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AL TEATRO LA COMMEDIA "THE EXORCIST" ("L'ESORCISTA") dI ALBERTO FERRARI, scritta da JOHN PLEIMEIER

Creato il 13 novembre 2019 da Fabrizio64

TEATRO COMMEDIA
Anche chi non vi crede ne prova terrore, un terrore ancestrale che compare quando i discorsi razionali si dissipano con il calare del buio e l'illuminismo viene sostituito da una voce cavernosa che proviene dagli inferi.Nel 1971 cambiò radicalmente il genere horror nella sua gamba letteraria: irruppe nelle librerie "The exorcist" di William Peter Blatty.Ogni spazio cartaceo è terrifico. Una paura intima ed interiore si mischia ad atmosfere che il tempo non cancella. Definire quest'opera semplice horror, però, è sicuramente riduttivo: è ricerca teologica, spirituale, metafisica, psichica, escatologica; è immersione negli abissi dell'animo umano e introiezione in dimensioni che esistono ma il raziocinio ne rifiuta la presenza.L'altra gamba del genere horror, il cinema, mutò con l'arrivo sul Grande Schermo della versione cinematografica, realizzazione fedele del libro ad opera di William Friedkin. La demonologia scosse la cinematografia e "L'esorcista" divenne il sommo cantore del filone demoniaco.La pellicola di Friedkin non fa paura: la invera, la incarna, la rende autentica.Il film "L'esorcista" è il cult dei cult e la recitazione, il recitativo e l'ambientazione hanno devastato intere generazioni.L'adattamento teatrale compiuto nel febbraio del 2008 da John Pielmeier è ben orchestrato ed intrigante ma non può certo reggere al confronto.Il tentativo del regista Alberto Ferrariè coraggioso ed interessante e, nel riprendere la piece teatrale costruita da Pielmeier, espunge fatalmente ampie porzioni della storia raccontata nel film e, di conseguenza, nel romanzo; alcune figure non secondarie come il detective e la baby sitter vengono stralciate; dialoghi sono aggiunti unitamente a nuovi contenuti che, integrando la trama, per certi aspetti la rafforzano rimpolpandone la narrazione.Il buio, gli effetti scenici, le luci laser e strobo, il trucco che rende orripilante il viso della posseduta, il letto che si muove e la lievitazione della bambina, possono raggiungere l'effetto voluto. Lo spettatore non si spiega come l'interprete di Regan (la bambina indemoniata), la brava Claudia Campolongo, possa far fuoriuscire dalla sua gola una voce tanto inumana, ultraterrena, roca, terrificante.Viola Graziosi, nei panni della madre di Regan, non può reggere il confronto con l'attrice Ellen Burstyn - nel film del 1973 nelle vesti di Chris Macneil -, che rese possente il travaglio e l'angoscia di una madre miscredente e con i piedi ben piantati nella vita reale che vede la figlia trasformarsi in altro.La perdita della fede di padre Karras (Andrea Carli, uno degli attori migliori dello spettacolo) e il suo riavvicinamento ad essa compulsato dal Male che gli appare in tutta la sua autenticità e purezza dinanzi agli occhi, è ben espresso durante un "confronto" fra il sacerdote e il demonio.Gli stacchi pianistici (di Ben Sprecher Stuart Snyder) fra una scena e l'altra alleggeriscono erroneamente la tensione che, invero, dovrebbe rimanere alta, densa, fitta e cupa come nella versione cinematografica e, prima ancora, nel romanzo. Il famosissimo brano di Mike Oldfield tratto dall'album "Tabular bells", inquietante, strisciante, saluta il pubblico e gli ricorda che quella notte non dormirà serenamente.Teologicamente molto suggestiva la spiegazione della possessione di una persona da parte dell'esorcista padre Merrin (Gianni Garko): è un inganno del diavolo per far credere agli uomini che egli si manifesta soltanto nel corpo di una non ancora adolescente dal viso mostruoso e un corpo devastato immerso in diarrea e vomito; il demonio si vuole palesare solo come un essere mostruoso, abominevole, osceno, non come chi sta a fianco di volti gradevoli e dietro parole che affabulano l'uomo su una vita di pura materia. Il diavolo non è solo occhi malefici ma potrebbe celarsi dietro ad idee neo e falso umanistiche.E ora che l'esorcismo abbia inizio.Fabrizio Giulimondi

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