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Ancora una precisazione sulle balle di Barnard.

Creato il 01 aprile 2020 da Conflittiestrategie

Barnard nel suo video a difesa di teorie alternative sui virus, non accettate dalla comunità scientifica, cita il suo “amico” Duesberg, medico convinto che bastasse avere uno stile di vita sano per prevenire l’AIDS. Esempio sconcertante, a questo punto, eretto a difesa dell’intervista di byoblu al farmacista Montanari. Dunque, ha usato una balla per giustificare un’altra balla. Ora con questi argomenti da strapazzo Barnard chiedeva a Burioni di ravvedersi ma Burioni dal passato, prima che Barnard facesse il suo video, gli aveva già risposto con quanto scritto in un suo libro. Adesso, il personaggio vi sarà pure antipatico ma qui non stiamo giudicando i caratteri della gente, stiamo verificando se alcuni individui dicono o non dicono baggianate su argomenti molto seri. Ribadisco che gli scienziati non devono ergersi ad una laica inquisizione ma non per questo si deve dar retta ad autentici ciarlatani solo perché i primi suscitano idiosincrasia.

“In quel momento, quando ancora dell’AIDS si sapeva poco, era doveroso, oltre che legittimo, cercare spiegazioni alternative, e Duesberg condusse le sue ricerche in maniera rigorosa. Però, quando i fatti dimostrarono in modo inoppugnabile che l’AIDS era una malattia causata esclusivamente dall’infezione da parte del virus HIV, Duesberg commise un peccato che per uno scienziato è il peggiore: rifiutò di accettare la realtà (che diceva inequivocabilmente che le sue teorie erano sbagliate) e non volle per nessun motivo cambiare idea.
Da lì, mentre veniva sempre più emarginato dalla comunità scientifica, Duesberg diventò il beniamino dei negazionisti che sostenevano che l’AIDS non era causato dall’HIV. Questo gli valse anche – qualche anno dopo – la nomina a consulente da parte del famigerato presidente del Sudafrica Thabo Mbeki, che, convinto di queste teorie senza senso, ha provocato la morte di oltre 300.000 suoi concittadini rifiutando e ritardando le terapie antivirali, la cui efficacia era sostenuta da prove scientifiche monumentali, incoraggiando invece una serie di cure «naturali» a base di barbabietole, aglio e patate africane e dando spazio a guaritori secondo i quali un modo per sconfiggere questa malattia era avere rapporti non protetti con una ragazza vergine.
Intanto, i danni provocati da Duesberg nell’America del Nord e in Europa non erano di minore gravità: molta gente si “faceva convincere dalla sua teoria e si comportava di conseguenza, non avvalendosi delle cure né mettendo in atto misure per prevenire i contagi. Una di queste persone fu Christine Maggiore. Nel 1994 incontrò Peter Duesberg e per lei fu un’illuminazione e un sollievo: si persuase che non era malata, che la positività al test era falsa e probabilmente dovuta alla vaccinazione antinfluenzale (cosa impossibile, ovviamente, ma dare la colpa ai vaccini era una moda già allora). Stava benissimo e secondo Duesberg bastava proseguire nel suo stile di vita sano e attento all’ambiente per continuare a vivere in perfetta salute. Christine lasciò dunque perdere la sua attività commerciale e mise in piedi un’associazione chiamata «Alive & Well AIDS Alternatives» (Vivi e in forma: alternative “all’AIDS) che forniva assistenza e «informazioni alternative» ai malati che non credevano alla spiegazione (peraltro molto convincente) della scienza. Christine sapeva bene cosa desideravano queste persone perché era lo stesso che aveva desiderato lei: era dunque perfettamente in grado di accontentarle.
Christine continuava a stare bene (che era esattamente quello che conveniva al virus, visto che – come abbiamo detto – una persona sana diffonde l’HIV molto meglio di una malata) e questo la convinceva ogni giorno di più di avere fatto la scelta giusta; scrisse addirittura un libro (intitolato E se tutto ciò che avete saputo sull’AIDS fosse falso?) che ebbe un notevole successo. I medici, quelli seri, le dicevano di assumere i farmaci, ma lei ovviamente non “li stava a sentire e continuava imperterrita nella sua convinzione.
Il problema arrivò quando rimase incinta: l’HIV si trasmette facilmente durante la gravidanza da madre a figlio. Con le cure appropriate non accade quasi mai; ma se si lascia la malattia al suo destino il passaggio del virus al bambino avviene più o meno in un caso su due. Naturalmente a Christine Maggiore fu proposta la terapia per prevenire il contagio del figlio, ma lei rifiutò, invocando la sua libertà di scelta; addirittura si fece ritrarre in una foto con il pancione e su di esso la scritta «No ai farmaci antivirali» che finì sulla copertina di «Mothering» (Maternità), una rivista patinata molto indulgente verso le medicine alternative e molto critica nei confronti delle vaccinazioni. Nel 1997 la Maggiore diede alla “luce il suo primogenito, Charlie. A quanto raccontava (ma non ci sono dati certi), il piccolo nacque sano. In un caso su due, come detto sopra, le cose vanno bene. Ma in un caso su due, purtroppo, vanno male. E in un caso su due, come previsto, male andarono.
Nel 2002 – ovviamente non in ospedale ma in una piscina gonfiabile nel soggiorno della sua abitazione e con l’assistenza di un’ostetrica – nacque la seconda figlia, Eliza Jane. Christine non la sottopose ad alcun test per verificare l’eventuale infezione né – conseguentemente – a nessuna terapia. I dilemmi però non erano finiti: c’era la questione dell’allattamento, che aumenta considerevolmente il rischio di trasmissione dell’HIV dalla madre al bambino. Anche qui, come potrete immaginare, “non ci fu niente da fare: la madre decise di non ascoltare i consigli dei medici e la allattò senza porsi alcun problema. Seppur tra mille critiche, Christine andò avanti ferma e granitica nelle sue convinzioni. Intanto la bambina cresceva apparentemente sana; ovviamente, secondo la madre, grazie a un’alimentazione «naturale», senza farmaci e – superfluo dirlo – senza le vaccinazioni. Christine proseguiva con successo nella sua opera di controinformazione: ospitate nei programmi televisivi, lezioni in atenei prestigiosi come la School of Medicine dell’Università di Miami, supporto da cantanti famosi come i Foo Fighters e Nina Hagen, che addirittura le dedicò una canzone. Intanto gli anni passavano.
In un’intervista radiofonica dell’aprile del 2005 Christine Maggiore disse con una voce brillante e convinta che lei per prima era in perfetta forma e che sua figlia non si ammalava mai: non aveva mai avuto raffreddori, influenza, infezioni dell’orecchio, niente. Insomma, stava benissimo e questo confermava che, per quanto radicali potessero sembrare, le sue scelte riguardo alla figlia e all’AIDS erano giuste.
Due mesi dopo questa intervista Eliza Jane era morta di AIDS… Tre anni dopo Christine Maggiore, all’età di 52 anni, moriva di AIDS.”

Balle mortali
Roberto Burioni


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