Accoglienza... integrazione... vita

Creato il 08 ottobre 2010 da Valepi

foto:flickr

Ieri, per lavoro, sono stata tutto il pomeriggio con un gruppo variegato ed eterogeneo di ragazzi extra comunitarii.
Tre ragazzi di Kabul (che loro scrivono Kabol), due ragazzi marocchini, una ragazza sempre marocchina, due ragazze rumene,  una ragazza cinese.
Alcuni sono in italia ormai da anni, altri sono arrivati solo da pochi mesi. La ragazza cinese, in particolare, ed i ragazzi afghani, ad esempio sono qui solo da pochi mesi.
I tre ragazzi vivono in un istituto, contano le parole italiane che stanno imparando giorno dopo giorno e, per comunicare se la cavano con un po' di inglese e soprattutto con la loro fortissima unione: dove non arriva uno, possono arrivare gli altri e la comunicazione devia per un attimo verso l'arabo per poi tornare a quel misto di inglese e italiano che possono affrontare.
La ragazza cinese, invece, non parla una parola di italiano né di inglese... o meglio, non parla proprio. L'italiano lo capisce poco, frequenta l'Istituto magistrale, mi dicono... mi chiedo come facciano i suoi insegnanti, se veramente cercano di raggiungerla in qualche modo o se la abbandonano ai suoi pensieri senza chiedersi se ha capito o no. Non so, spero per lei che incontri persone curiose di sentirla parlare, prima o poi.
I marocchini capiscono e parlano abbastanza bene l'italiano, anche se il loro accento è fortemente influenzato dal francese che conoscono come seconda lingua. I due ragazzi studiano, ma probabilmente anche lavorano, anche se non lo dicono.
La ragazza sta a casa... in marocco è laureata in legge ed insegnava ai bambini.
Le due ragazze romene sono qui da più tempo, parlano quasi perfettamente l'italiano ormai, lo leggono e lo capiscono, una delle due a dicembre prenderà la laurea triennale.
Diversi livelli di integrazione e di assorbimento della cultura italiana e occidentale. Le ragazze romene sono vestite alla moda, sembrano assolutamente delle ragazzine italiane. La ragazza marocchina è vestita con colori accesi che riprendono il verde brillante dello chador che le protegge il capo. Ognuno si porta un insieme di tratti somatici, linguistici, culturali che li distinguono e li identificano e rendono questo gruppo ricco di differenze e di... non trovo altre parole per definirlo se non... ricchezza.
Questa è la sensazione che mi sono portata dietro al rientro a casa: che in quei ragazzi ci fosse una ricchezza che solo minimamente sono riuscita a vedere e conoscere e che spesso non  è minimamente considerata dalla società che li accoglie.
Troppo spesso ci facciamo trascinare in discorsi sull'integrazione, sull'accoglienza, sui pro sui contro, ecc ecc e troppo spesso dimentichiamo che dietro, dentro, queste persone c'è un mondo, una vita, una casa che probabilmente nessuno di loro avrebbe lasciato se avesse potuto.
Molte cose mi sono portata a casa ieri, tra tutte il sorriso dei ragazzi afghani, lo stesso sorriso con cui alla domanda "perchè avete smesso di studiare?" rispondono "per fatti molto gravi..."