Tua e di tutti è il primo passo compiuto, definito, di Tommaso Di Dio, segue di sei anni Favole (uscito nel 2009) e le parole con le quali si apre isolano un percorso: Tutto questo non possiamo noi dimenticare / una volta cominciata questa impresa. Una deissi estremamente inclusiva, Tutto questo, e una negazione, non possiamo dimenticare. Questa stessa poesia, un lungo proemio, termina con una negazione forse ancora più forte: in nome di nessuno. Tra questi due estremi accade qualcosa: un ragazzo down distribuisce dei giornali. A seguire il dettato di Di Dio: Il giovane ragazzo down / distribuisce i giornali. E un terzo inizio, il terzo punto non allineato per cui passa lo scorcio di questa retta di espressione, sta tutto nell'articolo determinativo: i giornali. I testi che seguono, tutti i testi che seguono, combattono un corpo a corpo con questi movimenti.
C'è una sottile disperazione che precipita nel fondo: Qualcosa va perduto / non sarà di nessuno nessun tempo lo avrà / mai. Poi qualcosa brucia, sembra riscattare: Perché il vero volto è fiamma, che ogni altra / luce cancella.
L'enumerazione dei passaggi, la somma dei versi e la conclusione che ne potrebbe derivare non esauriscono le possibilità di lettura cui Tua e di tutti si presta. È possibile trovare una diversa prospettiva, torcere gli occhi insomma, e vedere cosa ci sia nel risvolto di questo libro. Non tanto il risultato espressivo, estetico; piuttosto, il movimento. Non il verso in sé (i versi), ma il ritmo, la pulsazione che li ha determinati.
I ragazzi giocano a pallone nella piccola piazza, dove il sole batte. I motorini i garage. Il vento è cresciuto nelle mani. È diventato sabbia piedi gonfi estate. Per anni continuamente salire; tentare. La completezza, di pioppi palazzi campi, distese. Mi chiedo come tenere tutto questo, del mondo e della mente; anche adesso che il pallone violento sbatte e grugnisce il ferro caldo delle saracinesche chiuse.La quarta sezione della raccolta (la quarta su sette sezioni) è la più piena di indizi.
Si ferma. Apre la porta. Si gira poi, saluta l'amico volto da poco caro. Per le scale scende e s'allontana.C'è questa durissima inarcatura (non solo tipografica) tra mondo e mente. Ancora prima ci sono tutti gli elementi che sostanziano questo libro: brevi elencazioni di cose, di realtà, un momento di svelamento, il pallone violento sbatte / e grugnisce, le mani (la mente) che cercano di trattenere il vento (il mondo) che non la smette di crescere. Poi qualcosa, e tutto si richiude e sfugge: il ferro caldo delle saracinesche. Di Dio sta sempre su questo limite. Le sue deissi, le sue denotazioni sono un atto linguistico estremamente sofferto, se non patito. Si sviluppa allora una minima soglia di dicibilità, un filo tenue e (di nuovo) durissimo su cui si provano dei passi (e Tua e di tutti sembra essere, lo ripeto, un primo passo compiuto). Ecco allora, nel testo successivo:
Altre inarcature che spezzano, con il terrore che questa soglia di percezione e dicibilità si frantumi in ogni a capo (per ogni a capo). Lo stesso testo è incistato di verbi percettivi: vedere, toccare. Fino alla chiusa: mentre nessun pronome resta.
In uno dei suoi seminari, verso seconda metà degli anni '60, Alan Watts è riuscito a definire con due sole parole il Daoismo: mutual rising. La realtà viene creata dalla (e risponde alla) percezione dell'osservatore. Ma: "osservando le cose in modo originario, non vi è differenza tra quello che fate da una parte, e quello che fate dall'altra" (è un passaggio, questo, del '75). Di Dio si avvicina a questo tipo di respiro. Ancora dalla quarta sezione:
dopo di noi, che muoiono con dolcezza, senza di noi; a farci forti capaci, come una madre[...] Sono queste cose che non continuano
senza speranza e serena.
Cammino avanzo. Opero parlo. Al punto cieco di ciò che faccio desidero sempre, desidero ancora.Con dolcezza, senza di noi. Ungaretti avrebbe usato forse questo verso: docile fibra dell'universo, in un testo intitolato I fiumi. E Di Dio anche scrive di fiumi: Ma quello che il fiume fa / non lo sa nessuno. (E dentro questo verso c'è anche Eraclito). Filiazioni a parte, possibili tracce che porterebbero in ancora altre direzioni e stimoli, si rafforza l'idea che Tua e di tutti sia nato da continuo dissanguamento, che Di Dio chiama desiderio e vita (ma è più giusto riferirne le parole esatte, e siamo comunque nella quarta sezione):
Desidero vivere.
non era plastica più, né legno, era resistenza.Un desiderio più vicino a una volontà. Probabilmente una volontà generica, basale. Ma le pagine di questo libro diventano tese quando incontrano un fastidio, Di Dio smette di sanguinare (di vedere) e incontra. Incontra un urto. Ed è sui limiti di questa denotazione che si trovano i momenti di riconoscimento (e forse spavento) più nitidi. Da qui potrebbe partire il secondo passo.
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