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A proposito di Suspiria

Creato il 11 gennaio 2019 da Lumiere @LumiereFratelli

A proposito di Suspiria

Articolo di Francesca Totaro (fonte immagine: filmscoop.it)

L’americana Susy Benner, giovane e brillante ballerina, si trasferisce a Berlino per studiare in una rinomata accademia di danza. Eventi strani accadono all’interno delle mura della scuola ma Susy, a differenza delle sue colleghe, sembra non esserne turbata. Le voci di corridoio sulla presenza delle streghe nella compagnia si riveleranno veritiere o verranno seppellite nel dimenticatoio?

Il lavoro di Luca Guadagnino prende spunto dall’omonimo film di Dario Argento del 1977 e, contrariamente a quanto si possa pensare, le due pellicole hanno ben poco in comune, forse solamente i nomi dei personaggi. Mentre l’horror originale si limita a raccontare una storia breve e lineare sulle presunte streghe/insegnati, il supernatural horror di Guadagnino si posiziona in uno spazio ancora cinematograficamente inesplorato, che include nel genere dell’horror tradizionale denunce politiche e di genere con elementi legati alla sessualità.

Restando invece fedele al titolo, il ‘giovane’ Suspiria vive e prende corpo nei profondi respiri dei personaggi, sospiri appunto che risuonano come una continua e ansiosa colonna sonora che accompagna le immagini per tutta la durata della narrazione. La regia di Guadagnino, sempre molto attenta al dettaglio, offre spesso due angolazioni differenti di uno stesso oggetto, movimento o personaggio. Enfatizza l’importanza di ogni singolo sguardo, punto di vista, attirando l’attenzione dello spettatore che, già dai primi istanti, non riesce a distogliere gli occhi dallo schermo.

L’intreccio ipnotico sfrutta la potenzialità dello specchio, in sé già considerato come emblema dello sguardo umano, che subentra prepotentemente diventando in diverse occasioni il protagonista unico in scena. In Suspiria gli specchi rivelano e tradiscono allo stesso tempo, inquietano e rassicurano, mostrano e nascondono. Le figure, riflesse al loro interno, subiscono un processo di disumanizzazione, spesso inquadrate senza testa o per metà, raramente fedeli alla fisicità delle danzatrici. Le pareti specchiate danno vita ad un binomio contrastante classico, quello di incorporazione e repulsione dei corpi.

La danza, ampiamente approfondita nelle sue sfumature, assume forme di ribellione. Come la leggerezza dello spirito che tenta di sfuggire alla forza di gravità terrena. Il movimento diventa un’arma a doppio taglio, uno scenario dove la voglia di rivoluzione si scontra con la limitazione naturale o sovrannaturale degli spazi. Le mura contengono, gli sguardi pedinano, il parlato diventa silenzioso, tutti elementi che si contrappongono alla disperata ricerca della verità. Gli unici mezzi affidabili sono i media, che rimangono immuni alle potenzialità oscure delle streghe.

Le forze negative, che albergano nelle protagoniste, vengono sprigionate solamente nel penultimo atto, quello precedente all’epilogo. Il rito verbalmente premeditato diventa qui fisico, carnale, sanguinario. Il sacrificio, oggetto di sguardo della protagonista e dello spettatore, è intensificato da una danza funebre e da cori che intonano melodie raccapriccianti. Un gioco di luci sanguinolenti colora, sporca, altera l’intero atto e contribuisce alla messa in scena del climax orrorifico finale, che soddisfa le aspettative promesse dal trailer.

Il Suspiria di Guadagnino incorpora sì l’idea partorita da Argento ma crea, oltre al remake tradizionale, una narrazione che funge da prequel e sequel del capolavoro quarantaduenne. Il regista infatti sceglie, sul finale, di lasciare una porta leggermente aperta, sufficiente ad alimentare le speranze di un possibile ritorno. A prendere le mani della compagnia ci sarà Dakota Johnson, che dà corpo alla danzatrice Susy Benner, affiancata da una Tilda Swinton ancora più camaleontica ed inquietante del solito, nei panni di Madame Blanch.


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