Addio Bourke

Creato il 23 dicembre 2012 da Guidoeug @EugenioGuidotti

Darling Farm, Bourke, NSW, 23 dic 2012, ore 14:10, giorni visto circa 60/88

Non sono più un dipendente della Darling Farm. Tante cose sono capitate tra ora e l’ultima volta che ho scritto qui sopra. Avrei potuto scrivere di più, ma ero sempre o troppo stanco o troppo affaticato o troppo poco felice per farlo. Quindi riassumiamo.

Il 12 dicembre Sal è partito. Partito, andato via, visto scaduto, ritorno a casa, non so. Lui non mi è venuto a salutare ed io non gli ho augurato buon viaggio. Per tutti coloro che credono nel Karma posso dire che mi è giunta voce che mentre si recava a Sydney, abbia investito un grosso animale ed abbia disfatto la macchina. Solo voci, nulla di certo.

Dal 12 dicembre a ieri le cose sono andate meglio, soprattutto nei rapporti umani. Coi coreani c’era più complicità, qualche discorso, rapporti più normali. Durante la raccolta si sono susseguiti un buon numero di ragazzi di Bourke tra le nostre fila. Alcuni duravano qualche giorno, altri solo un paio d’ore. E’ un lavoro troppo duro per quelli di Bourke, per gli umani normali. I coreani sono invincibili, gli australiani sono pigri e non hanno la loro resistenza. Io credo di stare nel mezzo. Il mio rendimento lavorativo è stato sempre al di sotto di quello dei miei colleghi dagli occhi a mandorla. Non ho mai fatto tanta fatica in vita mia. La schiena sempre a pezzi, le gambe con la carne greve, le vesciche sulle mani e le dita che non facevano più forza. E’ stato terribile lavorare col caldo, con la polvere, con dei padroni che badavano soltanto a non lasciare indietro nemmeno un melone e chi se ne importa se fanno quaranta gradi e la gente sta male. Però non ho mai mollato. Non ho alzato bandiera bianca, non mi sono arreso, non me ne sono andato, e di questo vado molto fiero.

Credevo insomma che stesse andando tutto bene. Eravamo quasi alla fine della raccolta. Vedevo la luce. Dopo sarebbe stato solo un gennaio speso a seminare, seduti dietro al trattore, all’ombra. Una passeggiata rispetto al mese passato a raccogliere. Sarebbero bastati altri trenta giorni ed io avrei finito la farm. Ho aspettato quel giorno dalla prima ora in cui sono arrivato qui. Sarebbe stato il giorno più bello della mia vita e non per modo di dire. Sarebbe stato il giorno in cui avrei buttato tutto, i vestiti logori, le padelle, le scarpe, tutto. Sarebbe stato il giorno in cui avrei aspettato che Judy mi venisse a prendere per portarmi alla stazione dei bus. Avrei lasciato Bourke e la farm per sempre. Via, verso altre città, verso l’ultimo viaggio australiano, verso il ritorno a casa. Sarebbe stato un giorno atteso per 2160 ore: il giorno più bello della mia vita. Invece gli eventi me lo hanno portato via per sempre.

Negli ultimi giorni i rumors tra di noi per chi sarebbe rimasto erano insistenti e vari. Nessuno tra i coreani sapeva se sarebbe rimasto. Io avevo chiesto a Judy più e più volte se era sicuro che io e Sylvie saremmo potuti restare. La risposta era sempre: “Sicuro!”. Mi sentivo blindato, tranquillo. Avrei seminato e poi me ne sarei andato con i miei 88 giorni per il secondo visto spalmati nero su bianco su tutte le payslip. Sarei stato in una botte di ferro. Poi la doccia fredda.

Ieri, poco prima della fine della giornata lavorativa, Judy si è assentata per un po’. Al suo ritorno avevamo finito di raccogliere il campo numero 6; otto corse e cinquanta bins di meloni raccolti in tre ore. Lei ci ha raggruppato tutti e ha detto: “Ero da Andrew. Mi ha detto che lunedì è l’ultimo giorno di lavoro per tutti. Non vuole più nessuno”, poi è salita e ci ha portati a casa. Avevo pensato a questa possibilità. Pensavo che sarebbe potuto succedere, che il capo avrebbe potuto mandarmi via all’ultimo per non rischiare di perdere i lavoratori fino alla fine della raccolta. Pensavo: se mi succede, allora mi incazzo di brutto. Invece no, non è successo. Curiosamente, alla notizia, ero felice. Sì, non avevo finito la farm ed ero in mezzo alla strada in periodo natalizio: ma non mi è importato. E’ l’Australia, la terra delle infinite possibilità. Oggi va tutto bene e domani è un disastro. Però ci si può sempre rialzare. Ormai ho capito che fare piani è inutile ed impossibile. L’Australia ti frega, ti sorprende, ti ammutolisce e poi ti lascia a bocca aperta, però mai ti trascura. E questa è una gran cosa.

Pensavo che dare la notizia a Sylvie fosse dura. Pensavo che reagisse male. Dopo averglielo comunicato, al contrario, un sorrisone immenso le ha illuminato il viso. Non ho mai visto nessuno così felice. Basta caldo soffocante, basta fare bisogni nel secchio, basta vita da reclusi. Non più topi che girano per casa di giorno e di notte, non più ragni giganti e serpenti in agguato. Fine della dieta a base di riso e noodles, fine della sofferenza lavorativa, fine di tutto: lascio Bourke per sempre.

Domani alle nove un bus mi porterà a Sydney, dove trascorrerò il Natale in spiaggia a Bondi. Quello che doveva essere il peggior Natale della mia vita potrebbe rivelarsi invece essere uno dei migliori. Non ho mai festeggiato il Natale con trenta gradi, in spiaggia, col berretto natalizio ed il costume da bagno. Sarà bello, di sicuro meglio che passarlo chiusi in questo vagone abbandonato. Dopo Natale andremo a Melbourne passando per Canberra. L’ultimo dell’anno lo passeremo nella capitale del Victoria e dopo cercheremo un farm per gli ultimi quaranta giorni di farm. Domani non sarà il giorno più bello della mia vita, ma certo è in top tre.

Come disse Henry Lawson, “Se conosci Bourke conosci l’Australia”, e se ho conosciuto bene Bourke posso dire che l’Australia, quella vera, è quella dove per andare a fare la spesa grossa prendi la macchina e ti fai seicento chilometri fino a Dubbo, oppure ne fai trecento fino a Cobart per andare dal dentista. È quella che non ha strade asfaltate e che quando non piove da tanto ogni mezzo che passa solleva una tempesta di sabbia visibile per miglia. È la terra rossa che brucia sotto al sole o quella polvere rossa di quella stessa terra che ti ricopre e si infila ovunque. È il caldo soffocante alle sei del mattino. E’ la campagna che al mattino ti regala i canguri e la sera gli emu. Sono le case con la cisterna di acqua in giardino per i giorni di siccità. È il paese con un bar, un ristorante ed un circolo del bowling e basta. L’Australia vera è tutta qui. Il resto è America importata.

Addio Bourke, non credo che ci rivedremo. Ti ricorderò bene, nonostante tutto. Sei stata una maestra severa, ma comunque hai tenuto una straordinaria lezione.



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