Angela D’Arrigo e la (seria) progettazione culturale made in Italy con destinazione Europa

Creato il 18 luglio 2014 da Addamico @addamico

E’ bene dirlo subito: l’intervista ad Angela D’Arrigo nasce bifronte (e spero non sia un problema per una discendente del Regno di Trinacria).

L’idea iniziale era di inserirla tra gli articoli della rubrica “Creative Europe”, quella dedicata ai finanziamenti europei alla cultura, ma sentire parlare Angela dei suoi progetti e della sua quotidiana sfida per un futuro culturalmente sostenibile, ha reso inevitabile l’inserimento di questa intervista nella sezione “made in culture”.

Perché se c’è una cosa su cui non ci sono dubbi è che Angela D’Arrigo sia 100% made in culture: giovane musicista di talento (flauto traverso), poi appassionata studiosa di numismatica, arriva a occuparsi di beni culturali con la curiosità, la determinazione e l’impegno tipici delle promesse che non deludono.

Oggi è una professionista molto impegnata, in grado di destreggiarsi (piuttosto bene) tra selve di bandi e foreste di istituzioni più o meno consapevoli delle proprie potenzialità e dei propri limiti. Il suo segreto? Non voglio svelare nulla, ma credo che abbia molto a che fare con un certo panorama, vista mare. Ma andiamo per ordine.

Iniziamo dal progetto in cui sei coinvolta ora, di cosa si tratta?

E’ un progetto di ACEC Lombardia, la delegazione regionale dell’ACEC nazionale, l’Associazione cattolica degli esercenti cinema che riunisce le sale della comunità, quelle che nascono come cinema parrocchiali, molto diffuse a livello regionale e con un’alta concentrazione nel territorio della diocesi di Milano.

ACEC Lombardia nel 2012 ha presentato alla Fondazione Cariplo un progetto per l’istituzione di un centro servizi che fosse di supporto all’attività delle sale, ottenendo il finanziamento richiesto, un contributo che copre più della metà del budget complessivo, mentre il resto è a carico del partenariato.

Oltre al capofila ACEC Lombardia, sono nostri partner le ACEC diocesane di Milano, Brescia e Como, il SAS (Servizio assistenza alle sale) di Bergamo, e due partner nazionali, l’ACEC e la FederGAT (Federazione gruppi di attività teatrali).

Ci racconti qualcosa di più di questo progetto e delle sale di comunità?

Il progetto è nato in Lombardia perché è la regione con il maggior numero di sale: circa 400, tra attive e in via di riapertura, nella sola diocesi di Milano sono più di 120. La situazione è piuttosto varia: ci sono sale storiche, aperte da anni e molto attive, io ironicamente le definisco vere e proprie “macchine da guerra”, con una capienza fino a 500/600 posti, aperte 4/5 sere a settimana e in cui è possibile vedere prime visioni.

In queste sale il passaggio al digitale è stato affrontato con un investimento corposo, convinti della necessità di un ammodernamento delle strutture per continuare a offrire una proposta di qualità. Infatti, la differenza sostanziale con le realtà commerciali è nella proposta culturale ampia e diversificata, con un importante risvolto sociale, che prevede quindi, accanto al cinema, anche interessanti cartelloni teatrali e altre attività culturali.

E quelle più piccole?

Le sale di piccole dimensioni talvolta possono trovarsi tagliate fuori dal servizio commerciale delle prime visioni e incontrano maggiori difficoltà; in questo caso la scelta è di puntare su una proposta alternativa, fatta di cineforum, eventi, incontri, e soprattutto attività svolte in collaborazione con associazioni del territorio a favore di giovani, anziani ecc… Molte di queste sale si trovano in comuni dell’hinterland milanese o in periferia, dove talvolta rappresentano l’ultimo presidio culturale rimasto.

Come funziona l’ingresso in sala?

Il prezzo del biglietto è solitamente ridotto, ma in questo senso ogni sala ha una sua politica. L’aspetto da sottolineare è che l’accoglienza in sala è tutta gestita da volontari, dalla cassa alle maschere, dalla proiezione al ristoro e guardaroba.

Sembri molto coinvolta in questo progetto…

Si, è un progetto entusiasmante. E ammetto che prima di occuparmene non conoscevo questa realtà. Per questo motivo uno dei primi aspetti che abbiamo affrontato soprattutto con i referenti di ACEC Milano, don Davide Milani responsabile e Angelo Chirico referente operativo, è stato quello della comunicazione.

Avevamo bisogno di svecchiare l’immagine della “sala del parroco” e proiettarla in un contesto moderno, presentandola come nei fatti in molti casi già è. Penso a Magenta, Gorgonzola, Brugherio sale con una programmazione molto varia: cinema, teatro, attività con le scuole. Si tratta di veri e propri laboratori culturali, realtà molto interessanti.

Come sei arrivata a occuparti di questo progetto?

Sono diventata consulente di ACEC Lombardia nel gennaio 2013 con la funzione di supporto al project management, affidato a una società di consulenza di Roma. Da gennaio 2014 l’obiettivo dell’ACEC Lombardia è stato quello di territorializzare la gestione e valorizzare le risorse locali, pertanto mi è stato affidato per intero il management del progetto.

Ci racconti l’evoluzione del progetto?

Il centro servizi ha da subito svolto un’intensa attività di coordinamento, ma non solo. Nel corso del 2013 le sale si sono talmente abituate ad averci come punto di riferimento da portarci a cambiare faccia al nostro lavoro: oltre al monitoraggio dei bandi e alla formazione, organizziamo sopralluoghi e consulenza costante sul fundraising, promozione, comunicazione.

E ora a che punto siete?

Siamo in dirittura di arrivo: il 31 luglio il progetto si chiude e presenteremo la rendicontazione finale alla Fondazione Cariplo. Si tratta di un documento che tiene conto dei quattro assi programmatici su cui abbiamo lavorato: formazione (con l’istituzione di corsi rivolti ai volontari); ascolto del territorio (attraverso l’analisi dei dati raccolti da numerose rilevazioni); comunicazione (con la realizzazione di: sito web, newsletter, pagina Facebook); supporto ai bandi.

Quest’ultimo aspetto è quello che ha registrato il maggiore interesse: abbiamo iniziato a segnalare le opportunità sia regionali sia nazionali, anche private, che potessero essere d’interesse per le nostre sale, per arrivare sino ai bandi europei. Un interesse che ha portato a risultati concreti, innescando un effetto domino.

Ci racconti qualcosa in più su questo aspetto?

Le sale hanno compreso l’importanza di lavorare sui bandi e deciso di intraprendere questo percorso. Nel corso del 2013 abbiamo affiancato sette sale in occasione del bando Cariplo destinato alle sale culturali polivalenti, hanno ottenuto il finanziamento in sei. Un successo che ci ha portato ad ampliare la nostra attività. In occasione del passaggio al digitale, per esempio, molte sale avevano l’esigenza di nuovi fondi; una situazione non facile e che abbiamo affrontato insieme.

Abbiamo individuato un bando specifico della Regione Lombardia su questo argomento e abbiamo accompagnato 20 sale in questo percorso, attendiamo da un giorno all’altro l’esito. Una mole di lavoro decisamente imprevista, ma che ha dato i suoi frutti.

Le sale, infatti, abituate a vivere in attesa di del bando ‘giusto’ in maniera disorganica, si sono date da fare avviando un’importante riflessione su se stesse e il proprio futuro. Aver messo in moto un meccanismo virtuoso è sicuramente un risultato molto importante per noi.

E quale sarà il futuro del vostro lavoro?

Il partenariato ha avviato un ragionamento sull’eventuale prosecuzione del progetto. Le sale si sono rese conto dell’importanza di tenere aperto il dialogo con il territorio e quanto sia fondamentale investire nella professionalizzazione dei volontari.

Da gennaio sino a giugno abbiamo organizzato un programma di corsi formativi suddivisi in moduli tematici in cui sono stati affrontati gli aspetti più disparati della gestione della sala: l’identità e la definizione della strategia, la comunicazione tradizionale e quella online, l’ufficio stampa, il fundraising, il project management, l’analisi dei bandi.

Un’esperienza che ci ha permesso di creare una catena di valore e dimostrare quanto il volontariato sociale, se supportato sul piano professionale, possa diventare davvero una risorsa per il territorio in cui opera.

I corsi, completamente gratuiti, si sono tenuti nelle sedi di Milano, Bergamo e Brescia e sono stati organizzati il sabato per permettere a quanti erano impegnati in altre lavori di partecipare.

Che tipologia di persone hanno partecipato ai corsi?

Il profilo è il più vario possibile e spesso è connesso alla storia della sala piuttosto che alle vicende del singolo operatore. Ci sono sale in cui il passaggio generazionale è all’ordine del giorno, il caso di Cesano Maderno è emblematico in questo senso; e altre sale con maggiori difficoltà a coinvolgere i giovani.

La maggior parte degli operatori sono volontari e non è certo facile per un ragazzo decidere di lavorare alla cassa di una sala di comunità gratuitamente. C’è bisogno di un coinvolgimento molto più alto, con le scuole.

Passiamo ora al tema “bandi europei”: come li avete affrontati?

I bandi europei non sono solo una fonte di sostegno alle attività culturali, ma anche una concreta possibilità di lanciarsi in una dimensione più ampia, pertanto non possono essere ignorati. A partire da questa considerazione, come ACEC Lombardia, abbiamo iniziato a lavorare sui programmi europei individuando quelli più adatti al profilo delle sale.

Il nostro metodo di lavoro parte dall’elaborazione di una scheda sintetica del bando, che inoltriamo ai singoli soci per verificarne l’interesse e permettere che ognuno di esse valuti se sia in possesso dei requisiti necessari.

Se la valutazione è positiva, avviamo la fase successiva del nostro lavoro: l’affiancamento nell’elaborazione dei progetti.

E a questo punto come vi muovete?

Richiediamo che ci venga segnalata una risorsa interna (preferibilmente giovane, così da poterla formare e far crescere) e avviamo insieme un lavoro di analisi e stesura del progetto. Per noi è fondamentale trasmettere una competenza, lo riteniamo il nostro primo obiettivo.

Spesso ci troviamo di fronte giovani con una buona formazione umanistica, ma impreparati a lavorare sui bandi. Non è un caso che il tema del nostro primo incontro riguardi proprio gli elementi che non possono mancare in un progetto.

Attualmente su quanti bandi state lavorando?

Durante l’Infoday di presentazione dei bandi del programma Europa Creativa che si è tenuto poche settimane fa a Torino, abbiamo individuato due bandi del sottoprogramma Cultura che si adattano alle attività delle nostre sale. Al momento, senza ancora aver condiviso la scheda sintetica, abbiamo raccolto l’interesse di due sale, ma pensiamo che altre si uniranno.

Quale è la tua esperienza in questo settore?

La programmazione europea si divide in due mega settori: i fondi diretti, banditi dalla Commissione europea o dalle sue agenzie centralizzate o nazionali, dove il rapporto è tra istituzione che presenta il progetto e istituzione europea; e i fondi indiretti, che l’Unione europea demanda alle regioni e che queste gestiscono autonomamente. Io ho lavorato su entrambi le tipologie.

Nel 2008 mi sono occupata di un bando diretto che faceva capo al programma ENPI [European Neighbourhood and Partnership Instrument], dedicato al vicinato extraeuropeo. Il programma prevedeva tre aree di intervento: ENPI Mediterraneo; ENPI mari del Nord; ENPI Est. L’oggetto del nostro progetto era la tutela del patrimonio immateriale in Italia, Francia, Giordania e Tunisia. Un progetto di 2 milioni di euro che ha ottenuto il finanziamento richiesto.

Poi mi sono occupata di un progetto all’interno del programma “Europa per i cittadini” (oggi confluito in Europa Creativa, settore cittadinanza attiva), dedicato al tema del volontariato. In questo caso ho lavorato su un progetto di partenariato che prevedeva l’organizzazione di una serie di incontri, legati alla storia di ogni singolo paese partner.

In Bulgaria abbiamo scelto il rapporto tra volontariato e inclusione sociale di soggetti a rischio; a Malta il volontariato come strumento per la lotta alla droga e alle dipendenze; in Slovenia, il volontariato in ambito ambientale; mentre l’Italia ha ospitato l’evento inaugurale e gestito tutto il coordinamento del progetto. L’obiettivo era la diffusione e lo scambio di buone pratiche. Il finanziamento ottenuto è stato di 130mila euro.

E sui fondi indiretti?

In ambito fondi indiretti ho collaborato alla stesura del piano di sviluppo locale di un GAL (Gruppo di Azione Locale). Si trattava di un bando della Regione Sicilia dedicato ai comuni siti nelle aree rurali.

Un’esperienza molto interessante e impegnativa: un progetto che coinvolge un GAL, infatti, può arrivare a valere sino a 7/8 milioni di euro, in base ai parametri attualmente in vigore e legati al numero di cittadini residenti nell’area.

Il piano di sviluppo del GAL ha previsto azioni per lo sviluppo di micro-imprese che producono e commercializzano prodotti eno-gastronomici tipici e soggetti no-profit operativi nell’ambito della promozione turistica, culturale e territoriale, che hanno presentato progetti per lo sviluppo del territorio seguendo percorsi delineati dal bando.

In base alla tua esperienza che idea ti sei fatta sulla partecipazione italiana ai bandi europei?

Ci sono ancora molte resistenze. In tanti settori persiste la paura di aprirsi e confrontarsi con una dimensione internazionale, e c’è diffidenza verso le istituzioni europee. Fortunatamente qualcosa sta cambiando e negli ultimi tempi la mentalità con cui un’istituzione si avvicina ai bandi europei non è più quella ‘classica’: io presento il mio progetto, l’Unione europea lo finanzia e tutto finisce lì.

Partecipare a un bando europeo prevede delle specifiche, e la prima è sicuramente quella della dimensione culturale: un progetto deve avere un profilo e dei contenuti veramente europei. In altre parole, se vuoi organizzare un evento in Italia non è proponendone uno simile in Francia che rendi la tua idea ‘europea’.

Certo, si tratta di un lavoro impegnativo, ma non ci sono alternative.

C’è una mancanza di visione?

Senza peccare di presunzione, credo di poter dire che in Italia abbiamo una visione piuttosto provinciale rispetto a questi temi. E’ difficile fare rete tra partner italiani, figuriamoci a livello europeo. Inoltre, ci sono ancora istituzione di rilievo, persino in ambito museale, che non hanno ancora previsto e strutturato al loro interno un’attività di fundraising o un team di lavoro destinato ai bandi. Una situazione che denota poca consapevolezza di come sta cambiando il mondo. C’è ancora molto da fare…

E possibile avviare uno scardinamento di questa situazione? Da dove bisogna partire?

Io credo che debba essere un’azione bidirezionale: da una parte deve partire dal basso, dalle istituzioni culturali (piccoli e grandi che siano) che devono decidersi a sostenere una volta per tutte lo scambio di esperienze, l’incontro tra operatori culturali e la partecipazione a iniziative internazionali.

E poi ci deve essere un’azione dall’alto, attraverso un sostegno vero al settore cultura. Qui nessuno vuole finanziamenti a pioggia o puro assistenzialismo, ma scelte concrete. Abbiamo bisogno di normative e di decisioni che facciano invertire la rotta della cultura italiana. Insomma, la nostra deve essere una rivoluzione bidirezionale.

Personalmente, ad esempio, ho apprezzato tantissimo il decreto che rivoluziona il sistema di sbigliettamento dei musei, credo sia giusto che gli over 65, soprattutto i turisti stranieri, paghino il biglietto: il patrimonio culturale è la nostra ricchezza? Bene, facciamola valere!

Puoi indicarci i tre passaggi chiave per intraprendere nel modo giusto la partecipazione ai bandi europei?

Innanzitutto ci tengo a dire che nessun bando, neppure quelli europei, sono la panacea di tutti i mali. Detto questo, il primo consiglio è di intraprendere la strada dei bandi solo nel momento in cui l’istituzione ha una visione chiara di sé, dei propri punti di forza, dei propri obiettivi, e soprattutto di cosa vuol fare per il proprio territorio di riferimento. E’ questo il vero cuore di un progetto.

In Italia siamo pieni di musei, luoghi di cultura, istituzioni molto trendy, ma vuote perché calate dall’alto in territori non ancora pronti ad accoglierle, oppure incapaci di rapportarsi con il territorio in cui operano.

Sono stufa di sentire dire che nel museo tal de’ tali in un anno sono entrati solo sette visitatori. Non è vero che la gente non è interessata alla cultura, semmai è il rapporto tra istituzione e territorio che non funziona.

Il secondo consiglio nasce dalla constatazione che partecipare a un bando, una volta ogni tanto, non serve e può essere persino deleterio. Lo sforzo enorme di pagare un consulente esterno per un lavoro che al di là del bando non lascia traccia nell’organizzazione della struttura è un’azione che lascia il tempo che trova. Il momento di mettersi in gioco è quello in cui si decide che ciò che non funziona, bisogna farlo funzionare.

Ultimo consiglio: se si è agli inizi è bene non partire a razzo sui bandi europei, ma puntare su cose più piccole e accessibili. Anche la progettazione ha bisogno di un suo percorso virtuoso.

Una curiosità: come ti piace essere definita? Un operatore culturale?

Non saprei, forse preferisco manager o coordinatore, operatore culturale è po’ avvilente. Credo che la difficoltà a trovare una definizione giusta sia il prezzo da pagare per lavorare in un settore plastico e in perenne movimento come quello della cultura. Certo, se tante domande su come gestire e valorizzare il nostro patrimonio culturale ce le fossimo fatte (tanto) tempo fa, forse adesso le risorse necessarie al settore sarebbero chiare, così come le loro definizioni.

Nelle tue ‘vite’ precedenti sei stata una musicista e anche un’accademica: ti manca qualcosa di quelle esperienze oggi?

Mi manca l’emozione che provi al momento del concerto quando, dopo tanta tensione e ansia, tutto prende forma quasi magicamente. Dello studio accademico, invece, mi manca la profondità.

Seguo ogni giorno cosa diverse, ed è sicuramente un lavoro stimolante, ma mi capita spesso di ripensare con nostalgia alle ore trascorse nel silenzio della biblioteca dell’Università di Messina, al sesto piano di un palazzo affacciato sullo Stretto, a trovare le risposte alle mie ricerche di numismatica.

In realtà, ora che ci penso, l’indole di farsi domande non mi ha abbandonata, semmai è diventato più difficile trovare le risposte!

Che il segreto di Angela stia proprio in quella striscia di mare così struggente che ha avuto davanti agli occhi per tanto tempo? Credo di sì… E credo anche sia arrivato il momento di capire che  la tappa più importante del viaggio della cultura italiana verso il futuro è proprio il punto di partenza.

Grazie Angela


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