Cremona… si può rilanciare il Parco dei monasteri, riadattando l’idea

Creato il 05 ottobre 2012 da Cremonademocratica @paolozignani

Riportiamo qui un articolo sulla lotta dei Lavoratori dell’Arte di Milano, che si riuniscono a Macao, dove si confrontano forme sperimentali di arte. La lotta è condotta per disporre di una sede. Certo che Cremona non può competere con realtà simili, troppo grandi e importanti, e neanche col 798 di Pechino. Ma che identità può avere Cremona? Quella legata ai violini non ha un carattere universale. Il violino è per pochi, la liuteria non fa una città e neanche il torrone. Cremona non ha una sorta di quartiere latino, non ha una zona franca frequentata da giovani artisti. Ovvio che non sorgerà la Montmartre del Po, naturale. Ma è possibile languire così, quando invece i giovani ci sono, il desiderio di esprimersi esiste, è diffuso, è forte, ma è soffocato dai soliti poteri. Qui possiamo solo proporre, indicare. Non si può credere che la cultura siano i soliti progetti che il Comune piglia qua e là, da un sito o dall’altro, li modifica un poco e poi li realizza, per poi ritrovarli in altre città, poiché sono format nazionali. Una zona libera per l’area contemporanea può essere una caratteristica che differenzia Cremona da altre città. E d’altra parte il centrosinistra ha in mente di rilanciare, modificandolo e adattandolo, il Parco dei monasteri. Era un grande progetto, insultato con odio incomprensibile da alcuni esponenti del centrodestra, e siccome è sempre tutta colpa di Corada e Torchio è stato messo da parte. Ma il centrodestra oltre che vendere pezzi di città, di società partecipate e di identità non ha fatto.

Eppure una speranza di rilanciare la cultura adattando la più importante idea degli ultimi decenni c’è ancora. Tra un fermento di idee valide del passato e un po’ più d’attenzione per l’arte contemporanea e il mondo giovanile, dei giovani che vogliono produrre, lasciare un segno, può sprizzare la scintilla della rinascita.

Segue un articolo sulle peripezie dei “Lavoratori per l’arte” di Milano: è solo una puntata di una lunga lotta per la libertà.

5 maggio 200 persone occupano la Torre Galfa di Milano, in zona Garibaldi non lontano dalla stazione centrale. Un grattacielo abbandonato da oltre 15 anni potrebbe diventare la sede di un centro per le arti dove al centro si pone la cultura come bene collettivo da una parte gli artisti, dall’altra i cittadini. Promotori dell’evento un colletivo di artisti milanesi “I lavoratori per l’arte” ed altre realtà italiane che spiegano attraverso un comunicato stampa la loro idea di cultura intesa come soggetto attivo di trasformazione sociale per la costruzione del comune. Macao non è un centro sociale ma un luogo dove artisti e cittadini possono riunirsi per sperimentare forme condivise di arte”, come spiega Daria Macao, curatrice di 28 anni.

“Abbiamo iniziato a mobilitarci un anno fa, per trovare delle soluzioni alla precarietà del settore dell’arte. Siamo un gruppo di artisti, curatori, critici, grafici, performer, attori, danzatori, musicisti: tutti riuniti sotto la sigla Lavoratori dell’Arte. Avevamo la necessità di creare uno spazio fisico che potesse rimettere al centro il valore sociale delle cultura a Milano: così abbiamo scelto la torre Galfa, che era vuota da circa 15 anni”, racconta Daria. Un luogo molto simbolico: costruito alla fine degli anni ’50, a metà degli anni ’70 fu venduto alla Banca Popolare di Milano. Dal 2006 è passato alla Immobiliare Lombarda, del gruppo Fondiaria Sai della famiglia Ligresti. A due passi dal quartiere Isola, dove fervono i preparativi per l’Expo 2015, la torre Galfa era chiusa e abbandonata da anni. Finché i ragazzi di Macao non l’hanno scoperta.
“Il 5 maggio, quando siamo entrati, abbiamo trovato macerie, buchi, polvere dappertutto. Acqua, luce? C’erano, ma l’impianto non era stato nemmeno messo in sicurezza – ricorda Daria – Ci abbiamo pensato noi, e ogni giorno ci organizziamo per portare avanti i lavori, ripulire l’edificio e aprire nuovi piani”. Il lavoro, a Macao, comincia al mattino: i gruppi di manovalanza mettono a posto le stanze, la comunicazione cerca di capire come organizzare la giornata. Le attività partono nel primo pomeriggio – i ragazzi si sono divisi in una decina di tavoli di lavoro, ognuno dei quali conta una trentina di membri, e portano avanti le loro iniziative. Si va dai progetti più artistici (arte, musica) all’organizzazione degli spazi (ci pensa un team di architetti, che sta studiando come mettere in sicurezza l’edificio) passando per attività manuali come il giardinaggio e la pulizia dei muri esterni. Nell’edificio abbondano calcinacci, fili che pendono e forse pure residui di amianto. Ma i ragazzi non si spaventano, e per rimettere a nuovo la torre contano sul sostegno dei milanesi:
ci sono volontari che vengono a dare una mano con l’impianto idraulico, altri che chiamano per offrire mobili. Per ragioni di sicurezza, però, per ora solo il piano terra e il primo piano sono aperti al pubblico. E solo fino alle 23: “Per rispetto verso il vicinato – spiega Camilla Macao, l’addetta stampa – Ma anche perché non vogliamo fraintendimenti: non siamo un centro sociale, ma un luogo di cultura. Sabato sera, per esempio, abbiamo il concerto di un pianista”.

Ora non è il momento giusto per nessun genere di fraintendimento. Non con gli occhi di Milano puntati addosso, con la denuncia della proprietà che intende ritornare in possesso dell’edificio in tempi brevi. “Non abbiamo contatti diretti con loro, ma abbiamo letto sui giornali che vogliono lo sgombero. Che faremo dopo? Non lo sappiamo. Ma per ora aspettiamo che la città prenda una posizione”, conclude Camilla. Dice la città, ma intende Pisapia: il sindaco di Milano infatti non si è ancora pronunciato esplicitamente, anche se nel gruppo Facebook “Pisapia x Milano” giovedì 10 maggio è comparso un post che pare proprio riferirsi al grattacielo occupato. “Ho deciso di impegnarmi personalmente e di prendere in mano direttamente una questione che non può aspettare – scrive Pisapia – Milano deve offrire spazi, ospitare la creatività e lo spettacolo, le arti e la musica. Apprezzare ciò che nasce spontaneamente, ascoltarlo, capirlo e offrire risposte”. Ma sempre in un contesto di “diritti e regole””.  Macao ha ricevuto anche il sostegno di diversi consiglieri e assessori, perfino la visita dell’assessore alla Cultura Stefano Boeri. Ma, come riporta Repubblica dallo staff del sindaco è arrivato poi un segnale più chiaro: “Il palazzo va liberato”.

E mentre i ragazzi raccolgono il sostegno di cittadini e personaggi pubblici (“sono più di 3mila”, fanno sapere”), il Pdl va all’attacco con l’ex vicesindaco Riccardo De Corato: “Nessuno a Palazzo Marino si sogni di assegnare spazi comunali a chi viola la legge come hanno fatto coloro che tutt’ora occupano uno stabile altrimenti siamo pronti a inviare un esposto-denuncia alla Procura della Repubblica”.

Il progetto potrebbe avere i giorni contati ma Macao non si dà per vinta: ogni giorno accoglie nuovi visitatori e la lista delle attività diventa sempre più lunga, così come quella dei grandi nomi che sostengono l’iniziativa: tra loro ci sono l’ex premio Nobel Dario Fo, che ha partecipato a una delle riunioni del collettivo, il presidente della Fiom Maurizio Landini, la band Afterhours (che si è esibita in un concerto nella Torre Galfa), gli intellettuali Ugo Mattei e Stefano Rodotà.

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