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Creato il 15 novembre 2019 da Antonio
Sollecitato da un commento al precedente post aggiungo alcune considerazioni che spero contribuiscano a dare un quadro della situazione nazionale un po' più articolato di quello che va in scena nella miserabile arena del dibattito politico.
Come per il precedente post tutti i dati sono di fonte Eurostat. Oltre ai 28 Stati membri dell’UE28 ci sono anche Norvegia, Islanda e Svizzera quando sono disponibili i dati. Cliccate sui grafici per ingrandirli.
Premetto che non considero il PIL come l’espressione perfetta del benessere di una nazione e dei suoi cittadini. In sintesi il PIL può essere definito come il valore di tutti i beni e servizi prodotti meno il valore dei beni e servizi utilizzati per produrli. Il PIL non fornisce alcuna indicazione riguardo la distribuzione della ricchezza, la giustizia sociale, l’assetto normativo. Non fornisce alcuna indicazione su un universo di valori qualitativi che riguardano il benessere sociale, nessun riferimento ai beni relazionali, il godimento di beni cosiddetti immateriali (...anche quando sono materialissimi, come l'arte, il paesaggio, ecc.). Insomma un elenco lungo di critiche di cui è zeppa la letteratura ma a prescindere dalle critiche il PIL resta un indicatore quantitativo della ricchezza prodotta e, di riflesso, delle risorse che è possibile allocare ai diversi servizi. È realizzato rispettando standard metodologici che lo rendono utile ai confronti con altri Paesi, confronti che a mio avviso devono essere fatti con prudenza proprio per quelle critiche appena accennate ma non complichiamoci la vita, dopotutto questo è un post, non un saggio sulla ricchezza delle Nazioni.
Il grafico seguente riporta il PIL procapite del 2017 a parità di potere d'acquisto per gli Stati europei. L'Italia ha un PIL di 28.533 € a persona e si colloca al 16° posto tra i vari Paesi. Prima dell’Italia troviamo nazioni importanti come Francia, Regno Unito, Germania, Svezia, ecc. Nazioni che spesso sono giustamente considerate pietre di paragone in termini di servizi sociali e welfare.
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Le ragioni delle differenze di ricchezza tra i vari Paesi sono molteplici. Tempo fa Adam Smith ci scrisse un saggetto per dipanarne tutti i fattori ma nonostante la copiosità di argomenti pare che il mistero resti avvolto nella nebbia più fitta! La disoccupazione deve pur avere qualche ruolo, probabilmente anche l’economia sommersa, la struttura economica di ciascun Paese, la disponibilità di risorse interne ma nel dibattito quotidiano sono argomenti che hanno meno fascino delle tanto invocate riforme istituzionali e del totem della produttività, ovvero la quantità prodotta di un bene in una data unità di tempo e i mezzi impiegati per produrla o il rapporto tra il prodotto e l'insieme dei fattori di produzione che hanno concorso a produrlo.
Ok, diciamo che sul fronte della produttività abbiamo da migliorare ma come siamo messi? Quando viene tirato fuori dal cilindro il mantra della produttività sarebbe anche utile dare dei riferimenti quantitativi ma è noto che la propaganda non si nutre di argomenti, divora slogan e spesso ne divora talmente tanti che li vomita. Ebbene anche per la produttività c'è un indicatore e Eurostat lo elabora sulla base dei dati comunicati dalle autorità nazionali di ciascun Paese, con una metodologia condivisa a livello europeo e a partire da cifre a parità di potere di acqiuisto. Nel grafico seguente è illustrata la produttività del lavoro per persona e ora lavorata nel 2017 per tutti i Paesi europei. Fatta 100 la media dei 28 Stati membri di UE28 l’Italia ha un valore 107,2. Danimarca, Francia, Svezia hanno valori più elevati, da 115,8 a 112,4 ma tra i Paesi con produttività inferiore c’è anche la blasonata Germania che con 105,1 si colloca subito dopo l'Italia. Chi l'avrebbe mai detto, vero?
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Aggiungo che nel 2017 la distanza tra Italia e Germania è molto piccola, poco più di 2 punti, mentre nel 2005 era maggiore di 7 punti. Negli ultimi anni l’Italia ha perso molte posizioni e la distanza tra Italia e Germania si è accorciata sempre di più per via della crisi economica che ci ha investiti molto più di altri Paesi e certamente molto più della Germania. Quindi la produttività non è una maledizione che condanna l’Italia agli ultimi banchi di scuola ma dipende probabilmente da fattori contingenti che ci stiamo portando dietro da qualche anno e che ci ha fatto perdere molti punti in termini di produttività. Giusto per dare un’idea della faccenda in termini temporali riporto lo stesso grafico di prima con i dati del 2005. Dopo l’Italia troviamo Paesi che nel 2017 ci precedono, come la Svezia e la Danimarca. La distanza dalla Francia, che ci ha sempre preceduto, era molto inferiore a quella del 2017: 3,2 punti nel 2005 contro 7,7 nel 2017.
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Ma lasciamo perdere la produttività e diamo un’occhiata alla quota di risorse che ogni paese destina ai benefici sociali. Nel 2107 l'Italia ha destinato il 28,2% del proprio PIL alle spese per benefici sociali di ogni tipo (cure sanitarie, sostegno alla disoccupazione, alla famiglia, ecc.). Secondo questo indicatore l’Italia si colloca al 7° posto con una percentuale simile a quella di Paesi con un PIL procapite maggiore del nostro come Germania, Svezia, Austria. La quota nazionale è maggiore di quella di altri Paesi con un PIL procapite maggiore del nostro, come Norvegia, Regno Unito, Svizzera.
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In termini di spesa per i benefici sociali a parità di potere d'acquisto l'Italia nel 2017 ha speso 7.915 € per abitante. A fronte di un PIL procapite di 28.533 € abbiamo 7.915 € procapite destinati a benefici sociali. La Germania, con una percentuale di spesa sul suo PIL per benefici sociali uguale alla nostra (28,2%), ne destina 10.791 € ma la Germania ha un PIL procapite di 36.141 €.
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Come si può vedere già da questi pochi dati le cose sono più complesse di come vengono presentate nei comizi elettorali e nei talk show. I paragoni con altri Paesi non possono essere fatti in termini di spesa assoluta ma in termini comparativi. È giusto e auspicabile prendere esempio da Paesi che fanno meglio di noi, è giustissimo intervenire per correggere le distorsioni della spesa pubblica e gli investimenti poco efficienti ma non basta dire che altri Paesi investono più di noi. È necessario considerare le caratteristiche specifiche del paese, in termini di ricchezza totale prodotta e in termini di ricchezza distribuita.
Se a proposito della ricchezza prodotta è tutto un fiorire di analisi riguardanti la produttività, l'assetto istituzionale e altri fattori che sicuramente meritano l'attenzione di riformatori più o meno improvvisati è a proposito della distribuzione della ricchezza che sorgono domande interessanti. Distribuzione in cui, per intenderci, oltre ai benefici sociali vanno considerate anche le politiche fiscali che mirano alla redistribuzione della ricchezza con cui in ultima analisi vengono finanziati gli stessi benefici sociali. Dovremmo insomma ritornare a guardare a quella galassia che è stata appena sfiorata nel precedente post, con il colossale problema dell’evasione e dell'elusione fiscale, con la fuga di capitali nei paradifi fiscali e le rendite non soggette a tassazione. Dovremmo toccare totem come la distribuzione della ricchezza e dei redditi.
In termini di ricchezza in Italia il 5% delle famiglie più ricche possiede più del 40% del patrimonio nazionale. In termini di reddito il 10% più ricco percepisce più del 24% dei redditi. Insomma i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Anche per questo fenomeno c’è un indicatore utile per fare confronti tra i diversi Paesi, il cofficiente di Gini. L'indicatore è usato per misurare la diseguaglianza nella distribuzione del reddito o della ricchezza. È un numero compreso tra 0 ed 1 e valori bassi del coefficiente indicano una distribuzione abbastanza omogenea, mentre valori alti indicano una concentrazione di ricchezza. Il valore 0 che corrisponde alla pura equidistribuzione, ad esempio la situazione in cui tutti percepiscono esattamente lo stesso reddito. Il valore 1 corrisponde alla massima concentrazione, ovvero la situazione dove una persona percepisce tutto il reddito del paese mentre tutti gli altri hanno un reddito nullo.
Il grafico mostra la graduatoria dei Paesi europei per il coefficiente di Gini che è una misura della diseguaglianza di una distribuzione. L'Italia ha un coefficiente di Gini 0,323 ed è in una posizione non invidiabile tra i principali Paesi europei. Dopo di noi c’è solo il Regno Unito e la Spagna tra i Paesi più grandi. In tutti i Paesi con coefficiente di Gini inferiore al nostro la distribuzione della ricchezza è più omogenea e le distanze tra povei e ricchi sono inferiori.
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Le spese per i benefici sociali sono uno degli strumenti per riequilibrare le diseguaglianze economiche ma non il solo, il più potente di tutti è l'istruzione ma di quella ormai si parla poco visto che un cretino qualsiasi dalla facile favella può raccogliere il consenso di più di un terzo degli italiani. I benefici sociali, come tutti gli altri strumenti, sono sostenuti dalla politica fiscale che intervenga in maniera progressiva sui redditi e sul patrimonio. Chi parla di giustizia sociale e di progresso senza queste premesse sta dando aria alla bocca e ormai l'aria è diventata asfissiante di alitosi insopportabile!

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