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Anna Politkovskaya: dalla parte della verità.

Creato il 30 agosto 2019 da Luoghididonne

articolo di Patrizia Cordone. Alla sua memoria é stato istituito il "Anna Politkovskaya Award" a favore delle donne impegnate a difesa dei diritti umani in zone di guerra. Come lei. "Certe volte, le persone pagano con la vita il fatto di dire ad alta voce ciò che pensano. Infatti, una persona può perfino essere uccisa semplicemente per avermi dato una informazione. Non sono la sola ad essere in pericolo e ho esempi che lo possono provare" così nel 2005, durante una conferenza di Reporter Senza Frontiere a Vienna sulla libertà di stampa dichiarò Anna Politkovskaja, giornalista russa ed attivista dei diritti umani, per troppo tempo minacciata fino alla sua tragica scomparsa. che destò scalpore in tutto il mondo ed ancora avvolta dal mistero nonostante i richiami della Corte europea contro la Russia di Putin.

articolo di ©Patrizia Cordone agosto 2019 ©Luoghi di Donne, il blog di Patrizia Cordone. Tutti i diritti d'autore riservati. Si vieta tassativamente l'uso del "copia-ed-incolla" di tutti gli articoli riportati dal presente sito ai sensi delle disposizioni di legge a protezione dei diritti d'autore - copyright. Le infrazioni sono perseguite a rigore di legge contemplante i diritti d'autore presso l'Autorità giudiziaria territoriale competente.

Il 17 luglio 2018 la Corte europea dei diritti dell'uomo ha condannato la Russia per non avere compiuto le indagini appropriate per l'identificazione dei mandanti con queste parole " lo stato russo ha mancato agli obblighi relativi alla effettività e alla durata delle indagini .... se le autorità hanno trovato e condannato un gruppo di uomini direttamente coinvolti nell'assassinio della signora Politkovskaja, non hanno attuato adeguate misure investigative per identificare i mandanti dell'omicidio", secondo quanto riportato lo scorso da Tpi. Purtroppo ad oggi nessun aggiornamento é pervenuto. Il 7 ottobre 2006, giorno del compleanno dell'allora presidente russo Putin, Anna Politkovskaja fu trovata assassinata con colpi di pistola nell'ascensore del suo palazzo a Mosca, iniziarono le indagini, di cui né il mandante né l'esecutore sono noti voci, anche se molti lo imputano proprio al presidente Putin, costante bersaglio di pesanti critiche da parte della giornalista. Giorni dopo si svolsero i suoi funerali, a cui parteciparono circa mille persone; la lapide della sua tomba rappresenta un giornale crivellato dai proiettili come simbolo reale dell'accaduto e del suo impegno giornalistico. Nel 2007 il Pen American Center pubblicò postumo un suo saggio in una raccolta: " Sono una reietta. È questo il risultato principale del mio lavoro di giornalista in Cecenia e della pubblicazione all'estero dei miei libri sulla vita in Russia e sul conflitto ceceno. A Mosca non mi invitano alle conferenze stampa né alle iniziative in cui è prevista la partecipazione di funzionari del Cremlino: gli organizzatori non vogliono essere sospettati di avere delle simpatie per me. Eppure tutti i più alti funzionari accettano d'incontrarmi quando sto scrivendo un articolo o sto conducendo un'indagine. Ma lo fanno di nascosto, in posti dove non possono essere visti, all'aria aperta, in piazza o in luoghi segreti che raggiungiamo seguendo strade diverse, quasi fossimo delle spie. Sono felici di parlare con me. Mi danno informazioni, chiedono il mio parere e mi raccontano cosa succede ai vertici. Ma sempre in segreto. È una situazione a cui non ti abitui, ma impari a conviverci ".

La giornalista russa era stata molto attiva a favore dei diritti umani, per la sua opposizione al Presidente della Federazione russa Putin e per i suoi reportage dalla Cecenia, con cui non lesinava le condanne chiare contro l'esercito russo, il Governo russo a causa del mancato rispetto dimostrato dei diritti civili e dello stato di diritto, sia in Russia che in Cecenia.

Nata il 30 agosto 1958 con il nome di Anna Mazepa a New York, figlia di due diplomatici sovietici di nazionalità ucraina di stanza presso l'Onu, studiò giornalismo all'università di Mosca, laureandosi con una tesi sulla poetessa Marina Cvetaeva nel 1980. Dal 1982 al 1993 svolse la sua attività giornalistica presso il famoso giornale moscovita Izvestija, che avrebbe lasciato nel 1993. Non trascurando delle collaborazioni con alcune emittenti radio-televisive dal 1994 al 1999 fu responsabile della sezione emergenze-incidenti e come assistente del direttore presso la Obščaja Gazeta, testata giornalistica, che nel 1999 la incaricò di un'intervista all'epoca neo-eletto Presidente della Cecenia, che segnò l'avvio definitivo del suo interesse civile per quel paese ed i crimini compiuti a danno dei civili da parte dei russi.

Nel 1999 la svolta definitiva avvenne con l'inizio della sua collaborazione per Novaja Gazeta, importante testata giornalistica russa fondata nel 1993 da alcuni giornalisti decisi per un'informazione obiettiva e soprattutto indipendente rispetto alle "veline di regime", ma un siffatto impegno immane é costato ben cinque vittime della sua redazione uccisi a causa di inchieste e di opinioni scomode. Dei reportages condotti dal giornale vanno ricordati quelli attinenti all'occupazione del Teatro Dubrovka, allo stupro e l'assassinio della donna cecena El'zaKungaeva perpetrato dal colonnello Budanov; all'occupazione della scuola di Beslan; sulla "začistka" (rastrellamento) della polizia nel centro di Blagovesensk, in Baskiria, alla fucilazione di civili ceceni da parte del capitano del GRU Ul'man: molti di questi articoli erano stati redatti proprio da Anna Politkovskaja. In quanto giornalista seria era impegnata a testimoniare le continue violazioni dei diritti civili sia in Russia che in Cecenia utilizzando un linguaggio schietto, rigoroso e chiaro rivendicando infatti il suo ruolo di testimone. Dai suoi articoli si invocavano le richieste delle madri dei soldati e dei giovani scomparsi nel nulla, le denunce contro le ingiustizie in territorio russo e ceceno, gli insabbiamenti persistenti delle inchieste per reati di corruzione e le anomale assoluzioni da parte della magistratura russa. Particolarmente la sua attività giornalistica evinse gli abusi dei soldati federali russi, compiuti contro i ceceni e gli incarcerati e l'assoluta noncuranza del governo di Putin. La reazione dell'opinione pubblica ai suoi dossier fu talvolta partecipe, mentre altre volte critica, senza dimenticare che mai nessun suo articolo fu anonimo, lei li pubblicava rutti con la sua firma, asseriva: " chi si sente nel giusto non ha bisogno dell'anonimato ". Oltre agli articoli scrisse alcuni libri molto critici contro il governo russo, in coincidenza dei quali iniziò ad essere minacciata di morte. Infatti nel 2001 dovette fuggire a Vienna a causad delle ripetute minacce ricevute via e-mail da Lapin, un ufficiale dell'OMON da lei accusato di crimini contro la popolazione civile in Cecenia, a cui seguì un processo contro di lui conclusosi nel 2003 con una condanna per l'ex poliziotto per abusi e maltrattamenti aggravati su di un civile ceceno e per falsificazione di documenti.

Il suo interessamento a sostegno della popolazione cecena permase sempre con le sue visite presso le famiglie delle vittime civili, gli ospedali, i campi dei profughi, intervistando sia militari russi che civili ceceni, denunciando gli abusi perpetrati dall'esercito russo ed anche alcune connivenze politiche cecene. Ovviamente ciò le valse la stima considerevole della popolazione cecena. Per un importante suo libro pubblicato nel 2003 " A Small Corner of Hell: Dispatches From Chechnya ", Cecenia, il disonore russo, avvalendosi delle testimonianze di militari russi e della protezione di alcuni ufficiali durante i mesi più duri della guerra, denunciò la brutalità della guerra in corso in Cecenia e delle torture inflitte a migliaia di cittadini innocenti erano torturati, rapiti oppure uccisi dalle autorità federali russe e persino anche dalle forze cecene.

Dopo la sua tragica scomparsa nel 2007 " Reach All Women in War", un'organizzazione impegnata con la protezione dei diritti delle donne durante i conflitti bellici ha istituito il " Anna Politkovskaya Award" premio annuale in suo onore, che viene attribuito " a una donna che difende i diritti umani in zone di conflitto nel mondo che, come Anna, si alza in piedi per le vittime di questo conflitto, spesso con grande rischio personale ".

Giusto ricordarla con il suo ultimo articolo riportato integralmente.

TI CHIAMIAMO TERRORISTA
L'uso della tortura nel programma antiterrorismo in Nord Caucaso.

Ogni giorno ho sulla mia scrivania decine di cartelle: le copie degli incartamenti riguardanti cause penali di persone in carcere per "terrorismo" oppure, per il momento, solo indagate. Perché qui la parola "terrorismo" è tra virgolette? Perché la stragrande maggioranza di queste persone sono state etichettate con questo marchio, quindi sono solo terroristi di nome, ma non di fatto. Nel 2006 questa prassi di "marchiatura dei terroristi" non ha semplicemente sostituito un'autentica lotta al terrorismo, ma ha anche trasformato in potenziali terroristi tutti coloro i quali desiderano vendicarsi. Quando i magistrati e i tribunali non agiscono secondo la legge e per punire i colpevoli, ma invece ubbidiscono a ordini della politica e vanno a caccia dei criminali designati dal Cremlino per compiacere la sua volontà in materia di antiterrorismo, le cause penali spuntano come funghi. La produzione in serie di confessioni "spontanee" fornisce ottimi dati al programma di "lotta contro il terrorismo nel Caucaso del Nord". Ecco cosa mi hanno scritto le madri di un gruppo di giovani prigionieri ceceni: "...in realtà, queste penitenziari correzionali sono dei veri e propri campi di concentramento per i condannati ceceni, che subiscono ogni genere di discriminazione etnico-razziale. Non possono uscire dalle loro celle e dai blocchi di isolamento. La maggioranza, per non dire la quasi totalità, viene condannata con accuse inventate, senza che esistano prove a sostenerle. L' essere detenuti in condizioni terribili, il vedere la propria dignità umiliata, generano in loro un odio verso tutto e tutti. Quello che ritorna da noi è un intero esercito il cui futuro è stato rovinato...".
Dico la verità: ho paura del loro odio. Ne ho paura perché quest'odio, prima o poi, scoppierà e strariperà come un fiume in piena. E proprio tutti diventeranno degli estremisti, ma non quelli che li hanno torturati. Le questioni dei "marchiati come terroristi" è il campo nel quale si scontrano faccia a faccia due diverse concezioni ideologiche di quello che succede nell'ambito delle "operazioni antiterroristiche nel Caucaso settentrionale": combattere l'illegalità con la legge? Oppure applicare la "nostra" illegalità alla "loro"? Questo scontro provoca una pioggia di scintille che minaccia il presente e il futuro. Come risultato di questa "marchiatura a terroristi" c'è l'aumento del numero di coloro che non si rassegnano a questa situazione. Non molto tempo fa l'Ucraina ha estradato, su richiesta russa, un certo Beslan Gadaev, ceceno, arrestato all'inizio di agosto durante un controllo documenti in Crimea, dove risiedeva in seguito a emigrazione forzata dalla Russia. Ecco alcune righe di una sua lettera datata 29 agosto: "...dopo essere stato estradato dall'Ucraina a Groznyi, sono stato trascinato in un ufficio, dove mi hanno chiesto se avessi ucciso membri della famiglia Salichovyi, un certo Anzora e un suo amico. Ho giurato di non aver ucciso nessuno e di non aver mai sparso una goccia di sangue, né russo, né ceceno. Loro hanno risposto: "No, li hai uccisi". Ho di nuovo negato. Dopo di che hanno immediatamente cominciato a picchiarmi. Per prima cosa mi hanno colpito due volte con un bastone vicino all'occhio destro. Quando mi sono ripreso da questi colpi, mi hanno fatto girare, mi hanno ammanettato e mi hanno infilato il bastone tra le braccia, in modo che non potessi muovere né le braccia, né le mani. Poi mi hanno afferrato, o meglio, hanno afferrato questo bastone, e mi hanno appeso a due armadietti, ad un'altezza di circa un metro. Subito dopo mi hanno avvolto un cavo attorno ai mignoli e, dopo pochi secondi, hanno cominciato a far passare la corrente e contemporaneamente a picchiarmi dove potevano con un manganello di gomma. Siccome il dolore era insopportabile, ho cominciato a gridare, a chiamare l'Altissimo, e a pregarli di smettere. Per tutta risposta, mi hanno messo sulla testa un sacchetto di plastica nero, in modo da non sentire quello che dicevo. Non so di preciso per quanto hanno continuato, ma ad un certo punto ho cominciato a perdere i sensi per il dolore. Dopo essersi accorti che stavo perdendo conoscenza, mi hanno tolto il sacchetto dalla testa e mi hanno chiesto se avrei confessato. Ho risposto che l'avrei fatto, anche se non sapevo di cosa stessero parlando. L'ho fatto solo perché la smettessero di torturarmi almeno per un po'. Allora mi hanno tirato giù dagli armadietti, hanno tolto il bastone e mi hanno sbattuto per terra. Mi hanno detto: "Parla". Ho risposto che non avevo niente da dire. Al che hanno ricominciato a picchiarmi sull'occhio destro con il bastone con cui mi avevano tenuto appeso. I colpi mi hanno fatto rotolare sul fianco e, mentre ero quasi svenuto, sentivo che mi bastonavano dove capitava. Poi mi hanno riappeso agli armadietti e hanno ricominciato tutto da capo. Non so per quanto è durata, continuavano a farmi rinvenire con dell'acqua. Il giorno dopo mi hanno lavato e mi hanno spalmato qualcosa in faccia e sul corpo. Più o meno verso l'ora di pranzo è entrato un funzionario del comune. Mi ha detto che erano arrivati dei giornalisti e che avrei dovuto confessare tre omicidi e alcuni furti e che se non l'avessi fatto avrebbero ricominciato a torturarmi e avrebbero anche abusato sessualmente di me. Ho acconsentito. Dopo l'intervista con i giornalisti, i miei torturatori, usando le stesse minacce a sfondo sessuale, mi hanno obbligato a confessare che tutte le percosse, da loro ricevute, me le ero invece procurate durante un tentativo di fuga". Zaur Zakriev, avvocato di Beslan Gadaev, ha comunicato agli esponenti di Memorial che nel territorio di Groznyi sono state perpetrate violenze fisiche e psicologiche sul suo cliente. Secondo la dichiarazione di Zakriev il suo assistito ha confessato di aver compiuto atti di banditismo nel 2004 nei confronti di esponenti delle forze dell'ordine. Ma nella questura di Groznyj hanno ottenuto da lui anche la confessione di crimini da lui non commessi avvenuti nel villaggio di Starye Atagi della regione di Groznyj. Secondo l'avvocato, le torture subite da Gadaev hanno lasciato evidenti lesioni sul suo corpo. I medici del reparto di isolamento 1 di Groznyi dove è attualmente detenuto Gadaev (accusato di "associazione a delinquere" secondo l'articolo 209 del Codice Penale della Federazione Russa) hanno stilato un rapporto che, in base alle visite effettuate su di lui, elenca numerosi segni di percosse, lesioni quali cicatrici, abrasioni, ecchimosi, bruciature, costole rotte, oltre che danni permanenti ad organi interni. Per tutte queste violazioni dei diritti dell'uomo, l'avvocato Zaur Zakriev ha presentato ricorso al procuratore generale della Repubblica Cecena.

Anna Politkovskaja

articolo di ©Patrizia Cordone agosto 2019 2019 ©Luoghi di Donne, il blog di Patrizia Cordone. Tutti i diritti d'autore riservati.

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bibliografia in italiano:

  • Proibito parlare. Cecenia, Beslan, Teatro Dubrovka: le verità scomode della Russia di Putin, Piccola Biblioteca Oscar Mondadori, 2007;
  • Cecenia.Il disonore russo, Fandango Tascabili, 2009.

riconoscimenti e premi:
2001: Premio dell'Unione dei Giornalisti Russi
2001: Global Award for Human Rights Journalism (Amnesty International)
2002: Freedom to Write Award (PEN American Center)
2002: Premio per la " Difesa della libertà d'espressione" Index on Censorship.[17]
2002: Courage in Journalism Award (International Women's Media Foundation)
2003: Lettre Ulysses Award
2003: Medaglia Hermann Kesten
2004: Premio Olof Palme (assieme a Lyudmila Alekseeva e Sergei Kovalev)
2005: Premio per la Libertà ed il Futuro dei Media (Media City Leipzig)
2006: International Journalism Award
2007: Premio Internazionale Tiziano Terzani
2012: Intitolazione dei giardini Anna Politkovskaja in Via Don Sturzo a Milano.


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