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Anche le fabbriche hanno un’anima

Creato il 31 ottobre 2017 da Paolo Castellano @castelpao
Anche le fabbriche hanno un’anima

Anche le fabbriche hanno un’animaDopo tre anni dal precedente romanzo, Maurilio Riva torna in libreria con la sua ultima fatica intitolata Se i muri potessero raccontare (Unicopoli). Lo scrittore milanese, di origine tarantina, torna nuovamente a raccontare il mondo operaio degli anni '60 e '70. Riva è davvero un grande conoscitore dei temi proletari grazie al suo passato lavorativo: egli ha infatti sperimentato in prima persona i vizi e le virtù del lavoratore faticando in un'importante azienda lombarda nel campo delle telecomunicazioni in cui, tra le altre cose, ha ambientato il suo ultimo volume. L'aspetto più sorprendente del libro è sicuramente la struttura narrativa: un mosaico di storie operaie rese note dalla laconica voce immaginaria della fabbrica in cui i lavoratori sono stati impiegati. A onor del vero, la "fabbrica animata" non si limita solo a raccontare le biografie dei propri occupanti ma esprime anche parecchi giudizi sul presente e il futuro delle strategie aziendali; il più delle volte le considerazioni dell'edificio parlante hanno un carattere esplicito:

Anche le fabbriche hanno un’anima

Credo che non sia possibile elaborare una sintesi del libro. Come scrive l'autore, nell'opera troviamo infatti le testimonianze di un microcosmo operaio realmente esistito; ogni racconto è un frammento indipendente che si lega però ai ricordi delle pareti di calcestruzzo dello stabilimento industriale. Dalle pagine de Se i muri potessero raccontare, il lettore percepisce che per il proletariato la fabbrica sia un ambiente ambivalente dove le gioie e dolori di un umanità stanca si mescolano ad un'assidua routine lavorativa. Inoltre ritengo che il tema centrale della pubblicazione sotto esame sia l'alienazione prodotta dal sistema industriale. Moreno Senzamacchia, un personaggio su cui si soffermano i ricordi dello stabilimento, con la sua cultura rappresenta il necessario farmaco per aggredire l'insopportabile conformismo produttivo.

Anche le fabbriche hanno un’anima

Riva ha uno stile chiaro e scorrevole, animato da un frizzante citazionismo: ho trovato formidabili i riferimenti a Walter Benjamin, Charles Baudelaire e Carlo Levi. Considerando un aspetto di mera editoria, mi è difficile definire con completezza il genere dell'opera: mi sono trovato a sfogliare un libro che è un ibrido tra un saggio e un romanzo. Potremmo definirlo una non-fiction intrisa di nozionismo e precisi riferimenti storici, ma sarebbe un'etichetta inadeguata all'intuizione letteraria di Riva. Di sicuro la struttura narrativa assomiglia molto alla celebre Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters.

A chi consiglierei questo libro? Senza dubbio a un lettore motivato che voglia rileggere la storia operaia da un inedito punto di vista. Maurilio sa cogliere la criticità del mondo moderno che sta dimenticando la propria recente storia industriale in nome di un progresso sempre più invadente e, perché no, più inquietante:

Anche le fabbriche hanno un’anima

La lettura di Se i muri potessero raccontare tutto sommato è stata gradevole, resa ancor più interessante dalle testimonianze raccolte da Riva che danno al lettore un vivido affresco della multiforme umanità di una fabbrica che ha perso tutto tranne che i propri ricordi. Per questo motivo, come è possibile non resistere alla commozione, dopo aver terminato il capitoletto dedicato ad Ultimo, in cui viene sviscerato quel dolore immane che prova un padre davanti alla prematura morte di un figlio? Un pacchetto di fazzoletti non è bastato.


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