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Ampio e profondo

Da Gabrielederitis @gabriele1948

Venerdì 20 maggio 2016

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L’aggettivo latino latus si traduce in italiano con ‘ampio’ e ‘profondo’. Mi piace pensare che un sentimento è ‘latus’. Non semplicemente ‘profondo’, come è proprio del sentire più personale, ma ‘ampio’. Siamo abituati a sentir parlare della profondità dei sentimenti, non della loro ampiezza. Eppure, il riferimento spaziale alla profondità potrebbe essere fuorviante: cosa ci induce a pensare che un sentimento sia profondo? andremo forse a ‘misurare’ quella profondità? non sarà forse riguardato, quando ci esprimiamo così, piuttosto, come un sentimento intenso? Ecco, l’intensità di un sentire, un forte sentire ci porta a parlare di profondità del sentire, di sentimenti profondi. Io preferisco pensare che ‘ampio’ e ‘ampiezza’ si addicano di più a un chiaro sentire. Non dirò un ‘ampio sentimento’, cioè continuerò a dire con voi un ‘sentimento profondo’, ma la nota che restituisce ‘ampio’ mi aiuta a dire meglio quello che mi preme dire ora.

L’attivazione degli strati profondi della sensibilità, cioè la nascita di un sentimento, comporta uno sconvolgimento dell’ordine del cuore: le cose cambiano significato, a volte radicalmente. L’irruzione di una persona sulla scena della nostra coscienza ne ridefinisce i confini: se ci moviamo sempre lungo i sei lati del mondo – alto, basso, avanti, dietro, destra, sinistra -, è tra ‘destra’ e ‘sinistra’ che si gioca una delle partite cruciali. I due ‘lati’ che corrispondono alle nostre braccia alludono insieme a un abbracciare, a un ‘comprendere’, che è propriamente e caratteristicamente ciò che facciamo quando permettiamo a qualcuno di ‘entrare’ in noi, giacché abbracciamo con lo sguardo, comprendiamo, cioè sentiamo, entriamo in contatto emotivamente, superando la linea provvisoria di confine che ci separa lasciandoci nell’indifferenza. Quando consentiamo a una persona, quando diciamo Sì, cioè quando esprimiamo un consenso al suo significato e al suo valore, cioè quando diamo significato e valore a una persona, essa esce dall’indistinto in cui era confinata per acquistare senso per noi: non ci è più indifferente; non si confonde più con gli infiniti oggetti che popolano il Reale che quotidianamente siamo impegnati a istituire, a ordinare, ad ‘arredare‘.


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