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Adesso che ho partorito posso dire che del parto non sapevo nulla

Da Lazitellaacida

E' difficile parlare di questi ultimi mesi senza cadere nel cliché del già sentito.

Eppure fin dall'inizio della gravidanza, all'urlo del "YOU ALL LIED BITCHES" ho sempre provato un certo "scollamento" tra quelle che erano le mie aspettative (dettate dal sentito dire) e quello che invece era il mio vissuto.

Adesso, che sentito dire e vissuto stanno combaciando, pare che abbia completato la mia metamorfosi da cinica crisalide a materna farfalla.

Ho cominciato questo post circa 2 mesi fa e dopo aver riflettuto ulteriormente a voce alta sulle Storie ho deciso che sì, una testimonianza scritta del parto va lasciata. Per tutte quelle che se lo dimenticano perché è stato traumatico e per tutte quelle che non hanno il coraggio di aprire il cassetto dei ricordi di quel giorno ma anche per dire a quelle che l'hanno vissuto splendidamente che non è esattamente per tutte così e non ci deve essere omertà nel riconoscerlo.

Io non voglio dimenticare nemmeno per sbaglio.

E non perché voglia rinfacciarlo a qualcuno prima o poi, nemmeno all'ostetrica presente in sala parto quel giorno (avrà sempre un posto speciale, lo so io dove), ma perché voglio davvero evitare di perdere nella memoria per qualsivoglia ragione anche solo un minuto di quei 2 interminabili giorni.

Sì, due giorni. Giunta alla fine del nono mese (cioè del decimo perché sono sempre 40 settimane) praticamente sui gomiti, con delle dolorosissime emorroidi (mai, mai, mai più metterò per scontato il mio ano, lo giuro), piena di aria come un pallone aerostatico al punto da emettere peti senza nemmeno rendermene conto, mi sono illusa che "la questione parto" fosse qualcosa da sopportare UN giorno.

Adesso che ho partorito posso dire davvero che del parto non sapevo veramente nulla.

Il corso pre-parto, come la società tutta a dire il vero, si concentra quasi esclusivamente su quello che accade dal punto di vista medico. Si parla di dilatazione, lacerazione, episiotomia, collo dell'utero, pavimento pelvico, contrazioni. Ma non si parla dei vari tipi di parto, dei metodi d'induzione, dell'ossitocina, dell'epidurale, dannata epidurale.

Ricapitolando, le acque mi si sono rotte il 16 ottobre. Fagiolino è nato il 18 ottobre.

Tutto quello nel mezzo è stato per me il parto.

Come sapranno quelle che hanno fatto il corso pre-parto, la rottura delle acque non comporta l'inizio immediato delle contrazioni. Non è nemmeno un momento doloroso: stavo dormendo e ho cominciato a sentirmi un po' strana vicino alla coscia. Mi sono alzata e dal bagno ho avvisato Diego che "mi sa che mi si sono rotte le acque. Forse".

Naturalmente è stato impossibile riaddormentarmi e anzi, mi sono alzata per andare a controllare sul mio personale manuale della gravidanza ( Cosa aspettarsi quando si aspetta) se effettivamente era l'inizio della fine. Ricordavo che le perdite dovevano essere di un colore (rosato) ma non di un altro (scure, verdastre) ma non ricordavo quale.

La mattina mi sono fatta poi una doccia, ho aspettato un orario decente per chiamare la gine alla quale ho timidamente detto di avere delle perdite (così, stando sul generico, non volevo allarmare nessuno) e lei mi ha confermato di andare con calma in ospedale in mattinata. Alle 11 siamo andati quindi al Pronto Soccorso (l'ansia di dire al microfono dell'accettazione "mi si sono rotte le acque") e dopo aver monitorato il battito in una delle sale parto ("ah, quindi è così una sala parto?") ero ufficialmente ricoverata.

Quel monitoraggio in sala parto avrebbe dovuto suonarmi un po' come un avvertimento perché c'erano un paio di donne che stavano partorendo nelle sale attigue e le loro urla mi hanno fatto compagnia mentre mi somministravano la flebo di antibiotico. Quei versi animali erano terrorizzanti anche alle vergini orecchie maschili. Erano urla di dolore disperato, suoni fortissimi e selvaggi . Io, nella mia stanzetta con i miei occhioni grandi spalancati continuavo a cercare la rassicurazione delle infermiere: "ma queste povere donne... non hanno l'epidurale forse?"

Ricoverata in camera mi confermano quindi che, non essendo partite le contrazioni, mi avrebbero "indotto" il travaglio.

Indurre il travaglio ha significato quindi inserire un gel a base di ormoni in vagina per 3 volte, a distanza di 10-12 ore ogni volta. Alla seconda dose, il mercoledì mattina, sono partite le contrazioni ogni 10 minuti, fino alle 20 quando mi ammettono in sala parto con un rassicurante "da qua non esci senza il bambino".

Le contrazioni del mercoledì quindi hanno pennellato la mia giornata come saette dolorose all'altezza del basso ventre, proprio nella piega tra il pancione e il pube.

Erano scosse elettriche e l'immagine che ne avevo nella mia testa era quella di IT con una sega circolare che cercava di tagliarmi in due. Ma se in questa fase la sessione di meditazione fatta allo Studio Bianco mi ha aiutato parecchio, per quella successiva in sala parto, non c'è stato santo in calendario che avrebbe potuto salvarmi. Alle 8 di sera, al terzo gel, ormai la voce la stavo usando solo per chiedere ripetutamente l'epidurale.

L'anestesista quindi arriva e mentre mi infila l'ago nella schiena io ingenuamente penso "dai, è finita, da adesso è tutta discesa".

L'effetto del primo "bolo" dura circa un'oretta: 60 minuti bellissimi nei quali mi è parso di stare in sella ad un unicorno mentre folleggiavamo su un arcobaleno.

Peccato che i dolori ricominciano, quindi invoco di nuovo la presenza dell'anestesista che mi dice "adesso te la metto in infusione così poi sei a posto". Non ho ovviamente capito cosa andava farneticando, ho solo visto però che da quel momento in poi avevo il boccione attaccato con un dosaggio fisso di ml/ora. Sarà il suo essere rassicurante, sarà la mia ignoranza ma io credevo davvero di essere al sicuro ormai. Invece la dilatazione era ancora scarsa, l'ossitocina in flebo doveva ancora fare effetto.

L'ossitocina, per quanto ne sapevo al momento, è l'ormone dell'amore, quello che si sprigiona quando si guarda negli occhi il proprio figlio, quello che viene prodotto al momento del contatto con il bimbo durante l'allattamento al seno.

NON SAPEVO che avesse un ruolo da protagonista nei parti indotti, favorendo le contrazioni dell'utero durante il travaglio. Anzi, producendo le contrazioni necessarie per arrivare a dilatazione completa. Crea quindi delle contrazioni non naturali, direi "sintetiche" e per questo più dolorose.

L'ostetrica, da che se ne andava in giro per il reparto, comincia a stare fissa con noi, si becca tutta la nostra playlist on repeat ( Delivery Fagiolino su Spotify, un capolavoro di musica sconclusionata) e non mi dice nulla. Manco di spingere. Quella cosa magica del "sento che devo spingere" da me non è stata detta, credo perché le mie contrazioni fossero falsate dall'ossitocina. Però noto che il dosaggio dell'anestesia viene abbassato. Praticamente azzerato.

Non dico nulla, non lo so perché.

Inizialmente credevo di essermi sbagliata, poi, sapendo com'è andata ho capito che invece il dosaggio è stato ridotto apposta.

Le contrazioni, bene. Eravamo rimasti a IT con una sega circolare nella piega tra la pancia e il pube, no? Ecco, nella fase successiva invece mi sento di descriverlo come uno stivale tipo carro armato schiacciato sulla vescica piena.

"MI STA FACENDO ESPLODERE LA VESCICAAAAAA" "PERCHE' STA SCHIACCIANDO COSI TANTOOOO"

Infine, l'ultimo dolore prima dello spartiacque, è stato un dolore fortissimo e pungente sulle ossa del bacino, dalla parte destra: "ma cosa staaaa facendooooo perché mi fa maleee liiiiiiii" ma ricevevo solo risposte retoriche "sta scendendo, si sta muovendo".

Adesso, a mente fredda mi sento di dire che questi dolori non erano N U L L A al confronto di quello che venne dopo. Bhè, nulla no, però diciamo che la mia concezione del dolore è stata molto ridimensionata successivamente.

Preferivo rimanere in piedi, mi ritrovavo più libera di muovermi, per quanto una contrazione ogni 3 minuti consenta di farlo. Tuttavia nel giro di poco l'ostetrica mi dice di mettermi a letto, nella classica posizione semi sdraiata, con i piedi appoggiati sopra i gambali.

Mi disse che era per favorire l'uscita, che così avremmo fatto "prima" e lì per lì, di nuovo, non me la sono sentita di ribattere. Dopotutto che ne so io di come si partorisce, lo saprà meglio lei di me.

Mi sono messa nella posizione a mio parere PEGGIORE per partorire, cioè accovacciata, come se fossi seduta su una toilette alla turca. Era il festival delle emorroidi nonché il dolore più atroce che avessi mai provato.

Ogni 3 minuti arrivava una contrazione, ogni contrazione durava 45 secondi e aveva 3 spinte.

Questo, per circa 3 ore.

Non avevo più epidurale e non sapevo dove tirare fuori la forza: mi sentivo come un mulo che tira l'aratro in un campo senza vedere mai la fine. Per quanto l'assenza dell'epidurale servisse a favorire un parto "naturale" (ma che cazzo vuol dire naturale ma porca miseria siamo nel 2019 non dovrebbe essere LEGALE provare un dolore del genere, dovrebbe essere garantito come diritto fondamentale dell' uomo donna quello di non essere costrette a provare una tale sofferenza per poter mettere al mondo la vita. Il fine ultimo del processo del parto non dovrebbe glorificare il martirio che lo precede santificandolo, semmai bisognerebbe mettere a disposizione di tutte il fottuto progresso scientifico che può farci passare un mal di testa in 3 minuti PERCHE' NESSUNO SI SOGNEREBBE DI FARSI TOGLIERE UN DENTE SENZA ANESTESIA MENTRE INVECE IO DEVO SPINGERE FUORI DAL MIO CORPO UN ESSERE UMANO SENZA FARMACI) io non sentivo alcuno stimolo a spingere, semmai seguiva l'onda della tifoseria lì presente che mi diceva in continuazione "BRAVISSIMA, BRAVISSIMA!".

La sala parto ormai era affollatissima: ero l'unica rimasta delle sale parto ancora in travaglio e avevo con me tutte le ostetriche, il medico di guardia e la puericultrice. Ad ogni contrazione mi alzavano di peso una per braccia e una per gamba e mi appoggiavano su una piattaforma sotto il livello del letto e al termine delle 3 spinte mi rialzavano di peso per riappoggiarmi al letto, come un sacco di patate. Ero dilaniata dal dolore, sentivo solo "bravissima" e "vedo la testa" ma questa testa non usciva mai.... Diego mi ha poi detto che cominciava ad essere preoccupato perché vedeva le facce delle ostetriche che si guardavano tra di loro e il medico era stato chiamato per usare la ventosa se proprio io non ce l'avrei fatta.

FINO A QUANDO ESCE LA TESTA.

Non ho guardato, io ho fatto tutte le spinte a occhi chiusi urlando, anche io, come le donne che mi hanno preceduta, tutte le vocali.. DIDIDIDIDIDIDIDI (che poi dididididi cosa stessi invocando non lo so mica).

Non ho abbassato lo sguardo, non ho visto nulla di quello che succedeva là sotto. Sono stati secondi infiniti perché doveva uscire ancora il corpo ma io non avevo letteralmente più forza oltre che non sentivo assolutamente più nulla. Il dolore era così grande e così pervasivo che non percepivo più "l'onda" della contrazione. Mi sentivo come se fossi svenuta a terra, pestata a sangue di botte mentre dall'altra parte delle mie gambe mi dicevano "ancora una spinta e poi basta".

Con un filo di voce chiedo quindi che mi dicano quando arriva la contrazione in modo tale da spingere e in effetti quell'ultima spinta è scivolata fuori da me come una lacrima inconsapevole.

Era fuori. Finalmente era fuori.

Dalla mia vagina al mio petto è stato un secondo velocissimo.

Volevo piangere per congratularmi con me stessa di avercela fatta ma non riuscivo a muovermi, a pensare.

Il nostro primo incontro lo ricordo in bianco e nero, non so se perché effettivamente ci fosse poca luce ma distinguo bene nella memoria la silhouette della sua testa -allungata- al punto che subito ho chiesto "perché ha la testa così ovale?".

Lui mi guarda, io lo guardo, non ricordo se uno dei due stesse piangendo. Non sapevo nemmeno cosa stavo facendo ma non appena sono tornata in me mi sono girata verso destra e ho dichiarato a Diego "QUESTO E' L'ULTIMO".

In qualche modo mi sbottonano la camicia da notte, in qualche modo mi obbligano ad attaccarlo e dopo essersi accertati che "UEEEE GUARDA COME SI ATTACCA BENE, BON A POSTO VIA" me lo portano via, insieme al marito che intanto aveva tagliato il cordone.

"Basta poco che tanto è viscida". Con la forza necessaria per soffiarsi il naso concludo quell'ultimo (?) compito e penso che forse è finita.

Ancora non mi sembra possibile essere ancora viva, avere la forza di respirare. Il mio unico desiderio era quello di chiudere le gambe ma non era ancora finita, servivano I PUNTI.

Mentre il medico minimizzava e io lo incalzavo per sapere quanti fossero ("me lo dica per favore perché ho detto a mio marito: ogni punto un carato") cercavo di fare mente locale, che ore sono? Ah le 5.30, ma dov'è Diego, che i miei due uomini ricompaiono, stropicciati e sporchi e con deliziosi cappellini in testa.

Ci lasciano quindi da soli in sala parto: non me ne rendo conto perché è come se non fossimo mai scesi dal Tagadà. Il mondo continua a muoversi intorno a noi e noi stiamo faticando a mantenere l'equilibrio. Fino ad un minuto prima ero in apnea nel dolore e adesso sono qua, con mio figlio in braccio.

Mio figlio: devo abituarmi a queste due paroline.

Posso dire di essermi innamorata in quell'istante? No. Però ho visto subito quanto era bello. Quanto sei bello amore mio, così bianco e così biondo. Rimaniamo imbambolati su questa creatura di cui ascoltiamo il vagito come il più bello dei concerti.

Mi riportano quindi in camera sulla sedia a rotelle ma raggiungere il letto sembra una missione impossibile. Il Frugolo è sempre lì con noi, l'obiettivo è quello di "far partire l'allattamento" il prima e meglio possibile.

Ma non si potrebbe prima riposare? Non dormo da due giorni.

Voglio solo dormire ma è pieno giorno, sono adrenalinica, affamata e distrutta. Ancora non riesco a pensare al fatto che "sono mamma". Guardo quell'esserino biondo che dorme, mi dico che è bellissimo, che il nasino è mio, che è venuto proprio bene.

Dopo 6 giorni veniamo dimessi e comincia la nostra avventura a casa.

Ora che di mesi ne sono passati 5, posso dire che sono innamorata di questo Fagiolino profumato come non penso di essere mai stata innamorata di nessuno in vita mia.

E' incredibile ed estremamente stancante e non è per niente facile.

Si soffre molto anche per l'allattamento: in ospedale la pressione è tanta per farti allattare ma mai quanto quella nella mia testa. Sapendo di essere la cuoca del miglior cibo al mondo per il mio bambino mi sono sforzata più che ho potuto per cercare di essere "abbastanza".

Ma non ero mai "abbastanza": non cresceva abbastanza, non mangiava abbastanza e io non dormivo abbastanza.

L'allattamento a richiesta è forse l'ennesima Grande Fatica che viene messa per scontata a noi neo mamme. Essere aiutate è fondamentale e io mi ero anche trovata delle puericultrici che venissero a casa ma di fatto a parte un paio di volte a spiegarmi come lavarlo e cambiarlo non le ho più chiamate. Il seno è solo della madre (purtroppo) e questo da una parte ti fa sentire Wonder Woman (onnipotente perché unica) ma dall'altra è anche tremendamente stancante essere l'unica responsabile del suo nutrimento.

In 5 mesi non ho MAI dormito quando dorme lui, nemmeno ora che la routine si è fatta più regolare. Se dormissi quando dorme lui allora dovrei anche mangiare quando mangia lui e fare le lavatrici quando le fa lui, lavarmi quando si lava lui, leggere uno dei cento libri di puericultura quando anche lui legge. Adesso capisco l'iperreattività delle madri: l'ottimizzazione del tempo diviene fondamentale con un bimbo.

Si è preso la bocca mani piedi a due mesi e mezzo e mentre lo portavo su e giù da pronto soccorso e pediatra mi sentivo come quella mamma in Working Mums che urla all'orso per farlo scappare.

Forse è vero, il corpo ha memoria e vedo che il seno è tornato quasi alla sua misura di un tempo (quella delle susine) anche se inevitabilmente capisco ora quando dicono "mi vedo il seno svuotato". Tra le varie missioni che sento di avere poi c'è quella della perdita del peso: ho preso credo più di 25 kg in gravidanza (non si vedeva, lo so) e me ne rimangono ancora 9 da buttare giù.

Ci tengo molto a recuperare la forma di un tempo non esclusivamente per una questione estetica, ma anche per una questione psicologica.

Per oltre un anno il corpo di una donna diventa altro: diventa nido, cura, nutrimento e tormento. Siamo l'universo che crea e ospita la vita. E quando diventiamo mamme, siamo ancora legate da una catena invisibile che è essa stessa croce e delizia. Viviamo per lo sguardo innamorato di quell'involtino profumato di cacca e latte ma allo stesso tempo ne siamo ostaggi perché ne siamo le uniche responsabili. Viviamo costantemente insieme per 24 ore, siamo le persone più esperte sulla faccia della terra per ciò che riguarda i suoi bisogni e le sue abitudini e allontanarsi significa essere consapevoli di lasciarlo a qualcuno che inevitabilmente farà del suo meglio, ma non sarà mai come noi.

Forse a causa del fatto che per recuperare qualche ora di libertà ho dovuto trovare una baby sitter e non ho potuto sfruttare la carta nonni, questo primo distacco è stato così tanto vivisezionato nella mia mente.

E' vero, it takes a village e la solitudine delle mamme con le carrozzine è vera e non va sottovalutata. Ci sono giorni che non parlo se non con Fagiolino e mio marito arriva alle 20 ed è pure stanco e vuole stare per i cazzi propri. Si passeggia ogni giorno ma si vedono sempre le stesse zone ed è come vivere costantemente in " Ricomincio da Capo ".

Non ho mai pianto in questi mesi (tranne forse la prima volta che gli ho fatto i lavaggi nasali e credevo stesse soffocando) ma dentro di me c'è ancora una donna che vuole piangere per l'ingiustizia di tutto quel dolore provato in sala parto e di tutta quella stanchezza che mi porto dietro dalla notte in cui mi si sono rotte le acque. Il pediatra, i vaccini, lo svezzamento, la scelta del nido: è tutto un sistema che carica solamente sulle spalle delle mamme.

Ok, ci saranno anche i mariti collaborativi (se insistentemente stimolato anche il mio lo è) ma di fatto quello che ho visto negli ambulatori, nei nidi, nei negozi sono sempre e solo mamme.

Certo la ricompensa è enorme, il sorriso che mio figlio ha quando io compaio nella stanza è impagabile ma ci sono momenti in cui davvero mi chiedo: è quindi così che vive Wonder Woman?


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