Al Cinema: recensione "The Lego Movie"

Creato il 12 marzo 2014 da Giuseppe Armellini
Se serviva una conferma sulla mia assoluta inattendibilità cinematografica credo che possa essere questa.
Se mi trovo ad emozionarmi ed esaltare anche il film sui Lego dimostro che tutto sono fuorchè una voce critica e oggettiva della settima Arte.
Che poi sono andato a vederlo proprio sperando di vedere una cazzata, ci sta ogni tanto, specie in periodi non entusiasmanti.
E invece mi sono trovato un film sorprendente, l'ennesima dimostrazione dopo gli eccezionali Toy Story 3 e Ralph Spaccatutto che nei cartoni che parlano di giocattoli (o di giochi tout court) c'è una magia particolare, una specie di alchimia che non solo ha la capacità di riportarti indietro nel tempo ma ti fa toccare corde talmente delicate e importanti che sono capaci di riempirti il cuore.
In The Lego Movie poi a livello di tematiche si raggiunge forse un livello ancora superiore degli altri due.
E in un modo assolutamente sorprendente.
Perchè proprio quando il film sembrava una riuscitissima metafora sulla società spersonalizzante, la società in cui tutti la pensano allo stesso modo, la società in cui per colpa della politica e dei media l'umanità sembra ridotta a un unico prototipo prodotto in serie, avviene qualcosa di magico, di incredibile.
L'ultimo quarto d'ora tutta quella metafora "sociale" si trasforma in un'altra, molto più intima, umana.
E sarà che sono "parte in causa" di quel discorso finale ma ho vissuto quei momenti affascinato, commosso, sorpreso.
Ma c'è dell'altro prima.
L'idea è tanto semplice quanto geniale.
I Lego si costruiscono con le istruzioni si sa, e allora cosa c'è di meglio che immaginare la città dei Lego come una metropoli in cui tutti seguono istruzioni prestabilite, in cui tutti hanno un ruolo preciso, in cui tutti non possono far altro che "uniformarsi" a quelli che sono i dettami. Si devono svegliare in un certo modo, lavorare in un certo modo, vedere quel programma televisivo, cantare la stessa canzone. Metafora riuscitissima di un sistema totalitario in cui gli uomini sono spersonalizzati dal potere.
Emmet, il protagonista, poi è il non plus ultra di tutto questo, uno che anche in una vita preordinata non sa mai andare fuori da uno schema, dire un no, pensare con la sua testa. E' il classico uomo medio invisibile in mezzo agli altri (formidabile la battuta della polizia riguardo il suo identikit "Capo, impossibile trovarlo, ha la faccia uguale a tutti gli altri che abbiamo nel database!").
Però Emmet è destinato ad essere l'Eroe, quello che salverà il mondo dei Lego dal terribile destino scelto dal dittatore Business, ossia essere colpiti dalla super Arma Kragle, che in realtà non è altro che un tubetto di Attack con il quale il monarca vorrebbe "bloccare" tutti gli uomini e le cose in una posizione definitiva, eterna.
Funziona praticamente tutto.
La comicità è a tratti sopraffina, surreale, molto fine. La prima volta che a stento ho trattenuto risate da lacrime è il "denunciartiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii", fantastico. Alcuni personaggi, come il poliziotto Buono/Cattivo, Batman o quasi tutti quelli "reietti" nel mondo di fuori (addirittura Milhouse...) funzionano alla grande.
Strepitosa la sequenza del cervello di Emmet immaginato come una piatta distesa di ghiaccio.
Citazioni su citazioni, da Il Signore degli Anelli a Guerre Stellari, da I Pirati dei Caraibi a 2001 Odissea nello Spazio.
Se c'è un difetto (come accadde ad Up) è il troppo spazio alla parte avventurosa fatta di inseguimenti, scoppi, battaglie e ritmo altissimo.
Ma poi avviene la magia.
SPOILER!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
Non solo quella di scoprire che l'intero film era solo il gioco immaginato di un bambino ( ovvi i rimandi ai prologhi in Toy Story).
No, ma che quella storia inventata nascondeva dietro un grosso disagio, una grande barriera tra quel bambino e suo padre. La metafora sociale del film diventa un dolcissimo e delicato rapporto tra padre e figlio. E una affatto banale denuncia di quanto la creatività, l'uscire fuori dalle regole, il pasticciare sia spesso frenato, castrato da regole ferree che ci vengono imposte dall'alto, da convenzioni, da ruoli troppo rigidi.
Il padre con l'Attack voleva fissare per sempre le sue creazioni in modo tale che nessuno potesse toccarle o modificarle.
Quei mattoncini possono esser visti come mezzo per creare qualcosa di solido e di indistruttibile.
Oppure possono essere visti come pezzi da modificare ogni volta, da crearci sempre qualcosa di diverso, da usare nei modi più impropri, non per forza quelli scritti nelle istruzioni.
La filosofia dietro questo duplice ruolo del mattoncino è di straordinario impatto.
E' dolcissimo, lo ripeto, come il bambino abbia, attraverso l'arte e l'immaginazione, cercato di sublimare questo blocco, o forse meglio definirla questa mancanza di condivisione col padre. E il montaggio alternato tra Emmet e il Presidente e il padre e il figlio (sarà che in quel padre magari mi sono riconosciuto) è davvero notevole, perfetto.
E' il Martedì del Taco il giorno in cui il Presidente ha deciso di bloccare per sempre il suo mondo, cristallizzare la creatività.
"E' il Martedì del Taco" dice la mamma nell'altra stanza.
Son magie che i cartoni ci regalano spesso.
E quel Presidente le cui gambe perdono sempre più mattoncini man mano che si avvicina ad Emmet mentre nella realtà il Padre si inginocchia al Figlio è lirismo puro.
Ecco, meglio che smetto di commentare film.
( voto 8 )

Potrebbero interessarti anche :

Possono interessarti anche questi articoli :