La corda si muove, il corpo ondeggia per un attimo e il cuore è il peso decisivo sulla bilancia dell’esitazione: giù verso il vuoto o di fronte a lui dritto alla meta, la fine della corda. Di nuovo un passo dietro l'altro. È attento e concentrato. Non deve guardare giù, lo sa bene. Ha paura: del vuoto, di cadere, ma sa che questa sua paura lo terrà in equilibrio fino alla fine. Ma l'equilibrio costa. Non gli piace la posizione: la schiena è rigida, le braccia costrette gli dolgono, la testa è dritta e lo sguardo fisso innanzi a sé. È stanco: vorrebbe lasciarsi andare, rilassare la schiena e le braccia, voltare la testa. Impossibile. Troppo caro il prezzo di questa follia. Per un attimo pensa al vuoto sotto ai suoi piedi, a come sarebbe cadere, alla fugace libertà che gli darebbe la sensazione del vuoto. Basterebbe spostare il peso che lo tiene in bilico: il cuore, dalla corda al vuoto per provare quell’ombra fuggitiva di piacere che è l’assenza di ogni costrizione.
Mancano pochi passi, ancora un piede dietro l'altro. L'esercizio è quasi finito: resta solo un piccolo tratto di corda. Lo guarda e gli sembra ora lontanissimo, ora vicinissimo. Le braccia intorpidiscono, il collo duole. È vicino, molto vicino. Deve resistere, manca poco: ancora due passi, un piccolo sforzo. Forse potrebbe indulgere a quella seduzione di poco fa. Basterebbe poco: scegliere tra due movimenti in fondo è solo dislocare il peso del cuore.
Annalisa Scassandra